2.
Per alcune settimane non ci pensai, al laghetto. Jordi conosceva tutti i contatti in città, sapeva dove mettevano la musica e aveva gli agganci per ottenere tutte le indicazioni segrete, quando serviva per arrivare da qualche parte. Ma una mattina, all'improvviso, mi venne il desiderio di tornare alla vecchia fabbrica, e così, senza una spiegazione apparente, ci andai. Avevo una stanza in un appartamento con altri tre, un lavoro precario e part-time in un magazzino che mi dava a malapena i soldi per pagare il posto letto, per mangiare, per le birre, le pastiglie e poco altro, una vita che sembrava sempre sul punto di diventare qualcosa o di precipitare, senza mai arrivare a compimento in nessuna delle due direzioni. Alla fabbrica invece, beh, non avrei saputo spiegarne il suo significato in rapporto a quelle che erano le mie giornate, eppure quello che all'epoca non avrei saputo articolare lo sentivo comunque mio.
Non avevo mai considerato come dentro ci vivessero delle persone, un edificio dismesso e fatiscente occupato, anche se per la maggior parte erano squatter di passaggio, che si fermavano pochi giorni o settimane, mentre gli occupanti stabili arrivavano forse a una mezza dozzina. Alex era quello che capiva al volo come funzionava il mondo, che si trattasse di un reparto chiuso, di un cantiere bloccato, di una fabbrica abbandonata. Aveva una trentina d'anni e la faccia di chi è sempre stato più sveglio degli altri in ogni posto in cui è stato, cosa che non gli aveva portato niente di buono tranne una certa capacità di attenzione ai dettagli, che negli ambienti giusti era preziosa. Gestiva lui i rapporti con chi arrivava da fuori, che si trattasse di organizzare un rave, un concerto o una festa, decideva chi poteva stare lì e chi no, insomma stabiliva le regole non scritte a cui tutti si attenevano.
Viv era la sua ragazza o forse no, non era chiaro come non erano chiare parecchie cose in quello spazio che non chiedeva di essere definito. Veniva da qualche città del nord, aveva tatuaggi che risalivano ad anni diversi e che raccontavano versioni differenti di lei, e di alcuni lei stessa raccontava storie alternative a seconda dei momenti, non capivo nemmeno se lo facesse per dimenticanza o per vezzo. Fumava erba con una costanza quasi meditativa, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina successiva, con la stessa regolarità con cui Rinuccio beveva, e come certe persone costantemente alterate aveva una rara capacità di nitidezza del pensiero.
Speedo invece non parlava molto. Il soprannome veniva da una certa avventura in cui si era ficcato nei guai e per una serie di vicissitudini in seguito alle quali era finito in questura indossando solo un costumino. Era molto capace con le mani, riparazioni, costruzioni, sistemava quello che si rompeva con materiali di risulta, insomma una competenza silenziosa che nessuno gli aveva mai insegnato in modo formale ma era senza dubbio molto apprezzata.
E poi certo, c'era Rinuccio. Lui non faceva parte della comunità in senso stretto, non aveva cioè scelto di andare a vivere insieme a loro, erano stati gli altri, i primi arrivati, che lo trovarono già lì. Come fosse un dato di fatto del posto, come i muri o il laghetto stesso, qualcosa che c'era prima degli occupanti e che probabilmente sarebbe rimasto dopo. Gli altri lo tolleravano con una deferenza silenziosa che non si spiegava facilmente, di certo non per l'età, e in ogni caso Rinuccio non era simpatico, non era utile, non portava risorse né relazioni né competenze spendibili. Beveva vino scadente da cartoni che comprava al discount e trascorreva le giornate in un angolo del cortile o vicino al laghetto, a seconda dell'umore e del tempo. A volte spariva per giorni e nessuno si chiedeva dove fosse andato, a volte stava sveglio tutta la notte e lo sentivi parlare da solo nel buio.
Con gli altri invece non parlava quasi per niente, e di sicuro non era un tipo di compagnia. Viv mi disse una volta che Rinuccio li faceva sentire a disagio perché sembrava conoscere cose su di loro che loro stessi non sapevano, il che gli dava un'aura di mistero che lui portava come si porta un peso. Iniziai a cercarne la compagnia, il che stupì Alex e Viv che credevano sì fossi strano anch'io, ma in una maniera differente. Forse pensavo avrebbe potuto rivelarmi qualcosa su di me, che mi avrebbe aiutato a capire in che direzione stavo andando, ma tanto Rinuccio parlava poco, solo quando aveva voglia e comunque solo di quello di cui voleva parlare lui, e il resto del tempo stava zitto, anche se per un certo periodo, soprattutto quando prendevo certe pasticche, stare zitti insieme sembrava un'attività interessante.
