Sonnambuli

Sonnambuli

 

«Chiudi gli occhi. Respira. Uno, due, tre: apri».

La fioca luce dell’alba filtrava attraverso la chioma della quercia. Seguì gli scorci azzurri che contornavano i tortuosi rami dell’albero. Affondò le mani nell’erba umida di rugiada. La pelle divenne d’avorio sfiorata dal vento, mentre l’aria gelida gli dilatava e contraeva i polmoni. Sentì il cinguettio dei primi messaggeri del mattino e l’inafferrabile ronzio degli insetti sfrecciargli vicino. Nella testa appoggiata al tronco nodoso, che scavava nel terreno con le sue radici, la pesantezza dei suoi pensieri si disperdeva. Più in là sulla destra, la brezza che risaliva dal lago, accarezzava le spighe dorate di grano sfregandole le une alle altre, come in una lenta e ritmica danza tribale. All’ombra protettiva dell’albero, Ofeo era a casa.

Quando l’oscurità minacciava di inghiottirlo, tutto ciò di cui aveva bisogno, per ritrovare lucidità, era aspettare l’alba e vedere Anna apparire sulla collina. Solo a quel punto, sentiva i frammenti del suo cuore spezzato ricomporsi. Appena l’avvistò scattò in piedi. La inseguì con gli occhi, strizzandoli per acuire la vista, mentre scompariva inghiottita dal grano e correva lungo la discesa della collina. Il vento riempiva il leggero vestito e le piccole braccia si aprivano all’altezza delle spalle imitando il volo delle aquile. Si lanciava in grandi salti che dettavano il ritmo ai lunghi ricci che fluttuavano nell’aria. I piccoli piedi scalzi si fermarono bruscamente e Yun che le trottava dietro finì contro la sua schiena. Gli occhi di lei s’inchiodarono sul volto del padre. Ricominciò a correre, stavolta verso Ofeo che si inginocchiò e aprì le braccia per accoglierla. Strinse Anna, aggrappandosi al gracile corpo che prendeva forma tra le sue mani. Sentiva le braccia nude avvolgersi intorno al collo, ma il profumo della pelle sfuggiva alle sue narici. La stringeva sempre più forte, ogni volta immaginava fosse l’ultima, per incanalare dentro di sé la sensazione di essere padre.

«Dovresti usare un pettine, sai?» le sussurrò Ofeo passandole le dita tra i riccioli scomposti.

«Non so cosa sia» ribatté con la sua vocina «Poi, io voglio essere pelata. Sì! Pelata come Yun».

Ofeo rise mentre intercettava il migliore amico di Anna che nell’erba brandiva la spada contro nemici invisibili.

«Papà?» bisbigliò Anna, avvicinandosi al suo orecchio «Perché Yun è nato senza capelli?».

«Sai mantenere un segreto?».

«Sì».

«È un guerriero» svelò Ofeo. «Fa parte dell’Armata di Terracotta».

«Davvero?» la bimba strabuzzò gli occhi «È un guerriero come te?».

«Non proprio».

«Tu combatti i mostri dei sonnambuli» ribatté Anna. «Stanotte quanti mostri hai visto?».

«Stanotte ho incontrato il diavolo» le confidò Ofeo «Minacciava di mangiare l’anima a un uomo se non ubbidiva ai suoi ordini».

Il giorno scivolava via, scandito dai racconti di Ofeo. Le sue parole cullavano Anna. Quando il cielo si tingeva di sfumature rossastre, era il momento del disincanto, della delusione che la colpivano ogni volta. Appena il sole scompariva dall’orizzonte, giungeva l’ora in cui suo padre sarebbe andato via. Doveva recarsi dai sonnambuli. Ofeo le aveva spiegato che erano individui intrappolati nei loro sogni, incapaci di svegliarsi, e lui li guariva. Lo sciamano, così lo chiamava Solidea, sua moglie. «Lo sciamano che avrebbe intrecciato il proprio dolore tra le trame dei sogni tessuti».

 

Nella vastità di quel terreno sorgeva un unico edificio, privo di finestre, con soltanto una porta contrassegnata dal numero 54. Nessuno oltrepassava quella soglia se non Ofeo. Lì, tra quei muri silenziosi, riposavano i sonnambuli. A ogni crepuscolo, Anna assisteva al lento allontanarsi di suo padre, mentre si dirigeva verso la porta. Non intravedeva mai il momento in cui Ofeo entrava nell’edificio poiché scivolava in un sonno profondo; rannicchiata tra i fili d’erba si stringeva nella promessa che lui sarebbe tornato il giorno seguente.

