La fabbrica dove lavoravo produceva componenti per automobili, piccoli pezzi di metallo e plastica cui di solito nessuno dà importanza, bulloni, guarnizioni, rondelle. Roba necessaria per far funzionare una macchina, ma perlopiù le persone nemmeno sanno che esistono o a cosa servono.
Lavoravo al turno di notte, dalle undici alle sette del mattino, cinque giorni a settimana. Il mio compito consisteva nel controllare che le macchine funzionassero, nel senso dei macchinari industriali, non delle automobili. Le macchine facevano tutto, noi stavamo lì e le guardavamo. Se qualcosa si inceppava o si bloccava o si rompeva, premevamo un pulsante e veniva un tecnico. Per la maggior parte del tempo stavamo seduti e aspettavamo che finisse il turno.
Nella nostra squadra eravamo in sei, oltre a me Mauro, Stefano, due filippini che si chiamavano entrambi Jose, e una donna di nome Rita che aveva cinquantadue anni e fumava come una ciminiera, anche se in catena di montaggio non si sarebbe potuto, ma nel turno di notte anche i responsabili erano più laschi.
Nessuno parlava molto, non c'era niente da dire e in ogni caso il rumore dei macchinari avrebbe coperto quasi tutto.
Mauro aveva trentatré anni e viveva ancora con sua madre, diceva sempre che stava risparmiando per comprarsi casa. Dopo due anni ripeteva ancora la stessa cosa. Portava ogni notte lo stesso panino, mortadella e fontina. Una volta gli chiesi perché non cambiava mai, e rispose solo che quel tipo di sandwich gli piaceva.
Stefano aveva una moglie che lo tradiva. Tutti lo sapevano, persino lui. A volte ne parlava, ragionava che avrebbe dovuto lasciarla. Poi scrollava le spalle e diceva che era complicato, insieme avevano una figlia, un mutuo, una parvenza di vita. Disse che era più facile fare finta di niente.
I due Jose parlavano tra loro in tagalog, e ovviamente nessun altro capiva cosa dicevano. Però una notte gli domandai di cosa stavano confabulando, e uno di loro mi spiegò che parlavano delle Filippine. Disse che prima o poi ci sarebbero tornati, anzi, molto presto. Erano entrambi in fabbrica da più di dieci anni.
Rita aveva iniziato quando aveva ventitré anni, quindi stava per festeggiare i trenta di lavoro, quasi sempre turni notturni. Mi rassicurò che ci si abitua, che dopo un po' nemmeno ti accorgi di vivere in un altro mondo, e adesso ormai era il giorno a sembrarle strano, troppo luminoso, troppo popolato.
Ci pagavano milletrecento euro al mese netti, qualcosa in più quelli con maggiore anzianità. Con gli straordinari arrivavo a millequattrocento, millecinquecento quando andava bene. Non era tanto, ma comunque di più di quello che guadagnavano i miei amici o i vecchi compagni di scuola, quei pochi che il lavoro ce l'avevano. Era sufficiente per andare avanti dignitosamente, ma non abbastanza per vivere bene. Giusto la cifra che mi consentiva di rimandare le decisioni importanti mese dopo mese.
Una notte una macchina si ruppe. All'apparenza non sembrava un guasto importante, era successo altre volte. Premetti il pulsante e aspettai il tecnico, che però non arrivava. Così premetti di nuovo, ancora niente. La produzione si fermò, tutto il reparto si fermò.
Il capoturno venne a controllare la situazione di persona. Era un tipo grasso che sudava anche d'inverno, ci disse che il tecnico era a letto con l'influenza e che per forza di cose dovevamo aspettare quello del turno di giorno. Nell'attesa di informazioni sul da farsi ci diede il permesso di riposarci nella sala break. Mauro mangiò il suo panino mortadella e fontina, Stefano guardò il telefono, Rita fumò tre sigarette di fila. I Jose giocarono a carte borbottando a bassa voce fra loro.
Dopo due ore il capoturno disse che potevamo andare a casa, ma che comunque ci avrebbero pagato tutte le ore previste. Nessuno ringraziò, prendemmo le nostre cose e ce ne andammo.
Fuori, le quattro del mattino, era ancora buio, e io non sapevo cosa farmene di quell'improvviso tempo libero. Non riuscivo mai a dormire a quell'ora, ormai ero abituato a stare sveglio fino alle otto o alle nove.
Presi l'auto ma invece di andare a casa continuai a guidare, senza una destinazione. Attraversai la città vuota, le strade deserte, i semafori che lampeggiavano arancione. Tutto sembrava morto.
Mi fermai davanti a un bar aperto ventiquattr'ore su ventiquattro. Chiesi un caffè, e il barista si mise ad armeggiare sulla macchina. Oltre a me c'erano un camionista, una puttana e un vecchio. Il camionista parlava al telefono, si scusava dicendo a qualcuno che sarebbe arrivato tardi, che c'era molto traffico. Ovviamente stava mentendo, non so perché.
La puttana guardava il telefono. Non che ce lo avesse scritto addosso cosa facesse, ma ero abbastanza sgamato da capire il suo mestiere. Ogni tanto scriveva qualcosa, poi tornava a guardare lo schermo, in attesa. Aspettava qualcosa, o qualcuno, ma non arrivò nessuno, né di persona né, presumibilmente, sotto forma di messaggio. Perlomeno non in quella mezz'ora in cui c'ero anch'io.
Il vecchio beveva grappa, e il barista gliela versava senza che lui la chiedesse. Ogni tanto si metteva a parlare di intrighi politici internazionali, robe di spie e servizi segreti, ma nessuno gli dava retta. Dovevano conoscerlo tutti bene.
Restai lì fino alle sei, poi tornai a casa. Provai a dormire, ma dopo un paio d'ore mi ero già svegliato e così mi misi a guardare il soffitto. Erano momenti brutti perché mi toccava pensare. Mi chiesi se quello era tutto, se la vita era davvero solo lavorare, mangiare, dormire, lavorare di nuovo, aspettare che passasse il tempo, per arrivare alla pensione, e poi morire.
Non trovai una risposta, è ovvio, non c'era una risposta. L'unica certezza era che tra dieci ore sarei tornato in fabbrica, e avrei guardato di nuovo i macchinari, aspettando che finisse il turno. E poi sarei tornato di nuovo a casa, e avrei provato ancora una volta a dormire. E poi sarebbe ricominciato tutto.
Mi rendevo conto che non c'era una riflessione profonda in quei pensieri, non c'era niente da imparare. Era così e basta. Milioni di persone vivono in questo modo, lavorando in posti che non gli piacciono, ritornando in case dove non vorrebbero stare, vivendo vite che non avrebbero mai scelto, se avessero potuto.
E io ero uno di loro, non qualcuno di speciale, qualcuno di diverso, uno che svettava rispetto alla massa. Solo un tizio che lavorava in una fabbrica e guardava le macchine produrre pezzi di plastica per altre macchine. E questa è tutta la storia, non c'è altro, non una rivelazione, non un insegnamento, men che mai una morale. Perché la verità è che la vita non è fatta di grandi momenti, ma di turni di notte e panini mortadella e fontina. E tu ci sopravvivi, perché è l'unica cosa che sei in grado di fare.