Camparoni quel mattino s’alzò presto, ancora prima del solito, e pure bello pimpante. Sapeva di avere poco tempo a sua disposizione, così prese i vestiti puliti che aveva preparato appositamente la sera prima dall’armadio e si chiuse in bagno. Per non far troppi rumori e non attirare inutili attenzioni della moglie e del figlio, di là in camera da pranzo, già svegli pure loro e sempre attenti di natura, tirò su il miscelatore e fece scorrere l’acqua del lavandino.
Ce ne erano state, eccome, di altre occasioni per correre ai ripari, nel corso degli ultimi mesi, opportunità, ma lui come sempre s’era ridotto all’ultimo e ora doveva fare tutto alla svelta, oppure rischiava di non fare a tempo e rovinarsi definitivamente.
«Ho tutto qui! Tutto pronto!» disse piano, a denti stretti, battendosi un dito sulla tempia. Era un uomo piccolo di statura ma ben proporzionato nelle forme, e ora che se ne stava in piedi davanti lo specchio, a rimirarsi la chioma bianca e ben lisciata sulla fronte, muovendo piano la testa di qua e di là, sembrava addirittura più giovane di quanto non fosse. Secondo i suoi calcoli, e sapeva che era un osso duro coi calcoli, tutto si sarebbe svolto in totale tranquillità. Già sapeva che doveva dire e come doveva dirlo, le paroline al punto giusto, al momento giusto, infilate nella costruzione giusta, pronunciate con l’intonazione giusta; le lagne, gli impropri, perfino i gesti e le facce. Avrebbe ripreso in mano la sua vita così com’era stata fino a quel giorno lì, finalmente. E se il Direttore si fosse rifiutato, si fosse messo di traverso, (di storie simili già ne aveva sentite abbastanza), tra lui e il suo obiettivo, Camparoni l’avrebbe costretto, arrivando perfino a piangere e strepitare: un vecchio che piange muove a compassione chiunque, pure le pietre e i direttori di banca.
Alla fine di cosa s’era trattato, pensò, di una firma? Di un paio di firme su un paio di concessioni qualche anno prima? Tutto si riduceva, nella sua testa semplice e ben fatta, a un brutto equivoco in cui s’era ritrovato per la sua troppa buona fede e per una punta di dabbenaggine. Una quisquilia in confronto alle disgrazie vere della vita, una partita a briscola! «Io almeno ho la mia coscienza pulita, il mio rigore morale, la mia onestà!» Ripensò senza volerlo, aggiustandosi i baffi dritti con un paio di forbicine, alle sorti senza scampo di Amedeo Viola, un amico del bar, a cui il mese prima era stato diagnosticato un brutto cancro alla gola. «Queste son disgrazie! Alla nostra età poi…»
Allargò appena le braccia corte e ancora nude davanti lo specchio, in un gesto vago di rassegnazione «Altro se poteva dirmi peggio! Poteva dirmi peggio eccome! Ieri, da Linda con tutto quel vento avrei potuto buscarmi un brutto raffreddore. E invece…» Posò le forbicine sul lavandino freddo e chiuse il rubinetto dell’acqua calda. Poi, sempre guardandosi allo specchio, infilò la camicia buona e l’abbottonò con cura fino al collo. Infine, tirò lo sciacquone e si passò il profumo sui polsi e dietro le orecchie.
La filiale di banca dove doveva presentarsi chiudeva alle diciassette e non erano ancora le sette del mattino. S’era convinto, buonanima, che se un paio di firme messe lì per caso l’avevano cacciato in questo grosso guaio, un paio di firme l’avrebbero tirato fuori.
Sua moglie, la signora Mirella Mussi in Camparoni, di là dalla porta foderata, era all’oscuro di tutto, neppure sospettava. Suo figlio, idem. Facevano colazione e parlavano del tempo, guardavano il notiziario del mattino alla televisione. Fuori dalla finestra basculante del bagno c’era il sole e il cielo era lilla e senza nuvole. Tutto andrà come deve andare, pensò, stasera le racconterò tutto e ci rideremo sopra.