Prima di lasciarlo partire, Anna lo abbracciò. Poi, si morse il braccio, la pelle si stracciò come carta, ma la ferita si rimarginò all’istante. Dalle labbra rosee, in un lieve soffio, sfuggì una lucciola che si posò sulla fronte di Ofeo, dissolvendosi contro di essa.

«Portami ovunque tu vada».

 

«Chiudi gli occhi. Respira lentamente. Uno, due, tre: apri».

Percepì le vene e le arterie restringersi sotto la pelle perforata dal gelo. Cercò di respirare ma l’acqua gli entrò nelle narici e nei polmoni. Riemerse in superficie annaspando così forte che sentì il petto bruciare. L’acqua in cui era immerso gli arrivava fino al mento, era rossastra, mescolata al sangue. Al bordo della piscina vide, prima, una chioma bionda, poi, il corpo a testa in giù. Ofeo corse, spingendo il busto in avanti per rendersi più veloce. Quando fu vicino vide il bianco bagnato del vestito a fiori che la rendeva nuda facendone trasparire le forme. Tra le gambe lattee scendeva il cordone ombelicale come un serpente aggrovigliato. Ribaltò il corpo e le alzò un braccio, aveva il polso trapassato da un chiodo e il sangue fuoriusciva e colava lungo il palmo della mano. Le gocce si aggrumavano sulla punta delle dita. Queste, anziché infrangersi nell’acqua seguivano tutt’altra traiettoria. Salivano.

Ofeo alzò il capo e vide un’altra donna a testa in giù. Immersa nel buio di una stanza capovolta, stava seduta e china su un tavolino e su questo un bicchiere, nel quale salendo gocciolava il sangue della ragazza in piscina. Il bicchiere colmo di quel rosso vivo non traboccava. La donna alzò il calice verso di lui. Lo mandò giù tutto di un sorso. Ofeo sentì il cadavere tra le sue braccia farsi pesante, come un macigno. Annegava. Per quanta forza mettesse nel tenerla salda a sé, in superficie, fu trascinato con lei sott’acqua. Fu buio. 

Aprì gli occhi, ma fu come tenerli chiusi. Inspirò profondamente per inghiottire quanta più aria potesse per mandare giù il peso che sentiva bruciare dietro lo sterno. Tastò il suo corpo; era asciutto. Fece un passo indietro, ma il tallone del piede destro si bloccò contro un muro. Il silenzio scandì un suono, ovattato, di un singhiozzare continuo. La porta davanti a lui si aprì e la luce squarciò l’oscurità della stanza. La sagoma sull’uscio non prendeva forma agli occhi di Ofeo; rimaneva un’ombra priva di nitidezza.

«Cosa fai?» era la voce di un uomo.

Ofeo aprì la bocca, ma le parole gli morirono in gola quando lo vide avanzare verso il lettino nell’angolo della camera. Su questo, una bambina raggomitolata su stessa. Singhiozzava, affondando il volto nel peluche che stringeva al petto. L’uomo le passò la mano nei capelli rossi, accarezzandola.

«Ti ha picchiato?» le chiese e lei annuì. «Fammi vedere» continuò «Puoi fidarti dello zio».

Gli bastò una mano per tirarle su il piccolo busto. La bambina alzò la maglia scoprendo i seni, due piccoli boccioli di rosa, pieni di bruciature di sigarette. Lui le accarezzò il petto in modo delicato, passando l’indice, lentamente, su ogni ferita. Un odore di alcol pungeva le narici di Ofeo. Immobile nell’angolo li osservava.

«Ti manca il papà, vero?».

«Sì» disse rigettando la testa nel peluche. «Mamma continua a dirmi che è colpa mia se è andato via» rispose con la bocca premuta contro l’orsacchiotto.

L’uomo oscillò davanti ai suoi occhi una scatola chiusa da un nastro di seta fucsia.

«Buon compleanno, Elena» lei sobbalzò entusiasta «Ma prima devi fare qualcosa per me» aggiunse, mentre indietreggiò verso la porta chiudendola con un calcio. L’odore di alcol si fece sempre più forte.

«Deve essere un gioco segreto tra noi due».

Elena tremava aspettando il suo regalo. Ofeo sentì il pianto di un neonato irrompere così forte nella stanza che dovette tapparsi le orecchie, ma non si placò. Lo strillo sembrava nascere e diffondersi nella sua stessa testa amplificando il dolore che gli martellava il cranio. La bambina guardò Ofeo e una sua lacrima cadde sul peluche. Ogni rumore cessò. Lei, mise le mani davanti agli occhi. Di nuovo, il buio. Nell’aria il disperdersi del graffio metallico della zip dei pantaloni. 

