Quando il dottor Mason sbucò dal folto della giungla mostrando a tutti il martin pescatore coi baffi che gli era volato tra le braccia perché spaventato dal terribile sisma che aveva scosso l’isola, fu accolto da uno scoppio di applausi. Qualcuno emise addirittura un surreale urlo di gioia. Erano vent’anni che lui e la sua squadra cercavano quell’uccello.
Humana
Per quanto cerchi di tenerla a bada, di separare gli spazi - io nella mia stanza, lei in quella accanto – e di evitare ogni contatto, la sua presenza, dall’altra parte del muro, mi impedirà di riposare. E speriamo non capiti di peggio.
Il cadavere dell'animale galleggiava nella cisterna dietro la casa dei nonni di Andrea. Non sapevamo dire con certezza che animale fosse, era troppo gonfio e decomposto. Poteva essere un cane o una volpe o un cinghiale, o qualcos'altro che non aveva nome. L'acqua nella cisterna era di un colore marrone e puzzava in un modo che non riesco a descrivere compiutamente nemmeno adesso.
Per quanti facevano un lavoro del genere di quello che, da anni, svolgeva appunto la nostra Tea, la notte di Natale era senza dubbio una delle più impegnative, faticose e intense notti di tutto l’anno.
Quella mattina di marzo, l’asfalto del parcheggio era coperto da una patina viscida di sassolini e ghiaccio. Si attaccava sotto le scarpe e faceva gracchiare i passi di chi si avvicinava al supermercato.
Si incrociano, e Carlo annusa il suo odore: vaniglia. Questo profumo è diverso da quello che avevano addosso le altre, quelle con i vestiti e i capelli impregnati di fumo, quelle che hanno le unghie annerite.
Oggi Renato sente che c’è qualcosa di diverso. Finalmente è arrivato il pizzicore che stava aspettando. Nel punto molle tra il pollice e l’indice, la pelle gli si sta aprendo come una porta minuscola.
Arrivò al Belgrano nell'autunno del 1985 con un libro di Baudelaire sotto il braccio, i capelli lunghi fino alle spalle e lo sguardo di chi ha capito qualcosa che gli altri stanno ancora cercando.
Esistono città che illogicamente vengono intuite dai loro abitanti come immense, tentacolari, senza esserlo. La mia per esempio.
Tea per prima cosa apriva il rubinetto del lavandino per evitare che l’acqua con cui si lavava il viso fosse fastidiosamente fredda, dal momento che al mattino è chiaro che si vogliano solo cose calde e, come dire, accoglienti.
Al risveglio credette di essere diventato cieco, tanto era abissale quel buio. Fu quando cercò a tastoni il telefono, e invece del comodino trovò la pietra, che capì non essere la vista il problema.
L'app non era pubblicizzata. Non si trovava sugli store ufficiali. Non aveva recensioni, né stelline, né veniva suggerita da quegli algoritmi che dicono "potrebbe piacerti anche". Pareva si potesse scaricare solo se te la inviava qualcuno che l'aveva già usata, una sorta di passaparola segreto.
Com’era il mondo prima? Era violento. La violenza c’era nella realtà e anche nella finzione. Rappresentava probabilmente un bisogno esteriore e interiore. Nella realtà era un problema, nella finzione non lo era.
La mia paura, la mia più grande paura, è quella della luce. Apparve un giorno, senza preavviso, a stravolgere la mia esistenza. Poi, col passare del tempo, come succede spesso in questi casi, ho imparato a conviverci.
“L’imperatore Yingzong della gloriosa dinastia Tang fu un poeta, un reggitore oculato, e un gran puttaniere.” L'appuntamento con il 2 novembre ha visto l'uscita della nostra classica rubrica Mai Morti, ma abbiamo l'occasione di un ulteriore coccodrillo, e del resto dove sta scritto che per essere ricordati bisogna essere realmente esistiti?
I Mai Morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.
