Il picchio
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Il picchio

 

1.

I lavori erano finiti il giorno prima.

La vecchia casa, in una strada qualunque del centro di Monterrey, sembrava adesso un ufficio. Pareti chiare, controsoffitto termico e acustico, prese nuove, finestre sigillate. I cavi non si vedevano, ma c’erano tutti.

Pablo sedeva nel cortile sul retro, su uno sgabello di plastica troppo costoso, con una tazza di caffè in mano. La macchina era francese, complicatissima, e il caffè non gli era riuscito bene.

Guardava l’albero che gli faceva ombra. Un pecano, cáscara de papel, forse di ottanta o cento anni. Quando aveva cercato un immobile per farne il suo ufficio, quell’albero lo aveva convinto.

Qui. Dove cresce il noce.

Non era un noce, tecnicamente. Lo sapeva. Ma per lui era il noce.

Toc. Toc. Toc.

Vide subito il picchio. Era aggrappato alla corteccia e batteva sul legno tenero.

Toc toc toc.

Non ne aveva visti molti, in vita sua. E adesso uno era lì, ospite del suo noce.

Maria si affacciò dalla finestra del piano di sopra e gli chiese se avesse visto le chiavi del portone. Pablo rispose senza voltarsi. Lei chiuse la finestra e fece scappare il picchio.

Il caffè era freddo. Lo versò nella terra, vicino al tronco, e tornò dentro.

Toc toc toc.

Era tornato subito, meno male. Attutito, ma ancora presente.

Si sedette alla scrivania e aprì il portatile.

 

2.

La scopa sfregava il granito. Era il rumore con cui Pablo cominciava le giornate, da quando aveva preso quell'edificio. Le foglie del noce si ammassavano negli angoli, e lui le radunava al centro.

Quella mattina la scopa incontrò qualcosa.

Era nel corridoio che dal cortile portava al marciapiede. Adagiato in mezzo al pavimento, come se dormisse. Un picchio. Niente sangue, niente piume staccate.

Forse il vetro di una finestra. O qualche altro motivo che non lo riguardava.

Lo raccolse con la paletta e lo mise in una busta nera, insieme alle foglie.

Il giorno dopo, un picchio cantava sul lampione del cortile. Pablo si fermò a guardarlo. Non aveva mai pensato che potessero essere più di uno, nel noce. Pensò alla busta nera dove aveva sepolto frettolosamente l'altro, e se ne dispiacque un po'.

Nel pomeriggio passò sotto il noce e qualcosa si mosse sopra di lui. Alzò lo sguardo. Un gatto nero, magro, era già a metà del tronco. Saliva a scatti, le orecchie piegate all'indietro, senza fare rumore.

Pablo non lo aveva mai visto entrare.

Solo allora si accorse che il picchio aveva smesso di cantare. Restò in silenzio, con la testa all'insù, finché non lo sentì sbattere le ali verso il tetto. Vivo.

Qualche mattina dopo, nello stesso punto del corridoio, trovò un piccione. Stavolta c'erano piume dappertutto, e l'animale era stato sventrato.

Pablo lo guardò a lungo prima di prendere la paletta.

Un regalo. Lasciato dove doveva trovarlo.

Bisognava mettere qualcosa, sopra il muro di cinta.

 

3.

Era un venerdì sera. Maria aveva cucinato la carne sottovuoto con burro alle erbe che a Pablo piaceva tanto. Avevano stappato una bottiglia di Syrah, per addentrarsi nel fine settimana come si doveva.

Mentre mangiavano, Pablo ogni tanto prendeva il telefono, lo sbloccava col pollice senza alzarlo dal tavolo, dava un'occhiata, lo rimetteva a faccia in giù.

"Lunedì vado a fare un controllo alla tiroide, mi tocca."

"Mh mh," fece Pablo senza guardarla, mentre beveva.

“Ana mi accompagna. Dice che è meglio se non ci vado da sola.”