Davanti alla fredda luce dei led che illuminava il corridoio, gli occhi di Ofeo bruciavano. Si districava tra il viavai di persone. Alcune indossavano camici, altre vestite normalmente stringevano i pomelli di una sedia a rotelle, mentre altre ancora sostenevano il braccio di chi arrancava spingendo un deambulatore. Mani addormentate venivano strette da chi seguiva a passo svelto la barella, altre reggevano fiori o asciugavano lacrime. Ofeo procedeva, senza attirare l’attenzione di nessuno, accompagnato solo dal suono stridente della suola sul pavimento appiccicoso. Gli sembrò che qualcuno lo stesse osservando e girò il collo verso sinistra. Nel piccolo spazio di una porta socchiusa scorse una donna, sdraiata su un lettino, col ventre aperto. Sentì il suono del proprio nome riecheggiare nella stanza a destra. Sulla porta Terapia intensiva neonatale. All’interno, vide ciò che stava cercando. I capelli ramati le scendevano sulla camicia da notte macchiata di rosso scuro sulle natiche. Ofeo si accostò alle sue spalle. «Elena». Lei non si voltò, concentrata sull’incubatrice davanti a sé. All’interno un neonato si aggrappava alla vita tramite piccoli tubicini.

«Come fa?» domandò Elena senza voltarsi.

«Cosa?».

«Come fa a nascere vita dal mio corpo? E latte dal mio seno? Come fa? Se dentro di me tutto è marcio». Fece una pausa «Sai, è nato prematuro, forse per la maledizione di avere un solo sangue nelle vene».

«Ricordi il parto?» chiese Ofeo.

«No, ricordo solo di aver pregato affinché ciò che uscisse tra le mie gambe fosse morto. Invece, eccolo tra le mie braccia, a dimenarsi come un pesce intrappolato in una rete da pesca. Avevo un solo desiderio: rigettare quel pesce nelle profondità da cui era arrivato».

Elena aprì leggermente la bocca dalle quali uscì un canto mesto «Ninna nanna mamma…Tienimi con te» sussurrò.

Si avvicinò a Ofeo che sentì i palmi freddi delle sue mani coprirgli gli occhi.

«Nel tuo letto grande…».

Quando non sentì più le dita contro le palpebre le aprì ritrovandosi scalzo sul primo gradino di una scala a due rampe. L’incessante pianto di un bambino risuonava tra le pareti. Un senso di smarrimento lo colse, ma la voce di Elena lo chiamava ancora.

«Solo per un po’…».

Avanzò di un passo, gemette; un pezzo di vetro gli si era infilato tra l’alluce e il secondo dito. «Una ninna nanna…». Continuò a salire guidato dalla voce di Elena. «Io ti canterò».

Il pavimento sotto i suoi piedi si trasformò in gradini instabili colmi di spazzatura, vetri di bottiglie, blister vuoti e pasticche sparse.

«Tu sei la mia mamma…».

Ofeo raggiunse l’ultimo piano, si avvicinò alla porta situata all’estremità del corridoio. «E non dormi mai…». Non udì più nessun lamento, nessun pianto, solo la voce di Elena. Abbassò lentamente la maniglia della porta che emise un cigolio. Elena premette l’indice sulle labbra «Ssh! Si è appena addormentato». Cullava tra le braccia il figlio. Ofeo si chinò per guardarla: aveva gli occhi gonfi, l’azzurro delle sue pupille era in contrasto col viola amaro delle sue occhiaie, linee verticali di un tenue nero scendevano sulle guance e il viso sembrava tirato verso il basso da graffi.

«Io non…» disse con voce strozzata «Non smetteva di piangere, capisci?» guardò Ofeo. «Ti prego, dimmi, almeno tu, che capisci. Non volevo fargli del male».

Scoppiò in un pianto disperato gettandosi a terra e, nel farlo, il bimbo che stringeva tra le braccia batté contro il pavimento, aveva la testa avvolta nel nastro adesivo.

«Volevo solo silenzio» disse, mescolando parole a lamenti strazianti. «Eppure, continuo a sentire le sue urla dentro la mia testa e quando chiudo gli occhi vedo il suo cadavere».

«È solo un incubo Elena» la rassicurò Ofeo «Non hai mai ucciso tuo figlio. Non hai mai…»

«Sta’ zitto!» urlò alzando le braccia e allungando il corpo morto sotto gli occhi di Ofeo. «Allora, dimmi, questo cos’è?».

