C'era una volta l'oblio
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C'era una volta l'oblio

 

I ragazzi non avevano mai tempo. Saranno passati vent'anni, probabilmente anche di più, e adesso stando a semplici calcoli dovrebbero essere uomini adulti - si preoccupano per la famiglia, riflettono sulle relazioni, si incazzano per il lavoro, fanno quello che più o meno ci si aspetta da degli uomini adulti - ma allora erano ragazzi che non avevano mai tempo, guidati da un'urgenza intangibile, da un istinto di fuga, dalla paura del silenzio.

Andavano alle feste, ai concenti, ai festival, nei locali, nelle case, nei capannoni, negli spazi occupati, ovunque ci fosse musica da tenere come ritmo. Si svegliavano in posti sconosciuti senza ricordare come ci fossero finiti, e partendo dal centro - dalla zona della stazione - allargarono sempre più il raggio d'azione, uscendo dal raccordo e poi allungando fino alle città a portata di macchina prima, di treno poi, e infine d'aereo. Presero a spostarsi in qualsiasi modo e qualsiasi mezzo, a dispetto della scomodità, della lontananza, della fatica, in bicicletta, in couch, a piedi, con l'autostop, a nuoto, sarebbero partiti pure con un battello a vapore e puoi stare certo che sarebbero arrivati.

I ragazzi avevano il vantaggio di non sentirsi mai stanchi, come se le loro scorribande fossero alimentate da qualche potente miscela di gioventù ed energia inesauribile, non ricordavano troppo bene le cose, i loro cervelli erano costantemente saturi di nuove impressioni, nuovi suoni e luci che sovrastavano quanto accaduto la notte prima.

E infatti questo difetto di memoria non era un problema, anzi sembrava quasi una benedizione, gli permetteva di attraversare indenni ogni esperienza, senza il peso delle conseguenze a rallentarli, liberi di lasciarsi guidare dal caso, dai capricci, dalle follie improvvise.

Così una sera di maggio li trovò a girovagare correndo per i boschi nei pressi di Amsterdam, i capelli scompigliati e le camicie ormai ridotte a stracci, avevano perso le scarpe da qualche parte, forse abbandonate in un parco dopo una gara di corsa improvvisata, o almeno ad alcuni pareva fosse così.

I piedi nudi affondavano nel terriccio umido della foresta, mentre saltavano agilmente sopra radici sporgenti e piccoli ruscelli, inseguivano strane luci che luccicavano tra gli alberi, come giocosi fuochi fatui, e a volte le raggiungevano solo per scoprire che erano semplici lampade da campeggio attorno alle quali altri ragazzi stavano dormendo stanchi di chissà quale scorribanda.

Altre volte le luci sembravano sfuggire sempre più lontano, conducendoli in zone remote dove l'oscurità regnava quasi totale. E fu in uno di quei bui anfratti che un paio di loro finirono per calpestare inavvertitamente un grosso fungo dal cappello giallo splendente, quasi fosforescente, migliaia di spore si sollevarono nell'aria, venendo inspirate dalle narici allargate dall'eccitazione della corsa, subito il mondo sembrò capovolgersi, gli alberi iniziarono a danzare e le ombre a strisciare lungo i tronchi in una grottesca pantomima.

Risero come folli, abbracciandosi e rotolando per terra, convinti che quella fosse la più grande avventura delle loro vite, poi d'un tratto si ritrovarono in una discoteca affollata, o forse non si erano mai mossi chissà, le luci stroboscopiche che lampeggiavano e l'acid house che rimbombava così forte da far tremare il pavimento.

Ballavano e urlavano e gli altri ragazzi li acclamavano e qualcuno iniziò a spogliarsi e ben presto il locale fu invaso da corpi seminudi che ondeggiavano come una grande ameba psichedelica, mentre dalle casse uscivano ormai solo bassi cupi e ritmici, che scandivano la frenesia collettiva.

Poi quella che sembrava essere una festa destinata a non finire mai si dissolse altrettanto rapidamente, un brusco cambio di scenografia e i ragazzi si ritrovarono dentro una rimessa di barche su una sponda del Tamigi.

Era ancora notte, le luci della città si riflettevano sulle placide acque del fiume, uno di loro aveva - inspiegabilmente o forse no - una bottiglia di vodka in mano e la porse in giro per far bere gli amici. Risero di gusto vedendosi riflessi nelle vetrate della rimessa, con i capelli arruffati, i vestiti a brandelli e le pupille dilatate, sembravano appena usciti da un orrorifico quadro rinascimentale.