Oggi, vivono per noi: Beato Angelico, Henri Rousseau, Cesira Fiori, Vivian Maier, Alessandro Leogrande, Kris Kristofferson, David Lynch, Diane Keaton, Abed Elhameed Qaradaya. Riesumati dalle penne di: Luca Scacchetti, Maurizio Paolo Porcaro, Alessandro Chiappanuvoli, Tiziana F. Grellenti, Giorgio Antonelli, Gianluca Colloca, Alessio Campese, Laura Leone, Stefano Salvi.
Senza di te, la casa non sembra tanto diversa. Il silenzio regna sovrano, esattamente come prima. Ma io lo sento, me ne accorgo: non ci sei più.
Roberto El Ladrón Vargas era quel tipo di attaccante che faceva impazzire gli allenatori per due motivi: il primo era che segnava gol con una facilità che pareva offensiva verso tutti quelli che dovevano sudare per metterla dentro, il secondo era che passava tanto tempo in galera quanto in campo.
Il più delle volte mi schianto e porto il mio culo a strisciare in terra. Non è di certo la mia intenzione, sogno altro io, ma spesso i desideri non coincidono con le possibilità. No, non è il parere degli altri a procurarmi pena, è che fa male ed è frustrante. Però passa, passa non appena mi rimetto in piedi e mi dico che sono fatto di gomma e magia.
Una Dionaea muscipula, secondo l'etichetta incollata sul fondo del vaso. Tre bocche ben sviluppate, due in fase di crescita. Verde brillante, con punte rosse all'interno, come se avesse appena finito un pasto e fosse soddisfatta. Le trappole avevano quella lucentezza carnosa che ti fa dubitare della categoria "vegetale". Sembravano piccole fauci pazienti, in attesa di qualcosa di più sostanzioso di una mosca distratta.
Prima che tutto crollasse Ethel era studentessa di archeologia. Si occupava di civiltà morte da millenni: cocci di ceramica, ossa polverose. Immaginava vite attraverso frammenti. Ricostruiva narrazioni da detriti. Suo padre le diceva che era un lusso studiare i morti quando i vivi avevano così tanto bisogno. Ma lei continuava. C'era una purezza nell'indagare vite concluse. Nessuna possibilità di ferire chi era già polvere.
Quella notte a Frontemare tutte le finestre restarono spalancate per catturare la brezza che scendeva dalle montagne. Attraversando il rione Nunzia capì cos’era il cinematografo di cui tanto parlava suo marito; nelle stanze dalle luci accese le tende sembravano tele dove si consumavano le ombre degli abitanti con le loro noie, vizi o segreti.
Non è possibile. Stanno tutte lì, sul terzo piano, scomparto quattro da destra della libreria. Una sopra l’altra, numerate. Non cambio mai di posto. Ne prendo una, la sfoglio e la ripongo. Incollo le foto e la ripongo. Scrivo una nota e la ripongo. Esattamente dov’era prima. Perché lo so che alla mia età, tante cose ammucchiate in testa, ci vuol niente a confondersi.
Non so chi fossero tutte quelle persone. Non so nemmeno come ci ero arrivata in quell'appartamento. Ricordo che stavo camminando lungo il corso, mi fermai sul marciapiede e guardai su. In una delle finestre vidi una ragazza con i capelli viola che ballava da sola, gli occhi chiusi, le braccia che si muovevano come se stesse nuotando nell'aria. Sembrava che stesse annegando. Entrai.
Emilia ha due madri. La prima è quella che l’ha messa al mondo, la notte di San Lorenzo di quasi mezzo secolo fa. La seconda è quella che va a trovare ogni giorno, percorrendo quei diciotto chilometri di curve e tornanti che ora le separano.
Nella sala erano rimasti in cinque, degli otto selezionati, per il colloquio finale. Tutti erano seri, in giacca gli uomini, in tailleur le donne, col fazzoletto nel taschino, con eleganti valigette da viaggio, le scarpe basse e lucide: tutti professionali, credibili. Tutti tranne Lei.
