Quando il narratore capita dalla parte sbagliata della stanza
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Quando il narratore capita dalla parte sbagliata della stanza

 

 

Nel pub O’Shea di viale Gubbio faceva buio presto. Quel pomeriggio appena dopo l’apertura delle 17 c’era solo Vittorio, dietro il banco, che passava lo straccio sul pianale e poi se lo rimetteva sulla spalla. Faceva sempre allo stesso modo: un giro, un piegamento, una passata e puff: lo straccio sulla spalla. Un gesto che compiva in continuazione, in un loop che si stentava a credere reale, fin quando non arrivava qualcuno al bancone a chiedere da bere. Allora Vittorio la smetteva, ma solo per il tempo strettamente necessario a ultimare tutta la serie di azioni e movimenti preparatori alla riuscita del drink. Infatti, con lo straccio in spalla mesceva la birra, versava il whisky, il rum, la tequila o quel che ne sa il diavolo; addirittura poteva capitare che scambiasse quattro chiacchiere con l’avventore di turno; ma non appena quello se ne andava col bicchiere pieno, Vittorio ricominciava avanti e indietro con la tiritera dello strofinaccio.

Quel pomeriggio, insomma, c’era Vittorio che faceva ciò che di solito fa Vittorio quando sta dietro il bancone e nell’unica sala del pub O’Shea di viale Gubbio non c’è neppure un’anima: dava di staccio. Io stavo di fondo, ma io non faccio testo. Arriverà il giorno che si dimenticheranno di me e mi chiuderanno dentro per la notte. Facevo le parole crociate o qualcosa del genere. Saranno state le 17 e un quarto o giù di lì. Fuori dall’unica finestra c’era ancora il cielo azzurro e la gente che passava sui marciapiedi sembrava di un altro mondo, coi loro cappottini puliti, le loro facce sorridenti, luminosi come lingotti d’oro. Ma dentro l’O’Shea era già notte fonda e se avessi allungato le braccia non mi sarei visto le dita.

 

Dunque, erano le 17 passate da poco e io me ne stavo in disparte a leggere o a guardare fuori dalla finestra, mentre Vittorio passava lo straccio avanti e indietro dal pianale del bancone alla spalla, dalla spalla al pianale del bancone. L’O’Shea era praticamente vuoto: c’ero io, che non conto, e c’era Vittorio.

«Quando vi trovo a tutt’e due, a te e a tuo fratello?»

La voce era stata curiosamente più veloce del rumore della porta che s’apriva. Io vidi solo la punta di un naso sbucare dal battente, una porzione moderatissima di sopracciglio, di una fronte. Un fascio di luce bianca come l’aceto tagliò in due il buio poltiglioso dell’O’Shea.

«Verso le dieci?» disse Vittorio, che s’era bloccato a metà strada ed era rimasto semidisteso sul bancone nell’atto di pulirne il bordo esterno. Dal tono di voce era evidente che lui lo conosceva. «Tutto bene? Ti vedo strano» chiese mentre si raddrizzava e rimetteva lo straccio sulla spalla.

Io dal mio cantuccio misi da parte le parole crociate, posai la matita, smisi di guardar fuori. Mi convinsi chissà come, che se lo conosceva Vittorio allora lo conoscevo pure io. Ai tempi mi facevo tutti questi tipi di problemi, m’arrovellavo, volevo che di me la gente parlasse in una certa maniera, che dicesse le cose in un determinato modo; poi bevevo molto. Bevevo tutto il giorno. Passavo intere giornate a bere e a pisciarmi sotto. Era uno schifo.

«È successa una cosa spiacevole e volevo parlarne con…» L’uomo alla porta s’interruppe e capii che s’era accorto di me. Lo capii perché Vittorio mi lanciò un’occhiata e poi distolse subito lo sguardo. Vidi che faceva cenno all’uomo che poteva continuare, che nell’O’Shea non c’era nessuno.

«Con tutti e due, insomma.» continuò quello «Preferisco così. Per non ripetermi.»

«E si può sapere di che si tratta?» disse Vittorio che ora s’era messo sulla difensiva, soprattutto perché in un’ora tranquilla come quella non poteva dare liberamente di straccio. Illuminata a giorno, la sua enorme testa nera copriva d’ombra tutta la parte alta del retro-banco. «Cosa c’entra mio fratello?»

L’uomo alla porta si schiarì la voce. Dal battente vidi l’esiguo sopracciglio piegarsi, la punta di naso sparire. «Non fare il finto tonto» La fronte, scoperta, rivelò una calvizie profonda. «Ripasso stasera, alle dieci. Almeno mi dici…» ci fu un’esitazione. Poi disse qualcosa a bassissima voce che non afferrai. Ma era una parola con una doppia dura. Vittorio trasalì. Lo vidi arretrare d’un passo, con la faccia stravolta, pallido come un morto, e lo straccio poggiato sulla spalla.

 

Passò qualche secondo, poi l’uomo sulla porta se ne andò senza dire altro e la notte tornò all’O’Shea di viale Gubbio. Erano le diciassette e un quarto, più o meno, e dentro il pub c’era solo Vittorio che aspettava i primi clienti e intanto puliva il bancone, su e giù, avanti e indietro. In disparte, sotto l’unica finestra, stavo io, coi miei libri e le mie carte; ma io non faccio testo. Lo dico sempre, arriverà il giorno che mi chiuderanno dentro per la notte e si dimenticheranno di me. Ripresi a guardar distratto fuori dalla finestra il cielo azzurro e la gente dorata. Sarà difficile cambiare di posto, pensai, ma stavolta non mi fregano! A quello mi ci ero abituato: l’unico angolino di penombra in tutto l’O’Shea. Ma fino alle dieci avevo tempo da vendere, e a me, modestamente, non manca di certo la pazienza!

 

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