Dettaglio di una fotografia di Maurizio Stampone
Dettaglio di una fotografia di Maurizio Stampone
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In vetro fredda prima #2

 

[Qui la prima parte del racconto]

 

Quello che però per disgrazia Enzo Camparoni ignorò completamente, o ingenuamente non ebbe la freschezza di considerare, fu che un anno solare di trecentosessantacinque giorni non è mai uguale al successivo né al precedente, per via della sua intrinseca indivisibilità, e che il 2008, cioè l’anno in cui è ambientata questa storia, perdipiù, fu anno bisestile, cosa questa che assolutamente non si poteva dire del consueto, comune, ordinarissimo e banalissimo 1987.

Per cui ne consegue che non solo il risultato, ma tutta l’impalcatura dei calcoli di Camparoni ebbe falle sin dal principio del suo concepimento. Infatti, se per un’intuizione miracolosa o un eccessivo scrupolo, gli fosse venuta la fisima di confrontare i due calendari, quello cioè del 1987 trovato nello stipetto del soggiorno e ora di difficile reperibilità in quanto distrutto, e quello appeso in cucina, corrente, Camparoni si sarebbe subito accorto con un tuffo al cuore e con infinito sgomento per la sua deficienza senza precedenti, che le somme differivano, e di parecchio. Difatti, partendo dal tredici di febbraio e contando, casella per casella, novanta giorni, progressivamente, con la punta del dito come i bambini, avrebbe notato che i due novantesimi giorni cadevano sì entrambi di maggio, ma uno il 15, di venerdì, quello dell’87, e l’altro il 13, di martedì.

Bell’imbecille, diranno! Coglione! E a ragione! C’è però da considerare che la svista, per quanto spropositata, sia stata causata, oltre che dalla poca dimestichezza del Camparoni col lato “pratico” della vita, soprattutto dalla fretta e dall’avventatezza con cui la risoluzione era stata concepita, vuoi per la furia, vuoi per la paura d’essere scoperto da sua moglie, vuoi comunque per l’agitazione di un settantenne che improvvisamente rischia di finire sul lastrico e che da settimane si apposta di nascosto e aspetta impazientemente la lettera che lo rovinerà. La stessa fretta meschina, tra l’altro, che lo indusse a omettere perfino di scrivere sul foglietto il giorno della settimana in cui cadeva quel fatidico 14 maggio 1987 (giovedì), sopprimendo di fatto, l’unica microscopica possibilità di rinsavimento che gli sarebbe restata qualora avesse notato che il giorno scritto non corrispondeva al giorno reale (perché a un certo punto della vicenda, avrebbe dovuto comunque tirarlo fuori dal portafogli, quel dannato foglietto!)

L’unica cosa certa è che se Camparoni avesse avuto davvero lo scrupolo e la lucidità di confrontare i due calendari e di avvedersi dell’errore, la sola reazione possibile, oltre alla vergogna, sarebbe stata il sollievo.

Così, sul finire del 13 maggio, oramai già bell’e rovinato e a sua insaputa, Camparoni si coricò come tutte le sere, verso una certa ora sul presto, e accese la televisione della sua camera da letto. L’indomani, il 14, sarebbe tornato di buon’ora dal delegato con la marca da bollo acquistata dalla tabaccheria lì di fronte, e finalmente avrebbe contestato in presenza il suo diritto inalienabile di debitore insolvente. Certo, di quei documenti urgentissimi di cui parlava l’avviso di febbraio, neanche a dirsi, neppure l’ombra: non aveva saputo proprio da quale parte incominciare, a chi chiedere, come procedere, sempre per via di quella sua risoluta segretezza. E poi, come tutte le persone che hanno in ozio la vita, alla stregua degli orsi, aveva rimandato di giorno in giorno la pratica, scacciandosela perfino dalla testa, perché anche il solo pensarci lo mandava in angoscia, gli toglieva l’aria.

Ora se ne stava disteso nella sua parte di letto, con la testa affondata nel cuscino, la televisione accesa e una folla di pensieri in disordine. Sua moglie, donna oltremodo pedante, gli leggeva di fianco da un vago volumetto rilegato, e compitava di tanto in tanto a voce più alta i passi che più le interessavano, così, giusto per renderlo partecipe di una certa sua suscettibilità artistica. Eppure, Camparoni, tanto pulita era la sua coscienza, stava addirittura per addormentarsi, quando capitò che da uno di quei versi a caso scappò fuori una certa parolina involontaria, che lo colpì improvvisa e poi sparì, incerta nei contorni e affilata come vetro. Gli restò davanti la faccia, priva di significato, sgonfia, come un vago odore sospetto, e una punta d’inquietudine, un pizzicore, lo colse dabbasso. Alzò appena la testa di un palmo e gli sembrò di soffocare; fece come per dire qualcosa, allungò un braccio, torse il gomito, ma subito ricadde indietro e risprofondò con la testa nel cuscino, addormentandosi, stavolta di sasso. La signora Mirella Mussi in Camparoni, che ovviamente non s’aspettava risposta ma neppure quella scena, lesta sfilò il telecomando dalle mani del marito e spense la televisione. Quella sera lesse fino a tardi, ma a lei bastavano quattro ore di sonno per riposare bene e alle sei sarebbe stata sveglia come un grillo.