La casa dei nonni a volte cambiava forma durante la notte. Non in modo eclatante - non si trasformava in un castello o in un grattacielo - ma sottilmente, come un pensiero che muta mentre lo formuli.
Fu Zeus a trovare il corpo: era riverso tra i sassi, sul greto del fiume in secca, portava un piccolo zaino e stringeva nella mano sinistra la tessera di un sindacato autonomo e un fazzoletto di carta stropicciato su cui sembrava ci fossero scritte delle operazioni di aritmetica.
Accanto a lei, un bambino – avrà otto anni – la segue a occhi bassi. Li ha già visti quegli occhi, ma non sa dove. Le sfuggono subito. La bocca ha una piega che un bambino di quell’età non dovrebbe avere, le labbra arricciate. Sta trattenendo le lacrime o, piuttosto, lo schifo.
«Leonardo è in ospedale» le aveva detto con la voce incrinata dall’agitazione la moglie di suo padre, una telefonata alle sei del mattino. Silvia aveva ancora sugli occhi il sonno rappreso della notte. La donna le aveva spiegato con pochi dettagli cosa fosse successo e che questa volta non c’era più niente da fare, che si trattava solo di aspettare che il cuore cedesse definitivamente.
La Manuzio era una casa editrice per APS. Un APS è un Autore a Proprie Spese e la Manuzio è una di quelle imprese che nei paesi anglosassoni chiamano “vanity press”. Fatturato altissimo, spese di gestione nulle.
Il respiro dell’antica Roma saliva dal fiume, dagli intonaci dei palazzi e dal fogliame dei platani oramai rinsecchito dalla primavera inoltrata e io ero essenzialmente, in quel preciso momento, un autista di automobili con conducente oberato di sani princìpi e sovraccarico di inibizioni con indosso la solita grisaglia scura e camicia bianca.
Ho conosciuto Julio all’università, e la prima cosa che ricordo di lui è la ciotola del mate con la cannuccia di ferro che si portava a lezione, anche se mate è il nome della ciotola, non della bevanda, e la cannuccia si chiama bombilla – ma questo l’ho scoperto solo dopo, su internet, quando anch’io avevo deciso di cominciare a bere mate e poi non l’ho fatto, e non me l’ha detto lui, perché con lui del mate non ne ho mai parlato.
La linea che separava i due terreni era invisibile a occhio nudo. Non c'erano recinzioni, né siepi, né muretti a delimitare il passaggio da una proprietà all'altra. Solo una fila di pietre di fiume, disposte a intervalli irregolari, che affioravano dall'erba come pensieri incompiuti. Eppure, per gli abitanti delle due case che si fronteggiavano a distanza, quel confine pareva più concreto e invalicabile di qualsiasi barriera fisica.
Storie abruzzesi di Resistenza, oppressione, coraggio e oblio #6
È il 7 giugno 1944 quando a Filetto, piccolo centro dell’Aquilano, 17 uomini vengono uccisi dai nazisti. È la rappresaglia per un’azione partigiana che, il medesimo giorno, aveva causato due vittime tra le fila tedesche. La colpa dei filettesi è stata voler proteggere i loro pochi mezzi di sostentamento.
Negli anni ho messo assieme una cinquantina di quaderni scritti in modo fitto, costante. Sono loro il motivo per cui sono riuscito a fare chiarezza e per cui da dove mi trovo posso parlare di quello che è successo, della persona che ero e che sono, comparandole.
La ragazza ha subaffittato la stanzetta da due sorelle di Reggio Calabria, studentesse di medicina. Due ragazzone dai capelli corvini, indomabili. Una burbera, l’altra timida.
Quando era ancora molto piccolo, il babbo di lui lo portava una domenica su tre a far visita ai loro parenti di campagna: gente che rideva e beveva forte, aveva pochi denti – o anche nessuno – che rovistavano cogli steli del grano nella controra della siesta. Con loro era molto gentile, il babbo, ma tornando a casa, a Mestre, sputava tre volte per terra e minacciava il piccolo Lucio: Se diventi come quelli là t’ammazzo!
