Sacrifici e profezie
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Sacrifici e profezie

Sono affossati su un lenzuolo pulito, ora sudato, che li separa dal letto dove lei troverà riposo questa notte e per i prossimi giorni. Piccole gocce scintillano tra i suoi seni. La luce soffusa dell’abat-jour si scontra con lo schermo dello smartphone che, posto sull’amplificatore portatile, suona musica sudamericana. A quanto pare, sono venuti entrambi. Lui ne è soddisfatto. E anche lei sembra serena, rilassata. Così arriva il momento di rompere il ghiaccio, giusto per riprendere un attimo fiato, e iniziano a parlare. La conversazione, però, scivola da subito su toni molto confidenziali, che lo sorprendono.
Lei è giovane, dice di avere ventisette anni. Ha una figlia, e i sacrifici che fa per lei – è chiaro – sono ciò di cui vuole parlare. E lo fa con naturalezza. È separata da qualche mese, con il compagno hanno deciso di tenere la custodia congiunta, una settimana per uno, così che lei abbia possibilità di lavorare, di riprendere questo lavoro dopo tre anni. Non avrebbe voluto, ma non ha mai fatto altro. Tuttavia sogna di aprire un centro estetico, o anche soltanto di fare l’estetista. È difficile, dice, serve un corso, esperienza, e lei, da sempre, ha curato solo il suo corpo. E il suo corpo è tonico, bellissimo, pensa lui mentre ascolta attento, aspettando che lei finisca ogni frase prima di fare un’altra domanda in modo cortese, pertinente.
Trascorre del tempo e iniziano a sentire freddo. Si scaldano con i corpi, si avvolgono come possono con il lenzuolo. Passa quasi un’ora e lei non risponde al telefono, che pure lampeggia di continuo. C’è qualcosa di naturalmente pacifico. E questa naturalezza li sta ammaliando. È bello poter parlare con qualcuno così come stanno facendo e se lo confessano. È dolce. E così lei rompe ancor più gli indugi: gli chiede se gli farebbe piacere uscire una volta quando torna in città. Lui risponde di sì, in modo compassato, eppure in testa gli erompono mille immagini. Una compagna, già fantastica di aver trovato una compagna. Non importa che abbia una figlia, non conta il lavoro che fa, è una possibilità e tanto gli basta per godere più dell’amplesso. Si sta consumando vera intimità, ne è convinto. Ne sono convinti entrambi.

È ormai ora di cena. Lui deve andare, ha una birra con gli amici a cui rinuncerebbe volentieri, ma lei dice di aver fame e che deve ricominciare a rispondere al telefono. Hanno una promessa, però, rivedersi fuori da quella stanza in affitto, come persone normali. Ecco perché prova un imbarazzo penetrante quando arriva il momento di versare l’obolo pattuito. La voce di lei, puntuale, arriva in soccorso: lasciali lì, dice, indossando una vestaglietta presa dall’armadio quasi vuoto. Così lui li poggia sul letto, senza pensarci, senza neanche aver finito di rivestirsi. È però un uragano a voltarsi in un velo trasparente di tessuto rosa, un uragano che scroscia distorsioni in parole tuonanti dall’accento latino: nooo!! Cazzo, che fai?! Ma sei scemo? Porta sfiga! Ma non lo sai, ma che cazzo! I soldi sul letto, cazzo!
Un attimo ed è alla porta. Un attimo ed è nel corridoio. Abbozza un saluto. E vattene, cazzo!
Ha gelo in petto, la mente che turbina. Vorrebbe scappare, correre giù per le scale. Ma gli occhiali sono rimasti sul comodino.

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