Continua l'analisi di Alessio Campese sull'opera di David Lynch, che più che un approfondimento sulle singole pellicole vuole spingerci a riflettere sui significati più profondi dei film del regista, affrontando oggi la questione del suono, o dell'assenza dello stesso.
Oggi Renato sente che c’è qualcosa di diverso. Finalmente è arrivato il pizzicore che stava aspettando. Nel punto molle tra il pollice e l’indice, la pelle gli si sta aprendo come una porta minuscola.
Arrivò al Belgrano nell'autunno del 1985 con un libro di Baudelaire sotto il braccio, i capelli lunghi fino alle spalle e lo sguardo di chi ha capito qualcosa che gli altri stanno ancora cercando.
Esistono città che illogicamente vengono intuite dai loro abitanti come immense, tentacolari, senza esserlo. La mia per esempio.
Tea per prima cosa apriva il rubinetto del lavandino per evitare che l’acqua con cui si lavava il viso fosse fastidiosamente fredda, dal momento che al mattino è chiaro che si vogliano solo cose calde e, come dire, accoglienti.
Al risveglio credette di essere diventato cieco, tanto era abissale quel buio. Fu quando cercò a tastoni il telefono, e invece del comodino trovò la pietra, che capì non essere la vista il problema.
L'app non era pubblicizzata. Non si trovava sugli store ufficiali. Non aveva recensioni, né stelline, né veniva suggerita da quegli algoritmi che dicono "potrebbe piacerti anche". Pareva si potesse scaricare solo se te la inviava qualcuno che l'aveva già usata, una sorta di passaparola segreto.
Com’era il mondo prima? Era violento. La violenza c’era nella realtà e anche nella finzione. Rappresentava probabilmente un bisogno esteriore e interiore. Nella realtà era un problema, nella finzione non lo era.