E così Miriam la grassa, Miriam la stupida, aveva salvato il bambino. Miriam la cicciona che se si butta in piscina fa uscire tutta l’acqua, Miriam la scema che passa la ricreazione in classe perché nessuno vuole stare con lei, alla fine qualcosa di buono l’aveva fatto.
Avevo comprato tre ore di silenzio da un venditore che incontrai per caso all'angolo, accanto alla bancarella del lettore di tarocchi. Non si può dire che fosse economico. Mille euro per tre ore di silenzio assoluto sembravano una spesa eccessiva, ma ero stanco, tremendamente stanco del rumore incessante della città.
Il signor Federico Lombardi possedeva diciassette case. Non dimore qualunque, ma spazi che aveva selezionato in trent'anni di carriera finanziaria con la meticolosità di un collezionista che non sa più perché colleziona.
Storie abruzzesi di Resistenza, oppressione, coraggio e oblio #5
Il 21 gennaio 1944 in Contrada Sant’Agata di Gessopalena i soldati nazisti trucidano 42 civili, per lo più bambini, donne e anziani fuggiti da Torricella Peligna, come ritorsione per due soldati uccisi e altri due feriti in un’imboscata partigiana il mattino precedente. L’eccidio non ha colpevoli accertati.
Quando mamma mi ha parlato per la prima volta di Georgi era primavera. Lo ricordo bene perché la luce di primavera mi acceca gli occhi ogni anno quando arriva. Io neanche lo conoscevo ma quando mamma è entrata e ha detto Georgi è un eroe ho pensato subito a lui.
Quante volte si lascia malvolentieri la propria casa, o il proprio paese, per partire alla volta di una coordinata astratta, convinti che mai in futuro sentiremo la mancanza della nostra condizione di esuli. E quante volte, al rientro, dopo anni e non senza sorpresa, ci abbandoniamo alla nostalgia. Pensiamo alla nostra nuova casa con il trasporto che talvolta accompagna il tradimento e con il fervore che si addice a una conversione.
Affamata di luce, proiettava le sue carnose appendici fotosintetiche in qualsiasi direzione potessero intercettarla. Lunghi getti vegetativi si sopravanzavano l’un l’altro, aggrovigliandosi tra loro per un tratto e poi prendendo direzioni opposte, e, come irti capelli color smeraldo, formavano una robusta e impenetrabile chioma. La siepe appariva immensa, luminosa e vitale, e ad Enrico piangeva il cuore di doverla tagliare.
«Ciò che vedrà le sembrerà strano» argomentava, «ne sono sicuro. Ma saprà collegarlo a molte altre scelte che abbiamo assunto nel corso degli anni. È solo una tessera del mosaico, che dà un indirizzo importante.»
Il modello TR-9 si fermò davanti alla finestra. Fuori pioveva. Gli umani avevano sempre considerato la pioggia malinconica. TR-9 non sapeva se quello che provava fosse malinconia. Sapeva solo che qualcosa nel battito delle gocce sul vetro gli faceva rallentare i circuiti di elaborazione.
La Generalessa, che all’epoca della sua infanzia si chiamava ancora Martina, veniva da un villaggio sulle colline molto fuori Mestre, e da una schiatta sciagurata di contadini che dall’inizio del mondo sembravano spuntare di sotto la terra come i tuberi: gente che girava scalza, aveva pochi denti e parlava pochissimo – e di certo non italiano – gente colla pancia rotonda e che passava tutta la vita ricurva sulla terra come il ciuffo delle carote.
Storie abruzzesi di Resistenza, oppressione, coraggio e oblio #4
Il 25 settembre 1943 a Bosco Martese, in località Ceppo (Rocca Santa Maria, TE), ebbe luogo la «prima battaglia nostra in campo aperto», come disse Ferruccio Parri. Fu il primo scontro a fuoco organizzato tra i partigiani e gli invasori nazi-fascisti in Abruzzo, e tra i primissimi in Italia. Da qui trasse spirito il nascente movimento di liberazione.