Fu allora che uno di loro notò una barchetta di legno, ormeggiata lì accanto, e senza pensarci troppo sopra vi si fiondarono sopra e mollarono gli ormeggi, lasciandosi andare alla corrente. Cantavano canzoni di marinai che non conoscevano, bevendo dal collo della bottiglia. Ogni tanto uno di loro si tuffava per un bagno rinfrescante, ridendo come bambini.

Quando la luce dell'alba iniziò a filtrare tra i palazzi della città, le loro voci si erano ormai affiochite in un piacevole borbottio assonnato. La barca li aveva condotti chissà dove, forse nei pressi di Greenwich o oltre. Avevano perso la cognizione del tempo e dello spazio, nuotando in quella sorta di limbo onirico dove tutto sembrava possibile.

Si addormentarono uno addosso all'altro, con il sole nascente che faceva brillare le ultime gocce d'acqua sui loro corpi seminudi, in quel momento erano davvero degli esseri fatati, creature slegate dalle comuni regole della fisica e della logica, galleggiavano in una dimensione parallela, dove soltanto l'attimo e la bellezza avevano un senso.

 

I ragazzi sembravano disposti ad assaporare ogni stravaganza che la vita aveva da offrire, senza alcun freno, come se una potente corrente li trascinasse da un'esperienza all'altra, sempre più a fondo nel vortice dell'urgenza.

Fu così che finirono per frequentare un attico a Chelsea, uno di quei luoghi esclusivi dove l'eccesso era la norma. Le pareti sottili non facevano che amplificare il costante frastuono di musica assordante, risate isteriche e il fruscio sospetto di bustine di plastica.

C'erano modelle anoressiche che si trascinavano per le stanze con le ossa sporgenti e gli occhi incavati, proprietarie di tragiche bellezze di sapore antico, c'erano fotografi ragazzini dall'aria trasandata che si appiccicavano addosso con obbiettivi inadeguatamente sporgenti, cercando di catturare quel languido erotismo decadente.

E poi c'erano i musicisti pop di band di medio successo, i rampolli di famiglie dell'alta borghesia, e tutti trascinavano le loro giornate in un limbo fatto di drink e sostanze.

Nel mezzo di questo tableau vivant di decadentismo fuori tempo massimo, i ragazzi si muovevano come pesci nell'acqua. Avevano come l'impressione di essere approdati nel loro ambiente naturale, dove ogni regola sociale e morale poteva essere allegramente ignorata, perché non importava a nessuno. Bevevano fino a cadere storditi, e poi smack come fosse acqua gassata, dopo ancora si abbandonavano a orge nelle quali non sempre riuscivano a dipanare con chi fossero esattamente stati coinvolti.

Le ore, i giorni, le notti trascorrevano tutte nello stesso modo indistinto, dove le varie attività si mescolavano in un indistinguibile vortice di piacere e oblio, si susseguivano momenti in cui uno dei ragazzi si ritrovava con il viso affondato nel grembo di una modella smunta, mentre dietro di loro un fotografo attento sembrava armarsi per incorniciare l'amplesso con la sua portatile.

Altri si svegliavano dal sonno indotto dalla roba, ancora nudi e intrecciati tra loro, mentre altri ancora arrivavano e andavano, guidati solo da scosse di temporanee voglie e impulsi libidinosi. Certi giorni, o forse erano giorni, o forse ancora settimane chissà, certe volte insomma era un vero e proprio viavai incessante di corpi e vizi che si rincorrevano senza mai veramente riuscire a saziare. I corpi venivano scambiati e usati alla stregua di mere merci di consumo usa e getta, un groviglio spasmodico di membra e fluidi, accompagnato dallo schioccare di dita secche a misura di bpm.

In alcuni rari momenti di noia qualcuno decideva di trascinarsi fino alla piccola terrazza e ammirare il panorama di tetti che si stendeva davanti a loro, mentre il sole pallido filtrava tra i comignoli e i pinnacoli in mattoni rossi, donando alla scena un'aria irreale e ovattata, come se quel mondo esterno fosse solo un'illusione dipinta, un rassicurante sfondo finto alle loro esistenze, quando invece la realtà continuava a ribollire lì dentro, nel caldo afrore dell'attico dove l'unica misura del tempo erano le bustine accartocciate e bottiglie vuote.