L’avviso era arrivato circa tre mesi prima, a febbraio, il tredici, un mercoledì che faceva un freddo cane. Era ormai un po’ di tempo che Camparoni s’aspettava notizie dalla banca, sospettava, temeva, sbirciava, e già da giorni stava in agguato in cortile, vicino la fontana piccola coi fianchi ghiacciati e ricoperti di muschio, apparentemente assorto nei suoi pensieri di vecchio, ma sempre sul chi vive. L’idea che potesse arrivare qualche ingiunzione dalla banca e a ritirarla fosse sua moglie, lo terrorizzava. Persino al bar era un po’ di tempo che non si faceva vedere.
Finalmente, dopo quasi un mese di appostamenti, l’attesa fu ripagata. Quel mercoledì mattina notò Stefano, il postino del quartiere, che armeggiava un po’ più del solito con la testa e le braccia infilate per metà nel baule del suo scooter, e una certa vocina nel suo vecchio stomaco chissà perché continuava a ripetere che quella sarebbe stata la volta buona. Ciononostante, quando quello riemerse fuori dal baule brancicando una certa busta verde e lo guardò girando la testa di scatto, Camparoni trasalì. Gli sfuggì di gamba pure un piccolo saltello e un gridolino acuto, da ragazzo.
«Deve firmare il contrassegno, signor Camparoni! È un avviso della B…» disse il postino mentre si avvicinava muovendo piccoli passi strascicati verso Camparoni, il quale al momento era come imbambolato e faceva finta di non capire. Poi, all’improvviso, appena Stefano s’era fatto alla distanza giusta, con uno scatto di reni gli strappò di mano la raccomandata, e prima ancora che quello si rendesse conto di cosa succedeva, siglò con una penna che estrasse dal giaccone la ricevuta di ritorno, strappò il tagliando e glielo restituì senza neppure fiatare.
«Grazie tante e buona giornata» disse Stefano, stavolta in tono cupo e freddo, voltandogli le spalle e rifacendo la strada all’indietro; ma Camparoni intanto s’era voltato pure lui e neppure gli badava.
Finalmente solo, di nuovo dalla parte della fontana ghiacciata e nascosto tra le fronde e le strisce d’ombra del cortile condominiale, con dita tremanti lacerò l’incarto e lesse avidamente, d’un fiato, la notifica.
La Banca, per quanto ci si capisse dai caratteri fitti e minuti, almeno su un punto era stata chiara: qualora il richiedente fosse stato colto impreparato o in fallo o, addirittura peggio, mancante di uno o più documenti tra quelli elencati e necessarissimi, le possibilità di riuscita dell’appellante si sarebbero ridotte allo zero percento e per il povero malcapitato sarebbero stati il lastrico e la rovina assoluta. Si concedeva dunque la possibilità senza proroghe di contestazione e disputa in presenza, entro e non oltre i novanta (90) giorni (compresi festivi) dalla ricevuta della stessa e secondo gli orari dell’ufficio di riferimento, previa richiesta obbligatoriamente in carta bollata e vidimata dall’ufficio municipale corrispondente e due (2) marche statali da 13,54 euro cadauna.
Camparoni a quel punto, preso da un leggero capogiro cercò un posto dove sedersi e decise per una panchina di gesso lì vicino. Faceva freddo e l’aria gli mordeva le orecchie e la punta del naso ben fatto e leggermente piegato alla radice, ma lui sudava comunque e arrossiva come una ragazza. Teneva il foglio ancora stretto nella mano e intanto lanciava delle occhiate furtive intorno, con aria turbata e assorta, come se avesse appena rubato con destrezza un raro oggetto di valore e si fosse accorto controllandosi nelle tasche di aver perduto la preziosa refurtiva. Non aveva certo la più pallida idea di cosa fossero quei documenti necessarissimi di cui parlava la lettera, ma era pur sicuro che con tutto quel tempo a sua disposizione, novanta giorni erano una finestra davvero molto ampia, avrebbe trovato certamente una soluzione.
Un pizzico rincuorato, Camparoni attese che Stefano infilasse il resto delle lettere nelle cassette tutte allineate sulla parete fuori dall’androne del palazzo 12; dopodiché si alzò dalla panchina di gesso e quando quello si allontanò a bordo del suo scooter, fu lesto a sparire dal cortile condominiale, finendola di fatto con le ronde e con gli appostamenti mal camuffati che sistematicamente aveva inscenato quasi ogni mattina, da un mese a quella parte.