Se potessi rispondere a tutti i perché, sarei un uomo felice, invece d’immaginarla solo la felicità. Io la felicità me l’immaginavo come un giglio che spuntava dal battiscopa della cucina. Chissà perché un giglio, invece di una rosa, o di un tulipano.
Era un impiegato statale che si occupava di archivi catastali, ma la sua vera passione erano le schede telefoniche. Non si considerava un collezionista qualunque, di quelli tanto per, ma un collezionista che misurava la propria esistenza attraverso il numero di esemplari posseduti.
Parlo di mio padre, ma parlo anche di me, di ciò che mi ha trasmesso. La passione per i film, anche se non si definiva un esperto di cinema, per quello ci vuole di più, ci vuole lo studio. Purtroppo non ho avuto occasione di fare quello che bisognerebbe fare coi film, guardarli, ma ne ho sentito parlare, soprattutto da lui, anzi, solo da lui.
Ogni mattina la chiesa davanti a casa mi butta giù dal letto alle otto e trenta in punto. Da ormai due anni ho smesso di mettere la sveglia poiché ci pensano le campane. E la vita dei vicini, che siano quelli del pianerottolo di destra, con i bambini, sia quelli del pianerottolo di sinistra, che fanno l’amore di continuo.
Nascosto dietro la jeep ribaltata tendo le orecchie e aspetto. Il vento spazza la terra dura. Riecheggiano scoppi, lontani. Ho la gola in fiamme, gli occhi che lacrimano. Il mio piede sanguina. Gocce scure si staccano dallo squarcio sul tallone, scivolano tra le dita, ricadono a terra. Formano piccoli solchi che paiono simboli.
Lo Sfregiato timbra il cartellino in uscita e fa per andarsene, ma avverte la guancia destra bagnata. Si tasta con le dita: sulla cicatrice c’è pus. Torna nel capannone e usa il bagno. Il gabinetto è minuscolo e sudicio dopo la giornata di lavoro. Si lava le mani e tampona la vecchia ferita con due fogli di carta igienica imbevuti d’acqua.
Una nota clinica privata ha iniziato a sperimentare l'ennesimo dispositivo rivoluzionario, capace di misurare con esattezza quasi matematica la quantità di sofferenza umana. Nei test di laboratorio viene chiamato informalmente Orologio dei Sospiri, anche se si lavora già a un nome più accattivante in vista del lancio sul mercato.
Marta si era adeguata al fidanzato e aveva trasformato il proprio aspetto per sembrare più grande, perché non era bello uscire la sera e sentirsi dire “il tavolo è pronto, suo padre la sta aspettando”, oppure essere giudicata dai coetanei che la guardavano con aria di riprovazione.
Storie abruzzesi di Resistenza, oppressione, coraggio e oblio #3
La Wigforce nacque dall’intuizione del maggiore britannico Lionel Wigram, che promosse la collaborazione operativa tra truppe dell’VIII Armata britannica e gruppi di volontari abruzzesi, attivi nell’area sangro-aventina. Questa cooperazione, nata tra dicembre ’43 e gennaio ’44 lungo il confine della Linea Gustav, consentì la formazione di unità miste, il cui l’obiettivo era ostacolare l’occupazione nazi-fascista. L’evento culminante fu lo scontro di Pizzoferrato, il 3 febbraio 1944.
La lampada sul comodino destro del letto matrimoniale sa molte cose che non dovrebbe sapere. Non è stata progettata per accumulare conoscenza, ma osserva, immobile, come si conviene alla sua natura.
Devi scegliere bene la madre dei tuoi figli.
Mi hai lasciato con queste parole alle porte dell’ospedale. Avevi uno sguardo che non ho saputo decifrare e non ti ho risposto niente.
Cara figlia, non so com’è che ho il coraggio di scriverti, credo perché è venuta la mia vicina Giulia, che ha la tua età, e ti ho pensata, cioè ho pensato com’era bello se invece della Giulia veniva qui a portarmi da mangiare mia figlia.
