Chiedi chi era Francesco Melosio
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Chiedi chi era Francesco Melosio

Di Melosio in generale, di tutto in particolare:

Il Chiar.mo Prof. che, persa una scommessa,

Scommettiamo che starnutisco ad occhi aperti?», diceva ad un collega, secondo testimoni)

si vedesse obbligato alla penitenza di aggiornare all’anno corrente il celebre Inventaire sommaire des choses usées & usées anterieures à 1790 [Inventario sommario delle cose logore & consunte anteriore al 1790], avrebbe l’imbarazzo della scelta su cosa iniziare ad inventariare: forse che negli ultimi 200 e rotti anni le cose hanno smesso di logorarsi?

Mi sembra di sentirlo, il dotto

(«Neanche sulla solerzia delle mie palpebre posso ormai più contare, sob!»)

mentre pastrugna l’Inventaire rigonfio di bile.

Se ci fossi io nei suoi panni, intanto non ci sarei – perché non è mia abitudine far comunella con il demone dell’azzardo. In secondo luogo, attorniato da quel logorio tutto concettuale, la prima cosa a venirmi in mente sarebbe l’Ernesto Calindri del Carosello Cynar. C’è l'Ernestone nazionale in B/N, sornione come solo lui, intronato in mezzo a un incrocio nell’ora di punta, talmente seduto che in confronto una Mater Matuta si sta solo ristorando le chiappe. Sorseggia il cordialino e sentenzia: Contro il logorìo della vita moderna... Cynar.

Capisci come quel liquorino al carciofo (dalle riconosciute virtù salutari, perché le entragne te le racconcia anzichenò e ancor più corroborante se confortato da una sifonata di seltz) smette di essere solo un liquorino al carciofo, per assurgere a una dimensione epica: diventa questa sorta di liquefatto Leonida che cerca di impedire l’avanzata del tremendo logorìo persiano.

Da Calindri ai massimi sistemi, poi, è un attimo:

(melodrammatico) Se solo ci fosse un aperitivo contro ogni logorìo! Da ingollarsi – più o meno platonicamente – per impedirne l’avanzata! Le cose smetterebbero di deperire, rimarrebbe tutto vivido! Certo, la cirrosi – più o meno platonica – non ce la leverebbe nessuno, ma vuoi mettere?

E veniamo a noi:

C’è un capitolo dell’Inventaire, quello originale, non lo smanacciato dal luminare, in cui la chose usée è la poesia secentesca, l’imbolsimento cui giunse nelle sue fasi terminali, con la pòra Calliope sempre più garrotata da un virtuosismo fine a sé stesso.

Il quesito allora sorge spontaneo. O almeno è sorto spontaneo all’Alciati che nel suo fondamentale La questione del sentore di catastrofe si è chiesto:

“(...) Il degrado si poteva evitare? Se non fosse decaduta, la poesia 600esca sarebbe comunque sfociata in quella del ‘700? Poteva conservarsi vitale, poteva perdurare? A che prezzo? E se lei si piaceva così? (…) Idealmente, quale cynarino poteva scolarsi quel secolo fracassone per arrestare il logorìo delle sue Lettere e conservarle fulgide? (…) Dice, conservarle... conservazione... sale! (salt!) Un sale tutto linguaiolo, d’inchiostro, si capisce. Ergo una scrittura – se mi è consentito un accostamento paretimologico – salace q.b.! Largo al pungente, dunque, al caustico, all’eteroclito... largo al punticcio!”

Ta-daaan! Al? Punticcio. Neologismo che dobbiamo a un bibliotecario di Pianello Val Tidone, sig. Genesio, coniato per rendere in italiano l’inglese pun, quel giochino tutto verbale che si fonda sui diversi significati di una stessa parola. Da cui il derivato: punticciatore*.

(*Che soprannome per un generale romano! Chessò un Quinto Fabio Massimo detto Puntixator, che cercava di sopraffare i condottieri nemici prendendoli per sfinimento con irritantissimi giochi di parole livello: squallido zio Armando dopo quattro limoncelli post pranzo di Natale).

E veniamo a noi (deja vù):

Dei vari punticciatori che hanno lardellato il XVII sec. io ne avrei scelto uno in particolare, un soggettone che molto mi sconfinfera e che, Carosello per Carosello, presento così:

(Celeberrima sigla)

EST. GIORNO. Metà ‘600, meno un quarto. Ernesto Calindri è seduto su una sedia Savonarola, nel mezzo di un quadrivio. Con la gorgiera. Sfoglia un volume fresco fresco di torchio e sentenzia:

Contro il tarantantara sonante della poesia barocca... Melosio.

Presente! E dall’ultima fila nell’aula delle Patrie Lettere ecco saettare in aria il braccio destro di Melosio Francesco, da Città della Pieve.

«Carabinieri, Città della Pieve!», bofonchiava Vincenzo Crocitti con quel suo fare da bonzo e l’occhietto sul trigliesco andante, ogni volta che da copione doveva rispondere al telefono della caserma.