Tornato a casa trafelato, con la busta nascosta nella camicia pesante, s’era chiuso in salotto a doppia mandata accusando dolori alla testa e forte nausea e lì aveva pensato al da farsi. Dopo qualche minuto di sudori freddi, era uscito dalla sala e aveva cominciato a girare di stanza in stanza, bestemmiando, con sua moglie che gli andava dietro dietro, cercando di tranquillarlo. «Sarà una freddata, Enzo, che vuoi che sia?» Tenendosi sempre la camicia con due mani, Camparoni faceva sì con la testa, entrò in bagno chiudendosi la porta alle spalle, senza dire niente, e facendo scattare la serratura. Sua moglie, di sasso, sul momento ci restò quasi offesa, ma poi fece spallucce e se ne tornò in poltrona, a leggere sotto la finestra grande.
Di nuovo solo e stando attento a non far troppo rumore, (aprì l’acqua del rubinetto pure quella volta), Camparoni contò con le dita i novanta giorni, segnando con l’unghia le caselle bianche di un vecchio calendario del 1987 che aveva trovato arrotolato dentro un certo stipetto del soggiorno. Di sicuro non avrebbe potuto fare i conti sul calendario corrente che sua moglie teneva appeso in cucina, perché quella certamente, attenta a tutto com’era, avrebbe cominciato a far domande e sarebbe stata senza dubbio la fine di qualsiasi sotterfugio. Tuttavia, come si vedrà in seguito, avrebbe dovuto come minimo tenerne conto.
Ora, secondo i semplici calcoli di Camparoni, uomo dall’istruzione primaria e dal parere tenace, per presentare l’istanza c’era tempo fino al giorno 15 del maggio venturo. Tuttavia, siccome il suddetto 15 risultò essere un venerdì, (e ogni venerdì la certa filiale piuttosto lontanuccia da casa, la quale nel frattempo era stata scelta oculatamente fuori mano per ovvii motivi di riserbo, chiudeva alle dodici in punto), Camparoni decise che avrebbe anticipato comodamente di un giorno e fatto tutto entro la giornata di giovedì, il 14.
Ovviamente, le primissime avvisaglie della sconsideratezza di Camparoni stanno proprio nel fatto che dei novanta disponibili, per agire, lui avesse scelto deliberatamente il penultimo giorno; ma Enzo Camparoni era figlio di una generazione strana, per la quale una parola data e una stretta di mano contavano più di qualsiasi altra cosa; era un uomo convinto fino al midollo di sapere il fatto suo, e di averlo appreso per via quasi per caso, mutuato solo per il semplice atto compiuto di vivere. E a causa di questa sua tendenza a sminuire tutto e tutti era così persuaso della riuscita del suo intento, che scelse di anticipare la pratica di un giorno solo ed esclusivamente perché gli piaceva fare le cose “con comodo”. E quando uno dice fare le cose, intende proprio l’atto fisico e consapevole di compiere un movimento nel tempo e attraverso lo spazio; di muovere cioè la propria massa fisica da un determinato punto, mettiamo A, fino a un determinato altro, B, (distante dal primo il minimo necessario da giustificare la fatica e l’impegno del soggetto), con l’intento di giungere a destinazione senza incidenti di percorso.
Fu così che Camparoni, per quello che lui stesso considerò addirittura un eccesso di prudenza, scrisse a penna la data 14 maggio su un pezzettino di carta che ripiegò e infilò nel portafogli, stretto nel risvolto dei documenti. Poi uscì dal bagno del suo appartamento al terzo piano e mantenne il punto fino a ora di pranzo. Disse che se dopo mangiato si fosse sentito meglio, sarebbe uscito per prendere una boccata d’aria e fare quattro passi. Sua moglie non fiatò e continuò a leggere sotto la finestra, ma ogni tanto gli lanciava qualche occhiata di sbieco, giusto per tenerlo d’occhio.
A tavola mangiò poco, piluccò, giusto per fare la scena. Dopo il caffè, amaro, già con un piede sulla porta, rimettendosi il cappotto, disse che sarebbe tornato entro un’oretta e uscì di casa con circospezione e sempre tenendosi il davanti con entrambe le mani. Al primo secchione visto per strada si liberò del vecchio calendario; poi, deciso a riprendere il discorso quando maggio fosse giunto, scelse di dimenticarsene del tutto.

Fotografia di Maurizio Stampone