Beppe e i suoi amici escono dalla jeep a suon di sbadigli, in ritardo di un’ora. Vito li osserva stritolando il volante; l’alba è in agguato, bisogna darsi una mossa.
L’esplosione fu talmente forte da provocare un vero e proprio terremoto in tutto il quartiere. Mikhail Sergeevich Sokolov, ovviamente, non era sopravvissuto al suo gesto.
Quando l'uomo entrò nella banca, era già vuota. L'orologio sulla parete segnava le 19:17, i cassieri avevano abbassato le saracinesche da tempo. Rimaneva solo il direttore, chiuso nel suo ufficio a controllare i registri della giornata. Era una routine che ripeteva da oltre dieci anni, sempre alla stessa ora, sempre da solo.
La sua non era una semplice collezione. Era un archivio di momenti perduti, di parole non dette, di vite sospese tra un respiro e l'altro. Ogni barattolo conteneva un frammento di tempo cristallizzato, un momento che non sarebbe mai più tornato.
Storie abruzzesi di Resistenza, oppressione, coraggio e oblio #2
Nella Valle dell’Aventino altri gruppi di volontari, oltre alla Brigata Maiella, si armarono per contrastare la violenza nazista. Tra il 6 e il 7 dicembre 1943, a Civitella Messer Raimondo, nacque un gruppo di «guerriglieri», poi denominato Banda Monte Amaro. Fu tra i primi ad affrontare, in sinergia con gli Alleati, il nemico
“L'amore è 'n viaggio senza meta, 'na poesia scritta co' l'inchiostro der delirio.”
Il poeta Giancarlo Mobrini e la sua amata Mina si sono congiunti in matrimonio, ma le cose si rivelano complicate sin da subito.
I primi tempi immaginavo gli organi che trasportavo, li vedevo nella scatola assecondare le buche della strada e galleggiare dentro il loro liquido di conservazione, pulsare scandalosi fuori dal corpo che era loro appartenuto, nella propria cruda concretezza, indecenti come ciò che deve restare coperto e invece viene esposto.
Il profumo di caffè appena macinato riempie l'aria. Marco gira il cucchiaino nella sua tazza, lo sguardo perso oltre la vetrina del bar. Fuori, il temporale.
Le sue pupille verniciate sul cereo viso parevano restituire lo sguardo solo a quelle cerulee di Salvo, tanto che gli sembrò diventassero vive. Occhi lucidi che si degnavano di abbassarsi a terra per scrutarlo. Occhi trasformati in dita che scavavano dentro di lui, mani nella sabbia in cerca del mare. Occhi che mietevano le menzogne avvoltesi alle ossa: congiunture che permettevano al suo scheletro di stare in piedi, di non accasciarsi.
C’è qualcosa, un piccolo corpo striato. Piega la testa per guardare meglio. È un animaletto grande come il suo avambraccio, sottile, con le zampe corte e il pelo cotonoso. Cos’è? Non un gatto, è troppo piccolo e… piatto. La creatura sta acquattata dietro al vaso, un involucro di pelo che termina in un muso stretto e appuntito, lo sguardo fisso sul portone di casa.
Non so esattamente come sia successo, ma mi ritrovo seduto in una sala riunioni con l'aria condizionata al massimo e una decina di persone che mi fissano. "Ci illustri pure la sua idea per la nuova campagna."
Storie abruzzesi di Resistenza, oppressione, coraggio e oblio #1
Il 5 dicembre 1943 l’avv. Ettore Troilo si reca con un drappello di uomini a Casoli, avamposto del comando alleato. L’obiettivo è chiedere il permesso di creare un gruppo civile di volontari per liberare i paesi della Valle dell’Aventino dall’occupazione nazifascista. È uno dei momenti fondativi della Brigata Maiella, di cui Troilo diverrà comandante.