Pablo non disse nulla.

"Sai che ho ripensato all’ultimo controllo di mamma?"

Pablo sbloccò di nuovo il telefono.

"Niente, dai. Lascia perdere."

Anche Maria prese il telefono, e controllò cosa era stato pubblicato sul feed.

Nulla di interessante.

 

4.

Alle 09:30, puntualissimo, Luis citofonò. Doveva discutere con Pablo del contratto da rinnovare. Da qualche mese Pablo pagava in ritardo, rispondeva poco alle mail, lasciava scadere le fatture. Bisognava rinegoziare.

"È aperto, spingi il cancello."

Quando entrò nell'andito, si stupì di trovare Pablo chino sulla porta principale, con i guanti di gomma gialla, che puliva con una spugna. L'odore di candeggina non copriva del tutto una nota di ammoniaca che ancora si percepiva.

"Scusa. Finisco subito. Entra, accomodati in sala d'attesa. Serviti un caffè, se vuoi."

Luis conosceva quell'edificio da anni ormai. Sempre ordinato e ben pulito. Gli sembrò che ci fossero più telecamere.

Andò a cercare una tazza per il caffè. Il pecano gli sembrò enorme. Il pavimento di pietra del cortile era coperto di foglie marce. C'erano dei bidoni vuoti vicino al muro, e delle ciotole con delle crocchette.

Qualche minuto dopo si accomodarono nell'ufficio di Pablo. Sempre uguale, sempre ordinato e luminoso.

"Non avevi una foto della Torre Eiffel scattata da Maria, appesa lì dietro?" chiese Luis.

"Sì, è caduta. Si è rotto il cristallo e non ho avuto tempo di portarla a riparare."

"Peccato, era bella. Ma Maria fa ancora foto?"

"No. Cominciamo?"

Pablo aprì il portatile, e Luis prese il tablet, su cui caricò la nuova bozza di contratto. Iniziarono a leggere le clausole nuove, evidenziate in giallo.

Mentre Luis spiegava perché aveva aggiunto un inciso, Pablo lo fermò.

"Aspetta. Aspetta un attimo."

Si alzò, andò alla finestra e rimase a fissare il cortile qualche secondo. Poi tornò al portatile e iniziò a cercare qualcosa nello schermo. Guardò, e si scusò.

"Vai avanti. Tutto bene fino a qui."

Luis continuò a leggere, cercando di fare più in fretta. Non si sentiva a suo agio, ma non sapeva dire cosa lo estraniasse.

Pablo si alzò all'improvviso senza dire nulla. Uscì dall'ufficio. Rimase fuori due minuti circa, durante i quali Luis si chiese cosa fare.

Poi tornò, e disse solo:

"Scusa. Sai, c'è un gatto... Nulla. Vai avanti."

"Che combina questo gatto?"

"Nulla. È uno stupido gatto."

Sembrava cercare le parole per spiegare qualcosa, poi tagliò corto.

"Non combina nulla. Continuiamo."

Dopo aver stampato e firmato il contratto, Luis strinse la mano a Pablo. Solo allora si accorse della barba di tre giorni con venature grigie, e della camicia macchiata.

Si rimise il tablet nella borsa. Aveva un altro appuntamento alle undici.

 

5.

Erano le due del mattino, e Pablo era seduto alla sua scrivania, in ufficio. Guardava il mosaico delle telecamere, sul suo portatile. La scrivania era piena di bicchieri e di bottiglie di plastica. Il pavimento non veniva spazzato da giorni, forse da settimane.

Pablo non ricordava nemmeno da quanto non tornava a casa sua. Tanto lì non c'era nulla da fare.

Il telefono si accese: Ana. Una chiamata. Poi un’altra.

Pablo guardò lo schermo. Pensò di rispondere, per sapere.