È il 2002, sei spiaggiato sul divano, grufola il telecomando finché non trova un Canale 5, stanno per trasmettere la nuova puntata di Carabinieri, alla vita chiedi solo che niente o nessuno soggiunga a scassinarti le coglia per la successiva oretta di fiction.

Non abbiamo a disposizione il tempo (e forse neanche la voglia) per provare a rispondere ai quesiti che l’Alciati si pone in quel suo Sentore, tra gli altri:

-        dell’ombra proiettata dal Melosio su un muro nei pressi della piazza principale (primo square) in un pomeriggio del luglio 1668, è rimasta qualche traccia, 300 anni dopo, nella foto che davanti allo stesso muro la sig.ra Accoto Angela estorce a una Manuela Arcuri a zonzo?;

-        se Melosio avesse saputo che i locali della bottega in cui una mattina di marzo incontra la prosperosa Donna Lalla (cui più di un pensiero sconcio ha dedicato negli anni dell’adolescenza) tre secoli dopo sarebbero diventati la toilette-in-fondo-a-destra di un Baretto Sport qualunque, in cui un trafelato Andrea Roncato, in una pausa dalle riprese, si fionda per mingere la madre di tutte le pisciate – be’ il Poeta si sarebbe chinato lo stesso, come fece, per raccogliere lo scialle caduto alla squinzia o si sarebbe solo limitato a guardarlo con sufficienza?

 dunque procediamo.

 Di Melosio in particolare, di tutto in generale:

Francesco M., divenuto ormai un ometto e bruciandogli dentro il Sacro Fuoco dell’Arte®, da Città della Pieve trasmigra in quella Roma che, per sua stessa ammissione, ammaestrommi. Sorta di Leonard Zelig dei suoi giorni, eccotelo cicciar fuori (più grumo che non ingrediente amalgamato), dalla crème dell’ambiente barocco capitolino, dal cenacolo intellettuale dell’amico Massimiliano Palombara (della Premiata Ditta “Infissi magici & Co.” con sede in P.zza Vittorio Emanuele II), più in generale da ovunque ci sia da sbafare, meritandosi così un capitolo tutto suo in quella Storia della Pitoccheria che prima o poi qualche pio dovrà pure scrivere (capitoletto arricchito (almeno lui) da ritratto seppiato in apertura e motto latino: “Primum scroccare, deinde vivere”).

Il suo habitat di elezione, quello in cui si muove con nonchalance invidiabile e può dare il meglio di sé, è l’Accademia degli Umoristi, che non hanno chiamato Congrega degli Scrocconi perché pareva brutto.

A Roma è una lotta quotidiana per la sopravvivenza, ogni giorno un Melosio si sveglia e sa che dovrà correre più veloce dell’aristocratico a cui vuol poppare la saccoccia, in fuga per scansarlo. Per adattarsi meglio al nuovo ecosistema, inizia ad evolversi, ed è così che un mattino, al risveglio dopo un sonno tormentato dai morsi della fame, Francesco Melosio si trovò trasformato in una bùfaga (Buphagus BRISSON, 1760. Con quel suo cinguettìo tipico: spretiù-zquia-pi-pi-zquia).

Hai presente quegli uccellini in chiave di ridicolo appollaiati sul groppone dell’ippopotamo, del rinoceronte? Benone. Detto pennuto nel momento topico del salto evolutivo deve aver pensato: Perché faticare? Perché lanciarsi in estenuanti battute di caccia, quando posso rimanermene in panciolle sul postergo di uno gnu, placido come la matrioska sulla mensola impolverata di una zitella del parmense?

Melosio : bùfaga = Caterina di Svevia : groppa da nettàre.

Dice, tutto ‘sto fu-fu ma almeno ce l’avrà fatta a sbarcare il lunario, no?

Certo! Se per sbarcare il lunario si intende che è costretto a vivere in un

(…) tugurio così stretto
che nemmen si può dire gabinetto,
ché di gabbia sporca ha la sembianza.

 (pur sempre un Taj Mahal in confronto a certe singole in subaffitto a Bologna (NO fumatori, NO dams. E sui fumatori si può mediare)).

Ma non è tutto:

per non perder sull’uscio ognor la chioma
son forzato d’entrar piegato e chino
come un cammello (...)

che fa tanto l’Amleto ma riscritto da Mel Brooks, «Potrei rimanere confinato in un bugigattolo, e credermi il re di una scoliosi infinita...».

Non lo paga nessuno, scrocca ovunque e a chiunque: se non ci arriva con l’acume delle sue freddure, sfodera il sempresubdolo occhione supplichevole,

Deh, se pur un Orfeo non mi stimate

non vogliate signor che ai versi miei

invece di danari corran sassate (...)