  

 

Camparoni uscendo di casa quel mattino ripensò al povero Viola e a tutte le volte che lo aveva sentito tossire negli ultimi tempi. S’incamminò sul vialone asfaltato in leggera pendenza, sotto l’ombra bizzosa degli alberi, verso le fermate dell’autobus sullo sfondo ripiegato e deserto. Alla svolta coi cortili di San Giacomo, il convento, due donne attraversarono la strada dirette al cimitero e una di loro gli porse un cenno di saluto, muto, abbassando appena la testa. Lui, che a dispetto della sua corporatura esile e leggermente curva, a settantatré anni, aveva ancora una considerevole resistenza fisica e una certa mobilità di gambe, ricambiò il saluto della vedova chinando di poco il busto in avanti e lisciandosi il baffetto con l’indice della mano destra. Da ragazzo era stato apprendista fabbro-lamierista in un’acciaieria di Terni, poi, tramite una conoscenza del fratello maggiore, che s’era sposato giovanissimo e che quindi s’era dovuto dar da fare sin da subito, si era specializzato con gli impianti a gas delle cucine industriali e delle mense, e aveva fatto quello e solo quello per il resto della sua vita. Ancora oggi, da pensionato, ogni tanto rispondeva alla chiamata di qualche vecchio amico ristoratore, più per favore e affetto che per soldi, ma il più del tempo lo passava al bar Linda con gli amici d’un tempo, a giocare a briscola e a tressette col morto e bere caffè lungo in vetro e bicchieri d’acqua ghiacciata.

L’aria fresca era tipica di quel periodo dell’anno e camminando di buon passo, a Camparoni venne come sempre voglia di fumare. Dall’ultima sigaretta che aveva fumato erano passati vent’anni e lui ripensava sempre con orgoglio a quella volta, a quel giorno di dicembre appena prima delle feste, in cui aveva deciso di smettere. Da allora non aveva più toccato neppure una sigaretta, sebbene alle volte il desiderio, soprattutto la mattina, fosse così forte che gli faceva mancare il fiato. E ancora oggi, dopo decenni! Serve buona volontà, pensò, e allungò la falcata verso il piazzale soleggiato dei capolinea; sopra di lui, i resti di un cielo pulito e duro filtravano tra le cime nere dei pioppi. Buona volontà e nervi saldi! Più d’una volta a Viola ci disse di smettere, più d’una volta gli aveva detto che quella tosse non gli piaceva, che avrebbe fatto meglio a farsi controllare. Ma quello faceva spallucce e fumava, fumava, fumava! Imbecille di un Amedeo! Basta un po’ di amor proprio, e che dico, un poco di mente lucida: e la vita fila liscia come il grasso!

Camparoni pensava e mentre pensava camminava dritto verso gli autobus parcheggiati lungo i bordi dello spiazzo; ben vestito e ben curato, quando alla fine arrivò sul 16, s’accorse che i posti erano quasi tutti presi. Erano forse le 8 del mattino e l’aria entrava dalle portiere e seccava il naso, ma dentro comunque si stava peggio che fuori. Camparoni scelse una delle poche poltrone rimaste sul retro, una doppia dal lato finestrino, ma sul più bello scartò verso sinistra e si sedette di fronte a una ragazza coi capelli raccolti e una felpa nera col cappuccio. Ci fu qualche minuto di attesa e di silenzio, poi le portiere si chiusero con uno sbuffo e con uno scatto del motore il mezzo prese a tremare e a spostarsi lentamente.

Circa un quarto d’ora dopo Camparoni e un uomo alto sulla quarantina scesero alla fermata di via Giorgio Giorgis, nei pressi della Banca Nazionale. L’uomo alto attraversò la strada con ampie falcate e sparì oltre la piazza del mercato, mentre a Camparoni bastarono solo pochi passi dalla parte opposta per entrare nel caffè Raimondi, sullo stesso marciapiede. Il bar era pieno di gente ma a Camparoni non importava; andò di filato verso sinistra e guardò l’orologio appeso sopra la cassa grande, al centro del lato opposto del bancone. Erano le 8 e 21: avrebbe avuto tempo per prendere il caffè, andare in delegazione, passare in tabaccheria per comprare la marca da bollo e ritornare in banca comunque per l’orario d’apertura. Nel bar faceva caldo e c’era odore di latte e sambuca: tutto filava liscio come il grasso.

 

 in vetro immagine estesa al max

Fotografia di Maurizio Stampone

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