Il pesce fuor d'acqua - La vita

Il pesce fuor d'acqua - La vita

 

Qui la prima parte, Il tocco

 

4. Solitudine

“Grazie Marta.” Intravedo una sagoma fuori dalla finestra. Esco, mi avvicino:

“Marta, amore mio” allungo la mano sul viso e una carezza mi scivola nel vuoto. Sparisce. Ritorno dentro e mi siedo. Quanto mi sento solo!

“Marta, non so come descriverti la gioia che provo nel sentirti vicino, ma da una parte ho paura. Non è che sta accadendo tutto questo perché è giunta la mia ora? La paura dell’ignoto mi fa tremare le membra nel profondo del mio cuore”.

Non mi va di raccontare a mio figlio questa esperienza unica. Non mi crederà mai, penserà che sia un pazzo.

Ci fosse una volta, dico una sola volta che mio figlio Andrea venga a trovarmi. Mai!

Per sua fortuna c’è il telefono. L’unico mezzo di comunicazione in un rapporto padre-figlio. Che brutta fine che ho fatto. Rompe le palle chiamandomi spesso, sbrigando le sue faccende senza che sprechi un po’ di tempo appresso a un vecchio rincoglionito come me. È talmente preso dal fare, con una tendenza a credere che il tempo non basti mai, da non rendersi conto che ho perso buona parte di udito.

Corre sempre, chissà dove deve andare? Chissà dove arriverà? Chissà se il tempo è sufficiente a determinare tutti i suoi scopi? Pura illusione.

A tutt’oggi non ho capito che lavoro fa. Un giorno dice di fare il rappresentante, un altro giorno si presenta come sommelier, un altro ancora come barista. Fa tanti lavori e nessuno. Non capisco perché fa così. Si stanca subito della monotonia del lavoro e vuole sempre cambiare, ritrovandosi spesso senza lavoro. È vero il detto:

Chi ha una mala testa deve avere buone gambe.

Fatti suoi.

Ecco!

Squilla il telefono. Ma dove cazzo sta. Frugo tra le tasche del giubbino, non sta qui, le tasche del pantalone, neanche. Che distratto che sono: l’ho lasciato sulla sedia sotto il tavolo.

«Pronto!»

Smette di suonare. Sempre la stessa storia. Come vado a rispondere staccano la chiamata.

Apro il Brondi e mi esce il nome Andrea. Adesso cosa vuole? In una giornata mi chiama trentamila volte, ma non è capace mai di trovare il tempo per passare da me. Anche solo un minuto. Niente. Non ho voglia di sentirlo. Come un pappagallo, sa dire solo due, tre frasi:

Che dici, papà? Come stai? Tutto bene?

Mi scappa, devo fare pipì, soffrire d’incontinenza dà il nervoso, poi, quando mi muovo e m’incammino verso il bagno, qualche gocciolina fuoriesce macchiando il pantalone.

Poggio il telefono sul tavolo, vado in bagno e faccio pipì. Neanche il tempo di tirare lo sciacquone che avverto una cosa che mi vibra nella tasca. Ma che cavolo è? Che mi prende a questa maledetta gamba? Che sbadato, è il telefono.

Mannaggia a lui, a quel maledetto giorno che mi regalò questo maledetto aggeggio. … Giunto al tavolo mi siedo e lo chiamo.

«Papà, tutto bene?» mi fa al primo squillo.

«Non sto morendo, mi vuoi dare tempo? Non è che sto sempre con questo coso in mano.»

«Che dici, papà?»

«Niente.»

Con la sua solita premura maniacale: «Tutto bene? Come stai?».

È mio figlio ed è normale che si preoccupi per me.

«Andrea, stai tranquillo, sto…» vengo d’improvviso interrotto.

«Scusa papà devo staccare, mi sta chiamando Sandra.»

Ecco fatto, è più urgente rispondere a lei, per le sue stupide lamentele, che a me, malaticcio.

Ha ragione, tanto io sono vecchio, non servo più a niente.

Si ha paura di vivere una vecchiaia in completa solitudine e si crede che una volta sposati si possa avere tutto dalla vita e soprattutto non ci si ritroverà mai più da soli.

Non è così.

C’è un detto che fa: si nasce soli e si muore soli. È impossibile nascere in solitudine ma possibile morire soli.

“Nonostante i pensieri negativi continuino a bombardarmi la testa, da questa mattina Marta, amore mio, ti sento più vicina che mai.”

 

5. Tema

Da dove è uscito questo foglio sul tavolo?

Tema: Racconta cos’è per te l’esperienza?

La calligrafia è di Giacomo, non ho dubbi. Sono curioso, voglio leggerlo. È anche un modo per tenermi lucido nei pensieri e avere una buona memoria. Per tutti quelli della mia età e soprattutto io mi sento uno stupido quando non riesco a ricordare una parte del discorso, una frase banale ascoltata poco prima. Anche quando mi trovo in mezzo alla gente ci sono momenti in cui mi sembra di non riuscire a orientarmi su cosa fare e dove andare. Se non fosse per mio nipote, che fa di tutto per tenere allenata la mia mente, di certo oggi mi sarei sentito non uno stupido ma peggio ancora.