Se qualcuno crollava, gli altri continuavano imperterriti come se nulla fosse, lo scavalcavano come fosse un piccolo inciampo lungo il marciapiede. Oppure lo spostavano in un angolo, forse coprendolo con un lenzuolo, e la danza orgiastica proseguiva incessante, fino a quando perfino i cadaveri iniziavano a partecipare, con le loro membra irrigidite e le labbra livide che si torcevano in un ghigno.

Intanto trascorrevano giorni, settimane, mesi? Nessuno lo sapeva con certezza, il tempo non aveva più alcuna presa su quegli esseri e soprattutto aveva perso di ogni significato. Quei ragazzi erano i raminghi dell'oblio, viandanti che percorrevano questa ultima tappa a passo di danza tra le rovine del loro essere. Alcuni forse sarebbero sopravvissuti, brandendo le stimmate di quell'esperienza come sofferte medaglie al valore, ma nel mentre continuavano a ballare folli.

 

Le giornate trascorrevano così in quella sorta di dimensione parallela, come se il mondo reale fosse ormai solo un lontano miraggio. I ragazzi erano corpi in perenne movimento, danzanti nude silhouette che si incrociavano e si univano in nuovi rituali pagani.

Arrivavano attimi in cui uno di loro si ritrovava in un angolo, le membra contratte, mentre qualcun altro si ingegnava pur di non dover interrompere la danza, per tornare subito di nuovo in piedi, così che i corpi si rimettevano a ondeggiare e contorcersi inseguendo l'estasi di quel ballo infinito e sfrenato. Finché un altro non crollava, con la schiuma alla bocca e le braccia che battevano debolmente sul pavimento, e allora ci si fermava solo per un istante, quel tanto che bastava a strattonare il corpo e controllare che ancora respirasse. In caso contrario, lo si trascinava nell'angolo con gli altri, unendolo alla pila di carne inerte, che tanto sarebbe tornato comunque a ballare di lì a poco.

Quasi sempre era il momento dei fotografi, che impugnavano le loro macchine come prolungamenti osceni, attenti a catturare ogni depravazione nell'atto di compiersi, zoomando sui volti straziati di piacere e dolore, sulle ferite, sui rivoli di sangue che si mescolavano ai fluidi corporei più innocenti. Ogni scatto era un'istantanea di quel distillato, una sorta di contrappasso per eccellenza, fotogrammi di carne lacerata, lividi, morsi inferti nell'ardore della passione brutale.

A volte arrivavano ospiti dall'esterno, nobili sazi o businessman annoiati che pagavano cifre folli per un assaggio di quel mondo degradato. Partecipavano per una notte, forse due, poi tornavano alle loro vite ordinate e rispettabili con ancora l'alito del sesso e delle tossine nelle narici.

Eppure in mezzo a tutto quel caos esistevano ancora momenti di strana tenerezza e intimità, come quando due dei ragazzi si ritrovavano seduti sul davanzale, a guardare fuori nel cielo terso di una nuova alba. Lei con la schiena appoggiata al suo petto, le gambe abbandonate lungo la sua coscia, entrambi fradici di sudore e altri umori. Lui le accarezzava i capelli con lentezza, scostando le ciocche impiastrate sulla fronte, lei sorrideva debolmente, gli occhi semichiusi ma ancora abbastanza languidi da emanare un'aura di perfetta beatitudine. Qualche graffio sul collo, una scottatura di sigaretta sul braccio, eppure sembrava così appagata in quell'istante di tregua. Lui si chinava e le baciava la fronte, respirando il suo odore ormai così familiare, poi le labbra si univano in un bacio prolungato dove le loro lingue si ritrovavano con la stessa passione costante di quei giorni, di quelle settimane, di quei mesi, quale che fosse l'unità di misura del tempo. Era una danza più intima, un lento e ipnotico amplesso di muscoli e fluidi che li avrebbe comunque ricondotti alla frenesia generale.

 

Dopo, è difficile dire cosa sia successo esattamente. Le memorie di quei giorni e notti trascorse in quella dimensione parallela iniziarono a dissolversi con il passare del tempo, come visioni oniriche troppo vivide per durare una volta svegli. Più passavano gli anni più rimanevano solo frammenti, istantanee impresse nelle menti che andavano però poco a poco scolorendosi.