«Stai sognando» le rispose con calma.

Elena non sentì più la pesantezza nelle braccia che sorreggevano il bimbo e sotto i polpastrelli percepì qualcosa di morbido. Tra le mani teneva saldamente un orsacchiotto di peluche. Si paralizzò. Ofeo la osservava con una intensità che pareva esercitare un controllo su di lei. Si guardò intorno, tutto le appariva sbiadito, come in un ricordo. Era nel bagno della sua casa d’infanzia. Seduta nuda nella vasca, la scarsa acqua che sgorgava dal rubinetto si mescolava al sangue che scorreva tra le sue gambe, formando un vortice che svaniva nello scarico.

«Non hai mai avuto un figlio, ma un aborto all’età di sedici anni» disse Ofeo.

«Allora quel bambino chi era?».

«Un incubo» insisté.

«Io continuo a sentirlo, qui, dentro» rispose Elena battendosi con forza le nocche in testa.

«Quando l’anima è ferita la mente cerca di nascondere i frammenti dolorosi, ma possono riemergere nei sogni, trasformandosi in una lente deformata attraverso la quale riviviamo le nostre paure più profonde».

«Quale soddisfazione trai nell’essere spettatore di tanto dolore? Perché offri il tuo aiuto?».

«Perché quando la realtà diventa insostenibile nessuno deve essere privato della possibilità di trovare rifugio nei propri sogni. Questi incubi, con me, cesseranno di tormentarti» rispose Ofeo accarezzandole la pelle tra le sopracciglia.

«Anche la ragazza dai capelli biondi?» domandò Elena con tono ansioso.

«Quale ragazza?».

«È apparsa nei miei sogni come una bambina».

«Sono solo ombre del tuo passato» la tranquillizzò Ofeo.

«No! Era diversa, estranea e così smarrita».

«Ti ha fatto del male?».

«Io ne ho fatto a lei» disse Elena sorridendo «L’ho fatto per proteggerla. Volevo non crescesse mai per farle vivere l’infanzia che a me è stata negata e non dover sopportare il peso di diventare donna o, peggio, madre. La notte successiva l’ho rivista; era diventata una donna con una pancia enorme» fece una breve pausa, deglutì, pronta a confessarsi «Così le ho aperto il ventre, con le unghie, strappandole il feto che portava in grembo».

«Come si chiamava?» chiese Ofeo, riempiendosi la bocca di saliva per inumidire l’aridità del palato.

«Non lo so… io la chiamavo Lampiride per i suoi capelli che sembravano filamenti di luce» inspirò profondamente «Povera candida creatura» disse scoppiando in un riso isterico, così forte che, nel mezzo delle risate si dovette martellare lo sterno a pugni per placare la tosse. Il suo collo si gonfiò; una pressione interna spingeva la pelle, prima da un lato e poi dall’altro. Lei tossiva incessantemente, fino a strozzarsi. Il sottile rumore di un ronzio divenne sempre più acuto. Sembrava che qualcosa si dimenasse dentro la trachea, esercitando forza per uscire. Tossì e dalla cavità orale emerse una mosca, poi un’altra e un’altra ancora. Uno sciame sgorgava incessante, in un flusso così poderoso che i lati della bocca, lì dove si raccoglieva la saliva, si squarciarono. Elena cercava di svincolarsi colpendosi in testa, sul busto, sulle gambe, in faccia, ovunque per scacciarle via. Ma, era tutto vano. Il suo corpo fu assaltato dalle mosche come carne morta. Il loro ronzio vibrava nell’intera stanza. Ofeo era impassibile. Il suo volto non era preda di nessuna emozione. Solo nei suoi occhi risuonava una nota di pena; osservava il dimenarsi di Elena e la sua bocca spalancata; emetteva lievi gemiti che insieme allo schiocco delle mani sul corpo nudo erano gli unici rumori che frantumavano il silenzio.

***

«Apri gli occhi: corri».

Ofeo ansimava. Accostò la porta alle sue spalle e con rapida decisione abbassò le tapparelle. L’orologio impolverato posto nell’angolo del comò segnava le cinque del pomeriggio. Si distese sul letto sfatto avvolto dall’ombra.

 

Due guardiani osservano il cadavere sul pavimento, chiuso in un telo color metallo. Uno pensa a un panino avvolto nella carta stagnola, mentre l’altro immagina quell’involucro come il bozzolo di un bruco, riflettendo su come, forse a miglior vita, si trasformi in farfalla.