È bruttissimo sentirsi inutili, incapaci di autogestirsi.

Grazie a mio nipote ho avuto modo di percepire il mondo in una prospettiva diversa da quella che mi offriva il lavoro da piastrellista, con cui mi stavo logorando il corpo e la mente. E posso dire che io grazie a Giacomo non mi sento etichettato come piastrellista, ma come una semplice persona.

Nient’altro.

Leggo:

“L’esperienza si fa da per sé, nel tempo. Anche se penso che noi siamo predisposti geneticamente a qualsiasi esperienza. Un gattino abbandonato, anche senza la madre, geneticamente si adatta all’ambiente come un gatto con la madre.

La natura ci crea e ci forma nell’esperienza. Tutto gira intorno alle leggi della fisica. Siamo nati adattandoci incondizionatamente ancor prima di nascere, ad esempio alla gravità. Non potremmo sopravvivere senza di essa, così come non potremmo sopravvivere alla legge dell’entropia, all’elettromagnetismo e a tutte le altre leggi presenti in questo universo.

Crescendo, passo dopo passo, l’ambizione, la tenacia, la forza ti spingono a non demordere e ti plasmano rendendoti una creatura capace di essere autonoma e cosciente delle proprie azioni. Ti rendono un uomo, un uomo caratterizzato da un’esperienza individuale e inimitabile.

Il più delle volte non siamo noi a scegliere, inconsciamente le nostre scelte vengono condizionate; quindi, siamo portati a non essere liberi al cento per cento.

Fare esperienza è essere liberi, mettendosi continuamente alla prova in ogni possibile situazione che si presenta nell’arco della vita. Senza credere nel fato e in un ipotetico Dio onnipotente punitore. Tutti possiamo sbagliare nella vita, se non si sbaglia non si fa esperienza e non puoi correggere il tuo agire.

Dio non esiste. Esiste solo l’evoluzione.

L’uomo si evolve da sé, come ogni essere vivente affine all’esperienza individuale, ne fa un bagaglio genetico che si delinea nel corso del tempo in una lenta evoluzione.

Filosofia, moralità, cortesia; ignoranza, indifferenza, maleducazione. Questi sei termini bastano a realizzare una bilancia: l’uomo può scegliere da quale parte farla pendere.

Provo a immaginare di vivere da solo su questa Terra desolata, l’unico essere vivente esistente, senza che mai ci sia altra vita; allora, quali sarebbero i miei rapporti con la natura che mi circonda?

Basati solo sulla sopravvivenza. Niente a che fare con il successo, la notorietà, l’ambizione, l’avarizia e l’invidia, con tutte le emozioni che un essere umano possa provare.

Il mio unico obiettivo sarebbe stato esclusivamente sopravvivere.

Invece no, non sono solo, faccio parte di un gruppo di esseri viventi che coesistono in una data epoca, che sono partecipi dell’evoluzione, creata essa stessa dall’essere umano. L’evoluzione percettibile ma non gestibile da ogni componente del gruppo.”

Certo che Giacomo, per avere sedici anni, pensa troppo. È molto attaccato allo studio ed è parecchio intelligente, solo che non sono d’accordo con lui. Non esiste alcuna esperienza.

Neanche l’uomo più intelligente al mondo riuscirà mai a dimostrare l’esistenza dell’aldilà, l’esistenza di Dio. Giacomo non crede in Dio. Ne sono molto dispiaciuto. C’è una grande differenza tra il dimostrare una teoria e credere, avere fede in quel che senti nel cuore. La fede non ha bisogno di dimostrazioni ma di credere in una sola verità. L’unica verità è che un cuore corrotto dal dubbio non scoprirà mai il mero significato dell’amore. Io credo a quello che sento. Io credo senza essere curioso, perché la curiosità, quella morbosa, può essere fonte di smarrimento.

“Marta, hai capito, Giacomo in base alle sue convinzioni non crede nell’aldilà, non crede che tu esista. Perdonalo, Amore mio”.

Nostro nipote è troppo legato alla scienza, su ogni fatto vuol dare sempre una spiegazione logica di causa-effetto. Non capisce che il ragionamento logico non riesce e non può spiegare tutto.

Credo, comunque, che arriverà il giorno in cui Giacomo cambierà. Deve arrivarci da solo, capire che siamo qui di passaggio. E che tutto quello che ci circonda è una percezione momentanea. Nient’altro.

Devo dire che gli sono grato per tutte le sue spiegazioni che mi dà ogniqualvolta viene a casa. Si crea un’enfasi e meraviglia da parte mia.

Non perché è mio nipote, ma a scuola è il migliore della classe.

“Vero Marta?”

Questo freddo improvviso cos’è?

Con questo caldo è impossibile che faccia così freddo.

 

6. Lettere

Alle mie spalle, un assordante tonfo scuote tutta la cucina, alcuni oggetti balzano dal tavolo, un quaderno cade ai miei piedi. Mi giro: l’intero mobile della cucina traballa.

