Inutile nasconderlo: quella Madonna era l’unica cosa buona nella mia vita. Non che la voglia di fare mi sia mai mancata, anzi, forse è stata proprio quella la mia maledizione. Dopo il diploma avevo rifiutato di rilevare l’attività di famiglia per imbarcarmi in una serie di sfide imprenditoriali che condividono tutte l’esito disastroso verso le quali le ho condotte. Poi è arrivata la questione della Madonna e tutto sembrava essere cambiato. Ma andiamo per gradi.
L’attività di famiglia è stata fondata nel 1961 da mio padre con sede legale, ufficio e piccolo show room in via Tiburtina 157, nel quartiere romano di San Lorenzo, a due passi dal cimitero del Verano. Mio padre ha amministrato la ditta fino a due anni fa, quando è stato costretto ad affidarsi ai servizi della sua stessa impresa, evento che ha sancito anche il mio avvicendamento alla guida. Quello di mio padre fu infatti il primo funerale che organizzai. Non che fossi del tutto estraneo all’ambiente ovviamente. Sono cresciuto tra urne, marmi, bare e un’infinita serie di dubbi personaggi in completi scuri che si sono avvicendati negli anni come spallatori.
Ma veniamo alla Madonna. L’idea della Madonna mi venne dopo circa un anno dalla morte di mio padre. La ditta andava bene, godeva di una clientela affezionata e del buon nome della mia famiglia. Non mi sarei arricchito, ma non mi potevo comunque lamentare. Sentivo però ogni tanto ancora il richiamo verso l’innovazione, questa mia smania di fare e un giorno, parlando al bar con un altro commerciante, venni a sapere di certi ragazzi che realizzavano graffiti sulle serrande dei negozi. Decisi di commissionargli un lavoro. Scelsi come modello una delle immagini che escono fuori sui motori di ricerca se si cerca “Madonna Disegno”, una semplice Madonna con vesti bianche e azzurre in piedi su un letto di nuvole con delle rose rosse intorno e un’aureola fatta di piccole stelle. Inserire il nome del negozio mi sembrò di cattivo gusto. C’era già l’insegna e quel lavoro doveva essere più un regalo al quartiere che guadagnava qualche metro quadrato di colore al posto di quelle scritte a vernice spray che deturpano tutto.
Ricevetti in effetti diversi complimenti, persino mia madre per la prima volta sembrava fiera di me. Poi venne quella fatidica domenica sera che cambiò tutto. Erano le ventidue circa del 13 ottobre 2024 quando una ragazza che proveniva in scooter dal piazzale del Verano venne investita dal SUV guidato da un uomo che procedeva a forte velocità su via Tiburtina. La ragazza venne sbalzata via dal mezzo, fece un volo di oltre cinque metri passando sopra alcune automobili parcheggiate per finire il suo arco sulla serranda del mio negozio. Giulia, questo il nome della ragazza, aveva ventuno anni ed era una studentessa di giurisprudenza. Venne trasportata in codice rosso in ospedale, operata alla testa per via di un’emorragia cerebrale. Restò in coma per giorni lasciando la città con il fiato sospeso.
Fu solo alcune settimane dopo che la riconobbi tra una piccola folla fuori dal mio negozio. La ragazza si muoveva aiutandosi con una stampella e aveva una vistosa fasciatura intorno alla testa. Con lei c’era la madre, un gruppo di giovani che indovinai fossero altri studenti o i membri dell’associazione di volontariato frequentata dalla ragazza e anche un paio di poliziotti che erano lì per ricostruire le dinamiche dell’incidente. Mi avvicinai al drappello così come avevano fatto altri curiosi proprio nel momento in cui la ragazza nel mezzo della carreggiata indicò il mio negozio e incalzata dalla madre aggiunse che in quei tragici momenti dopo l’urto, poco prima di perdere conoscenza, le era apparsa la Madonna e ne descrisse a grandi linee alcuni tratti. Mi fece pena, era chiaro che quella che credeva un’apparizione era soltanto la serranda del negozio, così senza dire nulla azionai il dispositivo elettronico e la Madonna della ragazza si concretizzò lì su via Tiburtina. Giulia per un attimo restò interdetta, mentre intorno a lei era calato il silenzio. Poi si incamminò lentamente verso il negozio e una volta davanti la serranda posò la mano poco sotto il seno di Maria dove solo in quel momento mi resi conto che c’era un bozzo nella lamiera. Doveva essere il punto esatto nel quale la testa della ragazza aveva impattato con la serranda. Giulia rimase alcuni momenti così, la mano a contatto con la serranda, gli occhi al volto della Madonna. Poi scoppiò in lacrime e con lei anche la madre, i ragazzi, alcuni passanti e uno dei poliziotti. “Era stato un miracolo. Era stata la Madonna a salvare Giulia”. In molti ripetevano queste frasi. Io non ero mai stato un credente praticante. Non andavo a messa da anni e avevo poca fiducia nella Chiesa come istituzione, ma ero pur sempre cresciuto in una famiglia cattolica. Non avrei saputo dire se fosse stato un miracolo a salvarla, ma era pur sempre vero che quello era il mio negozio, che avevo deciso io di far dipingere la serranda, che avevo scelto io quella Madonna tra migliaia di modelli disponibili.