Lo chiamarono semplicemente internet. Che era già ciò che era, solo che non lo si definiva più da anni. Anche chi diceva di essere connesso, o che siamo sempre connessi, era vecchio.
Cosa poteva esserci di meglio? Lontano dall’aria tossica della città, dai pensieri che premevano per uscire, scontrosi e insoddisfatti, s’immaginavano una settimana di estremo relax: quell’annuncio “La casa nel bosco” prometteva bene.
“Core mio, te piglio in sposa come se pija 'na sbornia: co' entusiasmo, passione e dedizione totale.”
Per il poeta Giancarlo Mobrini l'amore ha sempre rappresentato un compendio paradigmatico di alti e bassi. Proviamo a ricostruirli.
Chissà come se la stava passando Deda. Tutto bene viaggio e altro. Appena sistemato chiamo te. Baci tanti, le aveva scritto, in quell’italiano buffo imparato dalla tivù. Poi l’estate era ingiallita, la polvere si era fatta fango, anche l’inverno passava e dopo quella cartolina niente.
È vero: a guardar bene, quell’oggetto poteva assomigliare a una pistola – cane, canna e impugnatura c’erano tutti – ma cosa fosse di preciso andava indagato e forse richiesto, a meno che uno non sia un esperto del mestiere naturalmente.
A seguito di un libro di successo, un militare di alto grado vede aprirsi davanti a lui la carriera politica... Suona forse familiare? Secondo e ultimo appuntamento con un racconto di fiction che, satireggiando, non sembra poi così lontano dalla realtà.
L'amore esiste il tempo del racconto che facciamo di noi stessi. Il tempo delle relazioni è un tempo finito, che duri una vita o pochi attimi; come le storie che inventiamo per esistere. L’amore, alla fine, è solo promessa.
Datogli uno schiaffo al fulmicotone, Agnese si girò offesa dall’altra parte: che gesto osceno! che volgarità! mettersi le mani proprio lì, e scuotere forte, con le gambe inarcate... un gesto che aveva visto fare solo alle scimmie! e per che cosa, poi? solo per dire che non voleva venire da mammina a Capodanno!
Andrea ha sedici anni e nessuno si aspetta che in camera sua ci sia un ordine da catalogo IKEA. Per un padre è anche motivo d’orgoglio avere un figlio un po’ vandalo e un po’ puzzone, fa parte dei requisiti animaleschi del maschio insieme al sesso, all’alcol e qualche altro piccolo gadget esistenziale.
Il dottor Thelonius Pacione era un uomo dedito agli studi più eccentrici e bizzarri. Nella sua modesta dimora nei sobborghi di Campobasso, circondato da volumi polverosi e strumenti dall'oscura finalità, conduceva esperimenti che avrebbero probabilmente sconcertato anche le menti più aperte.
L'amore esiste il tempo del racconto che facciamo di noi stessi. Il tempo delle relazioni è un tempo finito, che duri una vita o pochi attimi; come le storie che inventiamo per esistere. Piante estirpate che mai attecchiranno di nuovo siamo.
Lei è la sola femmina. La sola, inoltre, che meriti il nome di ragazza, fra stempiati, calvi e strapazzati. Si sente detentrice di un tesoro che i presenti hanno già dilapidato, che dilapiderà a sua volta, ma ora le occhiate, i gesti bonari, le attenzioni sono per lei.
Mario, ‘sto Mario qua ha mollato un ceffone enorme in faccia a Franco, il mio amico musicista. Ora le ragioni non me le chiedere, non è questo il punto.
Un militare di alto grado, un libro di successo, una possibile carriera politica...
La prima parte di un racconto di Ale Ortica, come sempre sulla linea in bilico fra fiction e realtà.
In un evento normale un'esibizione come quella di Mobrini avrebbe concluso la serata, ma il Poetry Slam di Velletri non fu non un evento normale. Infatti si proseguì in un crescendo di follia poetica che pareva non avrebbe mai avuto fine.
Continua la cronaca di uno degli eventi più controversi degli anni Ottanta.
I Mai Morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.