I respiri mi si fanno profondi, sembra che non abbia più problemi di respirazione. L’aria gelida entra nelle narici. Ho come la sensazione che pizzichi e l’aria che mi esce dalla bocca è come nebbiolina. Infinitesime, minuscole gocce d’acqua aleggiano intorno a me formando un cerchio.

Non capisco, mi sento come paralizzato, provo a chinarmi per prendere il quaderno, ma non riesco. Mi sento rigido, bloccato da qualcosa.

Cos’è?

Una brusca ventata gelida fa aprire il quaderno. I fogli battono l’uno sull’altro e il quaderno si richiude. Il vento avvolge me e la nebbiolina. Sul pavimento si forma un velo bianco che aleggia a pochi centimetri dal pavimento, come una nuvola bianca, piana. Che sensazioni! Non riesco ancora a sbloccarmi.

Intravedo una fievole luce vicino ai piedi, s’illumina sempre più. Mi sento come in una forma di estasi.

Non è che sto morendo?

La luce si muove come una trottola in mezzo a questa nube bianca, che risplende sempre più.

Ma cos’è?

È il quaderno che emana luce?!

“Marta, sei tu?”

Il quaderno si riapre e si solleva dal pavimento, si ferma all’altezza del mio viso e la luce si concentra in una minuscola sfera come una lucciola, si poggia sul foglio.

Scorre all’impazzata su ogni riga e dietro la sua scia prendono forma consonanti, vocali, lettere di colore simile al carbone. Non si ferma la sferetta di luce, continua a scrivere e una serie di frasi formulate, complete, riempie il foglio.

“Marta, sei tu?”

La sferetta smette di scrivere e la minuscola luce si blocca all’altezza dei miei occhi. S’immerge, entrandomi in mezzo alla fronte. Un’accecante quanto abbagliante luce si propaga lungo il nervo ottico e in un infinitesimo di secondo vedo i miei stessi occhi illuminarsi come fulminati da una scossa. Come un’esperienza extracorporea. Neanche il tempo di capire cosa stia succedendo e ritorno in me stesso.

Apro le palpebre, la vista mi si appanna, non riesco più a vedere. Li strofino con forza e, quando li riapro, inizio a focalizzare gli oggetti, il quaderno e le lettere impresse sul foglio.

Il quaderno cade di colpo a terra ai miei piedi. Si chiude.

Sono troppo frastornato. Mi siedo, la mia mente è vuota.

Cosa mi è capitato? È tutto strano.

Gli acciacchi che avevo mi sono ritornati e l’affanno più di prima.

Mi attacco l’ossigeno, sono sfinito, troppo debole.

“Leggi” è una voce delicata, un sussurro dolce, femminile.

“Sei tu, Marta? Sì, sei tu, la tua voce la riconoscerei ovunque e sempre.”

L’ossigeno inizia a fare effetto, mi sento un po’ meglio. Chiudo gli occhi, faccio un sospiro di sollievo sotto la mascherina dell’ossigeno e, quando li riapro, mi giro. Alla mia destra, all’angolo del mio gomito, sul tavolo, c’è il quaderno aperto.

Come è andato a finire qui? Io non l’ho spostato, è stato sempre sul pavimento. Come?

È tutto reale, non è stato frutto della mia immaginazione. Le lettere, le parole, le frasi impresse su questa pagina appartengono all’ignoto. In questo mondo non capirò mai come sia possibile un fatto del genere.

“Grazie, Amore mio, grazie Marta.”

Leggo:

“… tutte le creature viventi sulla Terra non sanno che sono solo una minuscola parte di un grande progetto: la vita.

Credete di pensare, di agire, di vivere appieno la vita; in verità ne fate solo parte. Una singola creatura è una goccia d’acqua in un immenso oceano.

L’oceano è la vita.

L’uomo ha la possibilità di vivere solo una minuscola quanto breve condizione della propria esistenza.

La vita è l’etere. Una creatura vive, sopravvive, ma non è la vita. L’essere umano ha modo di esprimere solo un’infinitesima parte.

Perché un uomo nasce in una parte e non in un’altra? Perché uno nasce malato e l’altro sano? Perché uno è più fortunato e l’altro meno?

Non c’è un perché.

La verità è che due creature appartengono allo stesso etere. È la sopravvivenza a creare confusione. Quando una creatura fa del male a se stesso oppure a un suo simile tradisce la vita, se stesso, un suo simile. Un uomo non può sopportare tutte le malattie del mondo. Un uomo non può sopportare tutte le disgrazie, un uomo non può reggere tutta la felicità del mondo.

Tutti gli esseri umani possono, questa è la vita.

Credete di essere unici, di distinguervi l’uno dall’altro, di vivere una vita propria, separata; in realtà appartenete a un’unica e imprescindibile vita.

Una goccia d’acqua cade ovunque, ma è sempre la stessa.

Non importa dove state, ciò che conta è l’armonia della coscienza.

Chi è che bussa alla porta?

 

Leggi qui la terza e ultima parte, Per sempre

 

pesce fuor dacqua 2

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