La schedina
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La schedina

 

 

 

Il vecchio arrivava ogni venerdì mattina al bar alle nove, massimo nove e un quarto, prendeva una schedina del totocalcio da compilare, si accaparrava il Corriere dello Sport sul frigo dei gelati, e possiamo dire che questo era in un certo modo il suo lavoro, nel senso che era l'unica cosa che faceva con regolarità e impegno visibili.

Lo conoscevo da quando frequentavo quel bar, che erano quindi circa due anni, il periodo in cui abitavo in zona per ragioni che sono troppo lunghe da raccontare qui ma che avevano prodotto come effetto collaterale permanente l'abitudine di passare parecchio tempo al bar la mattina. Venanzio, così si chiamava il vecchio, era quel tipo di persona che si può anche descrivere come parte integrare dell'arredamento, tipo il televisore sempre acceso su un canale regionale e pure il proprietario, un certo Bruno che aveva spesso l'umore di uno a cui hanno rubato qualcosa ma non ricorda cosa.

Una domenica di novembre Venanzio aveva vinto alla schedina, non una cifra enorme, duecentocinquantamila lire, forse qualcosa di più, adesso non ricordo bene, comunque abbastanza da giustificare la reazione entusiasta di una persona per cui quella cifra assumeva un discreto valore.

Il lunedì mattina era arrivato al bar per incassare, con le guance arrossate e la voce tremolante, nel modo in cui ce l'hanno certi vecchi quando gli succede qualcosa di bello, come se il corpo non fosse più abituato e non sapesse bene come gestire l'emozione e la mandasse tutta in faccia.

Bruno si era complimentato e gli aveva dato una leggera pacca sulla spalla, due pensionati che stavano a un tavolino avevano alzato il bicchiere. Venanzio aveva contato le banconote lì, sul bancone, e poi se li era messi in tasca dopo averli piegati accuratamente e raccolti con un elastico. L'unica cosa che pensavo mentre osservavo la scena era che sapevo dove avrebbe messo i soldi, una volta a casa.

Lo sapevo perché ero stato da lui varie volte, anche pochi giorni prima, e conoscevo quel cassetto del comodino da cui ogni tanto prendeva del denaro, per me o per altri, per chi lo andava a trovare. Capitava pure di dargli un aiuto per cose pratiche, come cambiare una lampadina o riparare un rubinetto, quelle robe banali che un vecchio solo non riesce più a fare, tanto ormai uno era già lì e poi Venanzio era gentile, al bar ti offriva sempre il caffè, che in tempi di ristrettezze era comunque un gesto apprezzato.

L'appartamento era piccolo e ordinato ed era praticamente impossibile non notare dove teneva i soldi, un comodino che stava accanto al letto, un mobile di legno scuro con un cassetto solo, e quel giorno di novembre, dopo il bar, avevo continuato a pensarci. Non fu un ragionamento lungo, erano proprio il tipo di pensieri che si fanno quando si hanno certi guai e si vede un piccolo spiraglio, che anche se rimanda un'immagine squallida almeno è pratica, e i problemi sono abbastanza pressanti da rendere la bruttezza della situazione una questione secondaria rispetto alla concretezza delle preoccupazioni. Nello specifico dovevo dei soldi a due persone diverse per ragioni diverse, e uno dei due tizi aveva l'aria di aver perso la pazienza. Con duecentocinquantamila lire non avrei risolto, ma almeno avrei guadagnato tempo. Del resto se non lo facevo io lo avrebbe fatto qualcun altro, o almeno così cercai di giustificarmi di fronte alla mia immagine allo specchio.

Quella sera stessa andai a casa di Venanzio con la scusa di un pentolino che non avevo, se me lo poteva prestare. Il vecchio aveva aperto senza sorprendersi, mi aveva fatto entrare, era andato in cucina a cercare il pentolino, e io subito mi ero allungato verso la stanza, che era a quattro o cinque passi da me. Con un balzo ero arrivato al cassetto, e le duecentocinquantamila lire erano lì, ancora piegate nell'elastico. Le presi, richiusi il cassetto, e con due salti tornai verso l'ingresso. Venanzio stava ancora frugando in cucina, fra quei rumori di latta e acciaio tipici di pentole spostate, e ci mise alcuni minuti prima di tornare verso di me mostrandomi soddisfatto il pentolino.

- Eccolo qua. Me lo riporti quando hai finito.

- Grazie Venà.

- Figurati.

Scesi le scale con il pentolino in una mano e i soldi nell'altra, e nell'atrio del palazzo mi fermai un momento, chiedendomi se non ero forse una persona cattiva, a rubare a un vecchio. Aspettai alcuni secondi per capire se quella domanda produceva qualcosa, un senso di colpa, o altro che poteva influire su quanto appena successo. Non produsse niente, e mi ripetei solo che lo avrebbe comunque fatto qualcun altro.

La mattina dopo al bar Venanzio era al suo posto che cominciava a studiare sul Corriere le partite della prossima giornata, della prossima schedina. Bruno stava dietro il banco, il televisore trasmetteva una pubblicità di materassi. Ho ordinato un caffè e Venanzio ha fatto il gesto di pagare come faceva sempre.

- Offro io.

- Grazie Venà.

- Figurati.

Aveva la stessa faccia di sempre. Non sapevo se si era accorto del furto, probabilmente sì, e probabilmente sapeva chi era stato, e magari aveva comunque deciso che non c'era niente da fare e tanto valeva lasciare perdere. Oppure non se n'era ancora accorto, del resto anche questa era un'ipotesi plausibile.

Avevo bevuto il caffè al bancone mentre guardavo una televendita di bigiotteria, e il vecchio era tornato a studiare la schedina con quella concentrazione che metteva ogni settimana, e pensai che magari la domenica successiva avrebbe vinto di nuovo.

 

 

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