Oggi, vivono per noi: Renée Vivien, Angela Maria Raubal, Jack Kerouac, Ennio Iacobucci, Miguel Pereira, Philip Seymour Hoffman, William Friedkin. Riesumati dalle penne di: Tiziana F. Grellenti, Luca Moretti, Luca Scacchetti, Alessandro Chiappanuvoli, Stefano Salvi, Luca Miraglia, Gianluca Colloca.
L'amore esiste il tempo del racconto che facciamo di noi stessi. Il tempo delle relazioni è un tempo finito, che duri una vita o pochi attimi; come le storie che inventiamo per esistere. È inutile pioversi addosso.
“Ma cosa ne sanno loro” pensò Tonino, mentre barcollava per le strade del quartiere Rosso. I ragazzi gli si facevano incontro. Il più sbruffone del gruppo lo canzonava. «Tonino l’ubriacone, Tonino l’ubriacone» ripeteva a mo’ di filastrocca. Lui lo scacciò a male parole: «Ch’èt végna ’n asidênt».
Luca mi grida all'orecchio, nel bel mezzo del concerto. Non lo sento. Deve dirmi qualcosa. Lo guardo. Ha un'espressione solenne, da grandi occasioni. Mi viene un nodo allo stomaco.
Ora che ci penso, a proposito di mano, a me il telefono è sempre sembrato molto simile a… sai cosa? Una selce, cioè qualcosa che richiami molto da vicino i primi utensili per la scheggiatura.
Alle nove del mattino suonava una sorta di sveglia, si accendevano dei riflettori di una potenza tale da poter illuminare uno stadio e tutti i concorrenti dovevano saltare giù dal letto per dar vita allo spettacolo dello zoo umano. Quella sera ci sarebbe stata la sfida al televoto.
Appuntamento finale con il reality che racconta una storia di fantasia ma con evidenti richiami alla cronaca.
Non si trattava di un semplice congegno per lavorare sui testi scritti, ma di una divinità post-moderna, un divoratore di parole inesorabile la cui esistenza, secondo i detrattori, minacciava l'essenza stessa della comunicazione umana.
Era l'estate del 1986 quando Velletri, placida cittadina dei Castelli Romani, fu scossa da un evento che avrebbe cambiato per sempre la storia della poesia italiana – o almeno così immaginarono gli organizzatori dopo qualche bicchiere di troppo.
Cronaca di uno degli eventi cardine della controcultura romana degli anni Ottanta.
Fino all’arrivo della lettera della TV mio marito era stato quello di sempre. Questo avvenne solo due mesi dopo che aveva partecipato al programma. Ho sentito alla TV, oggi che su tutti i canali si parla di lui, spericolate ricostruzioni di quanto accaduto. Descrivono un uomo ossessionato da quel quiz, che non perdeva una puntata, trascurando me, i figli, il lavoro. Descrivono un uomo la cui unica priorità era di diventare il campione del programma, incapace di incassare il fallimento.
L'amore esiste il tempo del racconto che facciamo di noi stessi. Il tempo delle relazioni è un tempo finito, che duri una vita o pochi attimi; come le storie che inventiamo per esistere. Ed è un miracolo esistere, è un miracolo raccontarsi.
Non è vero che ti stalkeravo.
Aprivo spesso whattsapp – questo sì – per controllare se eri online. Sono stato praticamente obbligato da quella volta che avevi tolto l’ultimo accesso: a quel punto non mi restava altro che verificare se messaggiavi con quelle due casalinghe annoiate che si farebbero di sicuro un giro con una donna.
Trovò la scimmietta immobile, al centro della gabbia, seduta con le braccia distese lungo il corpo. Lo guardò fisso negli occhi; per un attimo adombrò un ghigno sinistro, ma forse era la suggestione… Franco restò incollato all’interruttore, senza riuscire a spiegarsi cosa fosse accaduto nel lasso di tempo che aveva preceduto la lampadina. Spense di nuovo, per prova. E il trambusto riprese.