A pezzi, un frammento alla volta, mi raccontò della fabbrica, senza mai darmi la sensazione di stare costruendo un discorso logico. Diceva cose e poi si fermava e beveva e magari non aggiungeva niente per mezz'ora, poi magari riprendeva il discorso due giorni dopo. Raccontò che ci aveva lavorato per dodici anni, dal settantadue all'ottantaquattro, prima come operaio poi come addetto ai magazzini. Disse che la fabbrica produceva materiali per l'industria tessile, o almeno questa era la versione ufficiale, ma che nel magazzino dove lavorava lui stavano stoccate sostanze che non c'entravano niente con i tessuti, barili con etichette misteriose, scritte in alfabeti che non erano alfabeti, forse codici, chissà, non lo capì mai.
I barili arrivavano di notte, sempre, con camion senza insegne sulle fiancate. Li scaricavano in silenzio e li portavano dentro al magazzino e poi alcuni finivano sversati direttamente nel laghetto, e chi faceva questa operazione portava imbragature da viaggio spaziale che gli altri operai non indossavano mai, tute con la maschera e i guanti speciali, il tipo di equipaggiamento che non metti per svuotare un bidone d'acqua sporca.
Gli chiesi se aveva mai fatto domande, ma banalmente mi rispose che nessuno faceva domande perché il lavoro era lavoro e la fabbrica dava da mangiare a molte famiglie, e la scelta fra la verità e il pane quotidiano non sembra mai una scelta difficile. Comunque una volta un operaio aveva chiesto qualcosa a un caposquadra e il lunedì successivo non era più venuto al lavoro, nessuno aveva commentato ma fu chiaro a tutti il perché.
Disse che le cose intorno al laghetto avevano iniziato a cambiare dopo il settantasei o il settantasette, non ricordava di preciso. Gli uccelli avevano smesso di posarsi sulla riva, i gatti che giravano per il cortile evitavano l'area con una coerenza tutt'altro che casuale, l'erba sulla riva era diventata prima gialla poi grigia poi era semplicemente scomparsa, come se il terreno si rifiutasse di ospitare vita vegetale. E l'acqua aveva poco a poco preso quel colore, che loro, gli operai, non sapevano definire, a cui non erano stati capaci di dare un nome.
Lui aveva continuato a lavorare fino all'ottantaquattro, poi la fabbrica aveva chiuso per ragioni che non erano mai state spiegate chiaramente, e lui era rimasto perché non aveva una famiglia né altri posti dove andare, o almeno questa era la spiegazione che si dava.
Una notte dell'estate successiva ci fu una serata elettronica più piccola del solito, cinquanta o sessanta persone in tutto, ovviamente lo dissi a Jordi che si presentò con pasticche di ket mischiata con qualcos'altro che non sapeva nemmeno lui, e per un'ora stetti in un posto che non era né dentro né fuori, né sveglio né addormentato, con la musica che arrivava da lontanissimo, come il rumore del mare sentito da dentro un palazzo di cemento armato.
Quando cominciai a tornare vagamente in me provai ad alzarmi e camminare, e mi ritrovai ai margini del cortile, dal lato dove la vegetazione segnava un confine rispetto al laghetto. Senza avvicinarmi oltre guardai la superficie scura dell'acqua attraverso i rami degli alberi contorti. Si muoveva. Eppure non c'era vento. La vegetazione tutt'intorno era ferma, le foglie non oscillavano, l'aria era pesante e immobile. Ma la superficie del laghetto mostrava delle increspature, piccole e regolari, che si espandevano dal centro verso la riva come se qualcosa di molto grande si stesse muovendo piano in profondità.
Rimasi ancora qualche minuto, la musica arrivava attutita, i bassi che sembravano venire da sotto la terra, le luci stroboscopiche che proiettavano riflessi pallidi sul cielo basso sopra il capannone, un battito di luce e buio che non arrivava oltre quel muro di piante e rami.
L'acqua era ferma, di quel colore che non aveva nome. Restai a fissare le increspature finché non si fermarono, poi tornai dentro dove c'era la musica e la gente e il calore dei corpi e mi dissi che erano le pasticche che mi facevano vedere le cose in modo strano, e analizzato da quel punto di vista ciò che era strano era normale.