Il mattino successivo trovai davanti l’ingresso del negozio mazzi di fiori, lumini e una mezza dozzina di persone raccolte in preghiera. Nei giorni seguenti manifestazioni di questo tipo aumentarono progressivamente. La mia presenza non sembrava infastidirle. Mi guardavano con benevolenza, mi aiutavano a sgombrare l’ingresso quando dovevo entrare e si allontanavano alla spicciolata quando alzavo la serranda. Alle diciannove però, quando chiudevo il negozio, erano di nuovo già fuori pronte a ricongiungersi in preghiera. A volte mi fermavo anche io. Stringevo le mani di quelle persone e recitavo a testa china qualche Ave Maria prima di tornare a casa.
Qualche giorno dopo giornali e televisioni iniziarono a interessarsi a quello che accadeva a San Lorenzo e venni più volte intervistato. Mi chiedevano di parlare della mia famiglia, della nostra attività, della storia della serranda, e io rispondevo sempre a tutto ma non mi esprimevo mai sul miracolo, che era poi la stessa posizione che aveva assunto il parroco del quartiere al quale indirizzavo i giornalisti per le questioni di fede. Un giorno mi chiesero anche di chiarire se la mia Madonna fosse un omaggio a qualche Madonna specifica. Era una Madonna di Lourdes, di Fatima, di Medjugorje o piuttosto quella del santuario del Divino Amore? Per non scontentare nessuno dissi che si trattava della Madonna di San Lorenzo.
Ma come detto io non sono un uomo di Chiesa e comunque quella mia eventuale gaffe non scoraggiò le persone dal rendere omaggio alla mia serranda, anzi. San Lorenzo si trova vicino a uno dei più grandi ospedali di Roma, il Policlinico Umberto I, quindi cominciarono a venire anche malati o parenti di questi nella speranza che la Madonna potesse aiutarli. A me la cosa non dispiaceva. Mi dava gioia dare speranza a quelle persone e inoltre gli affari non erano mai andati così bene. Non solo i funerali, anche le vendite di lumini e immagini sacre andavano alla grande. L’unico inconveniente era che a volte c’erano persone che si presentavano lì durante la giornata, magari proprio dopo una visita in ospedale e mi pregavano di abbassare la serranda il tempo di una veloce preghiera prima di tornare a casa o di posare le mani o qualche altra parte del corpo contro quella conca nella serranda che mi ero guardato bene dal far riparare. In genere restavo fuori con loro durante quei momenti, ma se avevo da fare, o avevo dei clienti in negozio mi limitavo a restare dentro e quando ritiravo su la serranda mi ritrovavo queste persone disposte di fronte e sembrava quasi che fossi io l’oggetto della loro devozione.
Arrivò il Natale e dopo le varie festività l’affluenza al mio negozio iniziò a scemare. Ma fu solo una calma apparente perché a maggio, il mese della Madonna, le manifestazioni di fede ripresero più forti che mai. Non credo di aver mai visto tante rose tutte insieme, per non parlare dei lumini e di alcuni ex voto che le persone iniziarono ad attaccare sui muri intorno alla mia attività fino a invadere lo spazio di pertinenza dell’alimentari vicino gestito da Faisal, un ragazzo bengalese.
Poi una sera, verso la fine di maggio, una telefonata mi svegliò nel cuore della notte. Veniva dal commissariato di zona: c’era stato un incendio al negozio. Mi precipitai sul posto dove una pattuglia e una manciata di persone che abitavano nel condominio sopra il negozio attendevano in strada. C’era un odore nauseante, dovuto soprattutto ai tanti fiori che avevano preso fuoco e alla plastica dei lumini, ma per fortuna le fiamme non erano penetrate all’interno e quindi i danni erano limitati. La serranda però era tutta annerita e dell’immagine della Madonna non restava che dei contorni indefiniti.
Tornai a casa con una sensazione di pace addosso. Ero stanco di tutta quell’attenzione, quella storia era andata anche troppo per le lunghe e forse quello era l’epilogo migliore che potessi aspettarmi. Avrei fatto ripulire la serranda, ma niente Madonne: mi sarei concentrato sul lavoro e continuato la vita di sempre.
Il giorno dopo, però, non appena svoltato l’angolo di via Tiburtina trovai una folla ad attendermi. Mi feci strada a stento e quando finalmente riuscii ad avvicinarmi mi resi conto che quelle persone erano rivolte non al mio negozio, ma all’alimentari vicino. Durante la notte non me ne ero accorto, ma le fiamme avevano intaccato anche la serranda di Faisal. Adesso sulla lamiera si poteva riconoscere il volto di un uomo con barba e capelli lunghi.