Però in quell'esatto momento gli sembrò di notare una macchia di pixel che si muoveva, nella telecamera numero due. Il telefono gliel'aveva quasi fatto perdere.

Corse verso il portone, e all'aprirlo l'odore acre precedette la macchia sul pavimento.

Pablo uscì, chiuse la porta dietro di sé, e rimase qualche secondo a fissare il punto. Non sapeva se c'era ancora della candeggina, ma ora non ne aveva bisogno.

Si slacciò i pantaloni e pisciò, puntando il getto sulla macchia scura.

Si riallacciò. Rimase fermo a lungo.

Toc. Toc. Toc.

Ma i picchi non dovrebbero dormire a quell'ora?

Aprì la porta. Mentre entrava, tese l'orecchio. Ma non sentì più nulla.

 

 

6.

Il sole tramontava. Il cielo si era tinto di rosa e arancio, e il noce sembrava vibrare, in quell'aria umida e caldissima. Pablo accese una lampada da scrivania, che aveva posizionato sul tavolo di plastica dove avrebbe iniziato a lavorare.

Il cortile non sembrava più un cortile. Era pieno di scatole di pizze e polistirolo da delivery. L'odore delle foglie marce si mischiava ad altri odori che ormai Pablo non registrava più. Sul tavolo, un rotolo di filo di ferro galvanizzato, due molle grandi, un martello e un vassoio di alluminio.

Era l'ottava versione del progetto. Ormai aveva capito tutti gli sbagli precedenti, e stavolta ci sarebbe riuscito.

Iniziò a piegare il filo di ferro e a tagliarlo con delle cesoie che trovò piantate nella corteccia del noce. Nella sua testa il progetto era chiarissimo: tensione, torsione, peso minimo di ingaggio. Infallibile.

Non sarebbe scattata di nuovo per un ratto.

Perché poi il gatto uccideva i picchi e non i ratti?

Toc. Toc. Toc.

Non bisognava divagare.

Lo doveva finire prima delle due del mattino. A quell'ora di solito il gatto faceva un giro di perlustrazione. Saltava dal muro di recinzione, facendosi beffe dei cocci di vetro che Pablo stesso aveva posizionato. Dal ramo basso saltava su uno dei rami intermedi. Poi scendeva seguendo il tronco, leggermente curvo. E si infilava nel corridoio.

Lì avrebbe trovato la trappola.

Oggi sarebbe finito tutto.

Il cellulare di Pablo vibrò, lo schermo si accese per un istante.

Un messaggio di Ana che diceva:

"Nemmeno al funerale sei riuscito a venire. Che stronzo."

Lui lo ignorò. C'era molto da fare, in così poco tempo.

Toc. Toc. Toc.

Il picchio era la sua vedetta. E avrebbe attratto il gattaccio.

Così si faceva.

 

7.

Era notte fonda. Pablo non sapeva che ora era, perché aveva smesso da tanto di misurare il tempo. Era steso su un telo di plastica, si copriva con delle scatole di cartone perché faceva freddo.

Gli occhi gli bruciavano, la pelle gli faceva male.

Non aveva messo nessuna trappola ultimamente, il gatto era troppo furbo per cascarci. Ma stanotte l'avrebbe preso comunque. Ci era andato vicino tante volte.

Maledetto gatto nero portasfiga.

All'improvviso, vide la testolina del gatto spuntare dal muro di cinta. Entrava sempre da lì.

Smise di respirare. Il cuore batteva forte.

Un sibilo, improvviso, lo obbligò a girare la testa. Nel balcone del primo piano apparve un secondo gatto nero, identico.

Pablo non ci poteva credere.

Un miagolio basso, gutturale e prolungato.

Su un ramo del noce, nel buio, distinse due occhi gialli che lo fissavano. Un terzo gatto, identico agli altri.

Anche quello sul muro lo fissava.

Anche quello sul balcone.

Pablo rimase immobile.

Ora si sentiva in minoranza.

 

 

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