 

«Chiudi gli occhi. Respira. Uno due tre: apri».

Inspirò profondamente e l’aria viziata che percepiva si trasformò in vento fresco che avvolgeva il suo corpo avvampato. L’alba si faceva attendere tra i campi, ma all’orizzonte i fiochi raggi si scagliavano contro la notte, dissolvendola.

 

«Mi dispiace per lui» mormora il guardiano al suo collega, schiacciando il mozzicone fumante sull’uscio «L’ha trovato il suo compagno di stanza».

 

Nel giorno che iniziava, Anna tardava a mostrarsi. Ofeo iniziò a urlare il suo nome che si disperdeva in un’eco senza risposta finché alle sue spalle udì un sussurro, appena percettibile.

 

«Quello della 54? Il cinese? Cristo, che senso che mi fa quando inizia a strapparsi i capelli» dice scrollando le spalle per liberarsi da un sentimento di fastidio. «Invece, questo qua, aveva atteggiamenti strani?» continua.

«Perché, secondo te, qua dentro c’è qualcosa di normale?» ribatte l’altro.

 

Si voltò e la vide agonizzante ai piedi della quercia. Le sue labbra, grigie come cenere, soffocavano parole che esplodevano in gola come lamenti. La marea dei suoi iridi appariva opaca, scarna di azzurro, eppure emise un bagliore, tenue come un faro nella foschia, quando vide il suo papà. A Ofeo sembrò di sentire il suo sguardo entrargli dentro nella carne, colpendolo, fino a spezzargli le ossa.

 

«No, ma dico ieri, prima di… ecco, ti sembrava strano? Dico strano, strano» insiste.

«Io che ne so, controllo solo l’esterno. Passava l’ora ricreativa in giardino, sempre con qualcuno di diverso».

«Chissà cos’hanno da raccontarsi i matti».

 

Crollò sulle ginocchia, accasciandosi a terra. Strisciò verso di lei e la strinse a sé.

«Papà fai smettere questo dolore, ti prego» singhiozzava Anna.

 

«Immagino nulla, visto che stavano solo in silenzio a guardarsi l’un l’altro».

«Beato te che stai qua a non fare niente, all’aria aperta. Lì dentro, c’è un putiferio» protesta interrompendosi per inalare la sigaretta, così profondamente, che le pareti interne della bocca si avvicinano, toccandosi.

 

Chiuse gli occhi, strizzandoli con forza. Li riaprì. Eppure, lei rimaneva lì. Non cambiava forma. Il cuore gli sprofondò in un angolo remoto del petto, come se avesse cessato di battere, quando le mani tremanti si allungarono sullo squarcio che le apriva la pancia. 

 

«Ieri, in mensa, una tizia ha avuto una crisi perché una mosca le ronzava intorno» dice esalando respiro nero.

«Ho saputo» bofonchia. «Magari, la mosca si è tramutata in grillo parlante chiedendole “Ehi tu! Cosa si prova a soffocare qualcuno?”» cantilena scandendo l’imitazione con voce stridula; entrambi iniziano a sghignazzare.

 

«Chiudi gli occhi» disse a sé stesso. «Conta fino a tre» e strizzò nuovamente le palpebre. Li riaprì ma Anna continuava a morire tra le sue braccia; nel suo sfiorire le spine della morte trafiggevano l’anima di Ofeo che cercava di afferrare, come scaglie di vetro tra le mani, la consapevolezza di averla persa, di nuovo.

 

«Più che curati andrebbero compatiti e rinchiusi. Fidati, chi è matto non rinsavisce» lamenta il guardiano, continuando a oscillare il mento, fiero di aver declamato una sacrosanta verità.

 

Le spostò delicatamente i riccioli che le cadevano sul viso; l’oro delle ciocche si macchiò di sangue vivo. Pose le labbra sulla pallida fronte, premute in un bacio. 

 

«Questo qui, invece, era tranquillo. So che si isolava, passando la maggior parte del tempo in camera. Non mi pareva tanto sbroccato, ecco».

 

«Papà mi fa male. Ti prego fallo smettere» lo supplicò la bimba. 

Ofeo chiuse gli occhi, inspirò profondamente, contò fino a tre e non volle riaprirli più. 

 

«Ma con quale coraggio uno riesce a cavarsi gli occhi?».

«Beh, almeno adesso può dormire quanto vuole» ridacchia il guardiano. E il silenzio cala tra i due mentre la salma viene portata via.

 

Fingono compassione davanti a chi per loro, più che persone, sembrano bestie da domare prima del macello, senza speranze, né sogni.

 

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