Elisa prepara il caffè alle sette meno dieci perché alle sette Livio deve essere già fuori dalla doccia. La moka è quella che hanno ricevuto come regalo di nozze dalla zia di lui che adesso è morta da quattro anni, il manico si è rotto due volte e l'hanno incollato con la colla per plastica che non tiene mai come dovrebbe.
Sentiva l’impulso di scappare. Prendeva boccate d’aria con l’ingordigia di chi annega. Si passava la mano sulla testa pelata e la trovava umida come quando il nonno lo portava a fare il giro dell’orto in cerca delle zucche velate di rugiada.
Tea aveva gli occhi grandi. Forse anche un po’ tondi, a essere pienamente sinceri.
Da un anno e mezzo, quando entro in una stanza, non ci sto. Entro, saluto, mi metto seduta, e quelli parlano tra loro. Guardano il bicchiere, il muro dietro di me, le mani loro. Lei mi pare uno che se ne intende. Mi spieghi perché non mi vedono, e me lo sistemi.
Novantadue pagine, interlinea singola, margini standard. Il carattere è Times New Roman, corpo 12, che non sono le caratteristiche che Renato avrebbe voluto per sé, potendo scegliere, ma d'altra parte non è che ai documenti venga chiesta un'opinione.
Forse la mia generazione è nata in una situazione migliore, più stabile. Non abbiamo avuto guerre. In realtà poi abbiamo avuto guerre, ma non è seguito il boom del dopoguerra, forse perché sono state guerre diverse?
Rossopelo e Biancollare emersero coi loro musetti di tra l'erba per scrutare dall'alto il paese che si estendeva al di sotto. Mentre lasciavano che le loro code oscillassero insieme agli steli spazzati dal vento, muovevano piano gli occhi arancioni sulle case e gli edifici. Non c'erano segni di attività fin dove riuscivano a scorgere, ma sapevano che le vie del centro, gli stretti budelli tra muri bui in mattone e cemento, fremevano di voci e commerci.