Supergirl
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Supergirl

 

Questo non sarebbe dovuto succedere a me.

Perché io avevo quelle bacchette magiche.

Trasformarmi è sempre stata la mia specialità.

In realtà puoi trasformarti con qualsiasi cosa: una bacchetta con un cuore sulla cima, uno specchietto magico, un bracciale donato da un folletto, un fermacapelli. E io, modestamente, in questo sono sempre stata la più brava.

Va capito che non giocavo alla bambina magica, io ero una bambina magica.

Conoscevo le formule tutte a memoria e le utilizzavo ogni volta che serviva. Diventavo poi sempre nelle varie occasioni: più bella, più speciale, qualche volta una Supergirl. Potevo far spuntare fiori colorati e rendere allegra la vita delle persone. Sapevo fare trucchi magici per stupire il pubblico ed ero grande all’improvviso, ed ero una pop star.
Per far accadere questo bastava girare alcune volte su se stessi.

Poi con la fantasia e un tocco di magia Yu ora non c’è più, e invece Creamy ci sei tu.

La bambina magica esisteva in un mondo fatto interamente di magie, nel quale l’affetto era illimitato e le braccia della nonna erano ferme ed enormi. La sua cucina era sempre piena di fumo di sigaretta. Noi bambini ci muovevamo in un contesto di giochi eterni, magie natalizie e stupidi sogni. Avevamo tutto ciò che potessimo desiderare. Ma poi quel tempo finì e se ne andò pure la nonna, in un giorno in cui le avevamo portato le fragole da mangiare in ospedale.
E io diventai la prima della classe. A quel punto serviva qualche altra cosa che mi rendesse speciale.
Ho provato a restare speciale per anni. Ho tenuto sul comodino la bacchetta magica in un portapenne. Mi sono detta che comunque, nel bene o nel male, io ero una Supergirl.
Era strano, ma nel mondo reale era molto difficile continuare a essere una bambina magica. C’era qualcosa che stonava e nuvole nere sempre basse all’orizzonte, anche se poi, voltandoti dall’altra parte, il cielo sembrava essere ancora limpido.

Un giorno ero grande e me ne sono andata da sola in Argentina. Ho volato da sola, di notte, per quattordici ore. Io che ho paura dell’aereo. Ho guardato dei film durante tutto il volo perché non potevo dormire e mi sono detta che comunque le turbolenze sono una cosa normale, normale, normale. Sono atterrata all’aeroporto di Buenos Aires alle sei di mattina, non avevo chiuso occhio, era un delirio essere lì. Mi sono chiesta ma che ci faccio qua? È venuto a prendermi un uomo che non avevo mai visto, amico di un’amica, prima di accompagnarmi in albergo doveva fare una commissione in tribunale, era un avvocato. A Buenos Aires era pieno inverno e io avevo gli abiti di agosto, ero in tribunale con lo zaino da trekking. E poi è stato meraviglioso, ho bevuto un cappuccino a La Boca, ho ballato il tango dalle tre del pomeriggio alle dieci di sera sotto un cavalcavia, ho visto le cascate che chiamano Gola del Diavolo e ho pensato per un attimo che esistesse Dio. In quel momento avevo i miei superpoteri, li sentivo forti e chiari poggiati sulla punta delle mie dita.


E poi proprio io sono caduta in una cosa inverosimile per una Supergirl.

Quando ho conosciuto il padre di mio figlio l’ho trovato perfetto, ho pensato che chiudesse il cerchio. Non sapevo che soffrisse di disturbo narcisistico della personalità e non l’ho saputo per tanti anni ancora, anche se qualcosa vedevo.
Vedevo la realtà intorno a me che si erodeva, come se un pezzo alla volta mi venisse portata via, come quando il Nulla si mangia Fantasia pezzo per pezzo.
È stato così che sono diventata un caso di cronaca. Un caso di cronaca banale. Una voce nell’elenco di centinaia di migliaia di donne che compaiono in quelle campagne sulla violenza domestica in TV. Ho composto il telefono di un centro antiviolenza e mi sono sentita un numero nella banalità di quel gesto, un numero nella trivialità di un conteggio che si può trovare su Televideo.
Le ragazze del centro mi hanno accolta ordinando il caffè, e mi hanno chiesto se si dovesse accendere la stufetta, se avessi freddo. Ma era già troppo tardi.

Mi sono guardata allo specchio e ho visto. Ho visto cosa era successo a quella donna che aveva messo piede in Argentina con i sandali in pieno inverno dicendosi: però, dai. Che roba.

Ho visto che ricordavo appena chi ero. Non mi fidavo più di nessuno. Passavo gran parte della giornata in silenzio. Sapevo fare tutto, ma non sapevo fare niente. E ho sentito voci intorno a me. Voci che dicevano: sarai pure la prima della classe, però, che roba! Guardati allo specchio, sei un numero. Sei solo un numero, un numero, un numero inutile che per sempre resterai.

È stato allora che ho cercato la bacchetta magica, l’ho cercata come una forsennata. Non ero certa di ricordare la formula, però forse, con uno sforzo di memoria…

Poi Creamy quando vuoi tornare Yu tu puoi.

Giro tre volte su me stessa, faccio altri tre giri; disegno una stella nell’aria: nessuna trasformazione.


Doveva esserci un altro modo.

 

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