Per alcuni ci fu un cammino più arduo del previsto, fino a riemergere in una realtà che improvvisamente appariva slavata e priva di mordente. Come poteva la vita ordinaria competere con le vette che avevano imparato a scalare con tanta feroce dedizione?

Per altri invece fu quasi naturale, come liberarsi di un'ossessione ormai esaurita, un capitolo da archiviare prima di iniziarne un altro più conforme alle attese sociali. Entrambi i percorsi comunque conducevano alla medesima disillusione finale: il mondo che avevano conosciuto, quel vortice che avevano cavalcato, non esisteva più, inghiottito dalle loro stesse eccedenze.

Ciò che restava erano soltanto loro stessi, individui nuovamente autonomi e costretti ad affrontare responsabilità prima rimosse. La vita faceva il suo corso, inesorabilmente, si formavano famiglie, si trovavano impieghi più o meno gratificanti, tutto pareva procedere seguendo quel percorso asfittico e rassicurante che la società trama per le sue pecorelle più remissive.

Eppure, in rari momenti di requie, i ricordi di quelle esperienze riaffioravano prepotentemente, gli odori, il tanfo, i sapori, le visioni di corpi annodati con le pupille che ruotavano folli nelle orbite mentre l'estasi esplodeva in spasmi incontrollabili.

E in quei momenti una fitta quasi insopportabile premeva nel petto, non solo per le sensazioni trascorse, per quei giorni selvaggi in cui avevano sfidato ogni limite immaginabile, ma soprattutto per il senso di libertà assoluta che quelle esperienze avevano rappresentato.

Ricordavano le notti passate abbracciati in qualche lurido sgabuzzino, a colloquiare fittamente delle grandi verità dell'esistenza come se nient'altro avesse importanza - e a pensarci bene, cosa può averne? Oppure i giorni trascorsi a errabondare senza meta per le strade della città, indipendentemente da quale città fosse, fermandosi solo per ridere di fronte alle assurdità del mondo.

Era quello lo spirito che più mancava, quel legame profondo che li aveva uniti al di là delle semplici fisicità. Si erano giurati di essere fratelli, di restare tali per tutta la vita, capaci di affrontare sfide impossibili pur di non separarsi mai. Eppure poi il mondo era andato avanti, e con esso i suoi piccoli e grandi compromessi. Chi aveva scelto un impiego con cravatta e tutto il repertorio, chi aveva preferito una vita più eccentrica nella creatività degli ambienti artistici, cercando di non scendere troppo a patti con la società borghese. Ma alla fine, la prigione era sempre quella di un'esistenza divenuta routinaria e soffocante.

Non c'era mai tempo come prima, quando le giornate scivolavano via tra un'avventura e l'altra, in un'interminabile festa durata anni. Ora invece c'erano responsabilità da assolvere, doveri da rispettare, ruoli prestabiliti in cui essere costretti a recitare. La vita era diventata un susseguirsi di appuntamenti e prospettive da assecondare, ogni passo verso il futuro già accuratamente segnato.

Eppure in tutto questo, nelle vite ormai radicalmente divise che conducevano, quella nostalgia per la fratellanza perduta non cessava mai di riaffiorare prepotente, perché in fondo, nonostante tutto ciò che avevano attraversato, nonostante le discese agli inferi e le profonde crisi esistenziali, quello che avevano condiviso restava un'esperienza sacra. Un'iniziazione che li aveva forgiati, trasformandoli da semplici ragazzi in qualcosa di molto più inscindibile e profondo.

Ed era forse questa la ferita che più doleva, la certezza che quell'assoluta intimità e unione e libertà non sarebbero più tornate, disperse dalle vite divergenti che adesso conducevano in quella che una volta chiamavano con scherno la prigione del reale.

Certo di tanto in tanto si rincontravano, si ritrovavano per delle bevute malinconiche durante le quali tutta quell'intensità sembrava per un attimo riemergere. Si guardavano negli occhi e leggevano le medesime domande silenziose che non c'era bisogno di porre: ricordi quella volta? e quell'altra? eravamo così vivi...

Poi il momento passava, inghiottito di nuovo dalle rispettive esistenze, e mentre uno ripartiva per il proprio ufficio o il proprio studio d'artista, tutti si rituffavano nelle proprie routinarie miserie familiari. Non importava più il mondo che avevano conosciuto, le sue estasi e i suoi down, quel fuoco si era definitivamente spento, soffocato dall'ingranaggio inesorabile che era appunto la realtà.

 

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