La sua abilità nel pietire dev’essere però peggiore del senso per gli affari (e quello fa acqua da tutte le parti) perché la situazione precipita e arrivano i crampi allo stomaco,

Ch’io cercai fama, e trovai fame solo

(e per fame impegnai cappa e camisa)

che gli procurano illuminazioni eretiche sulla via per Damasco: arriva a tanto così dal rinnegare la fede. Bruciare sul rogo: della serie “Combattere la fame, lo stai facendo nel modo giusto”.

 Con le budella mie farò dieta
o di qui bestemmiando a tutte l’ore
sarà forza ch’io parta senza fede
se non voglio morire creditore.

È davanti a un bivio, che fare? Abbandonare i sogni di gloria e trovarsi un impiego che garantisca un’entrata regolare, o continuare una carriera letteraria talmente irta di ostacoli che ormai è diventata una puntata di Giochi senza Frontiere per la conquista del Fallimento? Da persona matura, sceglie l’opzione con il jolly-piattole.

La scarogna si abbatte su di lui con abnegazione rara, che in confronto il compagno Stakanov è Lucignolo. Un incendio brucia il tugurio di cui sopra e peggio ancora: la notte non riesce a chiudere occhio per il rumore che viene da fuori.

Sentirvi in piazza il naso gocciolare
e non avere appresso il fazzoletto.
Trovar fatta alla stringa un nodo stretto
quando s’ha maggior furia di cacare (…)
Ciascuna di tali cose è gran martìre
ma vince tutte insieme a paragone
lo star nel letto e non poter dormire.

Quando non è impegnato a scavare a mani nude il fondo del barile esistenziale che ha raggiunto, per capitolare così ancora più in giù, scrive. Di tutto: recitativi, quadernari, strambotti, versi Alla Sua Donna (cui) puzzano i piedi, ma non si preoccupa di stampare nulla. Eccelle nel lancio di anatemi a mezzo sonetto:

(…) e prìa che cresca, il nome tu disperda
e se a Mida cangiossi il tutto in oro
ciò che tocchi, a te si cangi in merda.

Incanta i contemporanei con le sue freddure, suscita le risa degli Accademici Umoristici con il suo capolavoro Discorsi degli spropositi: ossia lezioni senza soggetto, apoteosi del nonsense e del gioco di parole che al confronto Campanile ‘ussa via, Petrolini scansate, e Totò se lo pappàmo a colazione. Per tutti è “imbattibile nell’arte difficile e nuova – è il ‘600 bellezza! – di concepire pensieri bizzarri e pellegrini per cui faceva molto del niente”.

Non sappiamo se lascia più manoscritti o conti da saldare, al Prefatore delle sue opere il compito di raccoglierli e pubblicarli. La prima edizione del suo Poesie e prose vede la luce postumo a Cosmopoli (1672). Il lettore è avvertito che troverà “sparso questo volume di mille amenità, che non pungono ma solleticano” (: può avere effetti collaterali anche esilaranti) e il suo Autore è presentato come un fu-“grande ingegno, unico cigno... ape famosa”.

E allora se lo tengano gli inglesi quell’Alessandro Pope, “vespa di Twickenham”, ché noi ci abbiamo Francesco Melosio, “il bombo di Città della Pieve”!

Tra le poesie più ispirate e riuscite, sicuramente quella dedicata Alli poeti del suo tempo, in cui accusa i contemporanei di avere uno stile che è gonfio, un tarantantara sonante e nulla più con cui riempiono i loro fogliacci di versi giganti...ma concetti nani.

Ultimo aneddoto e poi saluti&baci.

Un ubriacone gli chiedeva in prestito un libro. Il Nostro non si scompone e la butta sull’idrofobia tipica dell’avvinnazzato:

Un libro mi chiedete
onde per soddisfare il vostro umore,
cerco più di un autore.
Non vi mando il Petrarca
perché so bene che l’altro dì vi spiacque
quella canzon che dice
Chiare, fresche e dolci acque.
Il Marino, che dal mare il nome prende,
non può piacervi molto
ché se l’acqua vi turba un sol bicchiero
e che farebbe un Oceano intero?

Da-bum-tsss.

Si è fatta una certa età. È il momento per lui di tornare a Città della Pieve,

(e privarsi di un ultimo Alciati prima dell’adieu?

“(...) Melosio poteva prevedere che a inizi 2000 quello stesso identico selciato, su cui si trascina meditando su che intingolo meglio si sposi al cappone appena comprato, l’avrebbe calpestato anche una moracciona di Anagni a nome Manuela? Quali reazioni ha prodotto il sovrapporsi dell’impronta del Poeta con quella dell’ex modella maggiorata?”)

dove rimane fino alla morte. Negli ultimi anni pare avesse abbandonato la Poesia e abbracciato l’abito talare. Non è scroccare, se la chiami questua.

Giace il Melosio in questa fossa oscura
dalle facezie sue reso immortale (…)

Se (Dio non voglia) per i suoi peccati

fosse andato laggiù nei cupi abissi

farìa crepar di risa anco i dannati.

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