Sarebbe sollevante svegliarmi una mattina e potermi dire: “questa persona che è qui accanto a me io so chi è e lei, di me, lo stesso”.
Lucio era un bravo ragazzo. Lucio era quel tipo di ragazzo che quando lo chiudevi a chiave in palestra e decidevi di fare un bel falò con i suoi vestiti, si preoccupava in anticipo che le finestre degli spogliatoi fossero aperte così che non suonasse l’allarme antincendio.
Così, un bel giorno, qualcuno inventò la formula matematica della felicità umana. Non era stato un matematico a trovarla, figuriamoci – i matematici erano troppo occupati a essere infelici per preoccuparsi di cose simili.
Di mattina mi alzo e faccio colazione. L'ho sempre fatta. Un tempo la facevo in modo diverso. Quel tempo che è stato ma sembra non esserci mai stato.
Cuori di tenebra è una rubrica che vuole raccontare i villain più famosi e importanti della storia della letteratura.
Patrick Bateman, protagonista di American Psycho di Bret Easton Ellis, è allo stesso tempo la rappresentazione di uno psicopatico e il ritratto di un uomo vuoto, riflesso del capitalismo degli anni Ottanta.
Quella mattina l’aria odorava di polvere, sudore, ruggine ed erba seccata dal sole. Io ero lì, in una bolla del tempo vuota, incostante e perfetta, con il frinio delle cicale che assordavano anche il silenzio. Avevo la gola arsa da una sete distante, gli occhi stropicciati fino a piangere, ma non sentivo niente: restavo lì.
L’inizio di gennaio era il periodo ideale per indossare il lutto, piangere i propri defunti, onorare la loro assenza che in certi casi riempiva la vita più di quanto lo avesse fatto la loro presenza.
Il campanello sopra la porta tintinnò alle 23:43, e Rob alzò gli occhi dalla rivista che stava sfogliando con un sospiro che sapeva di stanchezza e di quella particolare irritazione che arriva solo dopo otto ore consecutive dietro al bancone di un minimarket.