Il laghetto #1
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Il laghetto #1

 

 

1. IL LAGHETTO

 

 

Quella notte, se mi ricordo bene, stavo volando. O più probabilmente era solo l'effetto della pasticca che avevo preso qualche ora prima, che trasformava il modo in cui i piedi toccavano il suolo e rendeva ogni passo una questione vaga, qualcosa di cui non eri del tutto sicuro rispetto al classico incedere psicomotorio. Jordi me l'aveva passata fuori dal furgone dove avevano caricato le casse, bianca e piatta che sembrava aspirina anche se vabbeh, si fa per dire, ovvio che non era aspirina, e come sempre l'avevo presa senza chiedere come e perché, altrimenti tanto valeva che trovavi un modo diverso di passare le serate, se con quello avevi i dubbi. Come dire, o ti fidavi o non venivi, e io di Jordi mi fidavo sempre.

Eravamo arrivati alla vecchia fabbrica dismessa verso mezzanotte, seguendo una catena di informazioni e indicazioni fra forum e numeri a cui mandare messaggi. La fabbrica era ai margini della città, più o meno dove la metropoli smette di essere ciò che è sempre stata e inizia a diventare qualcos'altro, una zona di capannoni e strade provinciali e terreni abbandonati che nessuno rivendica perché non si sa nemmeno a chi appartengono davvero. La fabbrica era là da prima che la zona diventasse quello che era adesso, da prima che arrivassero gli stabilimenti e le manifatture, da quando c'erano solo campi e la ditta produceva qualcosa che nessuno sapeva mai spiegare con precisione. Sostanze chimiche, diceva Jordi, roba industriale, poi erano falliti e avevano chiuso tutto e se n'erano andati lasciando i muri e le macchine e tutto quello che avevano messo nel terreno.

Quando arrivammo il rave era già in pieno svolgimento, la musica usciva dalle finestre senza vetri come se i muri stessero urlando, techno dura e ripetitiva con quel basso che sentivi più nello stomaco che nelle orecchie, e le luci che trasformavano il cortile in un posto dove il tempo si muoveva a scatti, frame per frame, come un film che perdeva pezzi mentre lo guardavi al rallentatore. Dentro c'erano già un centinaio di persone, forse di più, difficile dirlo, corpi che diventavano sagome che diventavano ombre che diventavano di nuovo corpi e sagome.

Seguii Jordi attraverso la folla, sentendo la musica che mi penetrava da tutte le parti, dai piedi attraverso il pavimento di cemento, dalle orecchie, dal petto. Una sensazione fisica, quasi violenta, che la pastiglia amplificava fino a renderla qualcosa che somigliava alla felicità anche se probabilmente non era solo il suo involucro chimico. Ballai per due o forse tre, il tempo non funzionava allo stesso modo in quelle situazioni, e poi iniziò a salirmi una specie di paranoia ed ebbi bisogno di aria e uscii dal capannone principale.

Nel cortile, allontanandosi appena un po', il contrasto si faceva così brusco che per un momento mi sembrò di entrare in un altro mondo. La musica si abbassava, diventava sorda e lontana, un battito che partiva da qualche parte sotto il pavimento del mondo, le luci che poco a poco diventavano un riflesso che non arrivava fin lì, e il cielo sopra pareva nero in modo diverso da come è di solito la notte fonda quando è buio pesto. Un nero pieno, senza stelle visibili, quel tipo di buio che comunque, in città, di solito non hai occasione di vedere.

Fu allora che camminando arrivai al laghetto. Stava dopo un lieve declivio in fondo al cortile, oltre un tratto di vegetazione cresciuta senza ordine, cespugli e alberi contorti ed erba alta che arrivava alle ginocchia. Non sapevo nemmeno che ci fosse un laghetto lì, stavo solo camminando per provare a scollarmi di dosso quel peso che mi si era attaccato sopra le spalle. Eppure adesso me lo ritrovavo davanti, quello stagno o pozzanghera o quello che era, difficile nella notte dire quanto fosse esteso. Mi fece subito un effetto strano, come quando ti sembra di sentire qualcuno che ti chiama per nome e poi ti giri e non c'è nessuno ma la sensazione di aver sentito qualcosa rimane.

Mi avvicinai di più. La vegetazione era fitta ma non abbastanza da bloccarmi il passaggio, solo abbastanza da graffiare le braccia e rendere ogni passo una piccola lotta. Del resto il terreno era lievemente in discesa e io, beh, io non ero nella condizione migliore per controllare i miei movimenti sbilanciati. Poi la vegetazione finì, il terreno si appianò, e venne la riva, e non so se riva fosse la definizione corretta per una striscia di terra battuta di alcuni metri, senza erba, un fiore, senza niente che crescesse.

L'acqua era ferma, completamente, anche se la notte regalava un po' di vento e le frasche intorno si muovevano, poco ma con regolarità. Sul laghetto invece non vedevo increspature, non c'erano riflessi, non c'era niente sulla superficie che dicesse che era acqua e non qualcos'altro. Il colore pure sembrava strano, anche se era buio e io non mi trovavo certo nello stato più adatto per definire delle sfumature cromatiche. Pensai al nero, ma nero comunque non era giusto, era più un concetto di assenza e di presenza, o almeno questa fu la mia prima impressione al momento. Forse era la pastiglia, pensai, o forse no.

La musica del capannone era quasi inudibile da lì, solo i bassi arrivavano attutiti come un cuore lontano. Stavo per avvicinarmi ancora, camminare sulla riva, ero persino tentato di piegarmi a sfiorare l'acqua, quando all'improvviso sentii qualcuno o qualcosa muoversi alle mie spalle.

Mi girai di scatto con i bassi che adesso mi rimbombavano nei timpani, ma poi vidi che era solo un vecchio e mi tranquillizzai. Non avrei saputo dire quanti anni avesse per via come al solito del buio e della mia condizione, ma pareva piuttosto attempato, al di là degli anni, come quelle persone che non solo invecchiano ma si consumano proprio. Era bardato in una giacca militare troppo grande, aveva una barba grigia incolta e teneva in mano un cartone da cui sorseggiava a intervalli regolari come quelli che bevono per mantenere un livello e non per ubriacarsi.

Disse di chiamarsi Rinuccio e che viveva lì, alla fabbrica, da prima di tutti gli altri che ci vivevano adesso, da prima ancora che iniziassero a farci le serate di musica. Disse che ci lavorava lì, nella fabbrica, quando era ancora aperta molti anni prima, e che dopo che l'avevano chiusa non era riuscito ad andarsene, che sembrava una cosa malinconica ma lui lo disse senza tristezza, come un puro dato di fatto, come chi ha smesso da tempo di giudicare le proprie scelte.

Gli chiesi dell'acqua, del colore, del fatto che mi sembrava una cosa strana. Rinuccio guardò il laghetto senza rispondere subito. Poi guardò me e, senza alzare la voce, quasi come se stesse dicendo una cosa ovvia che non necessitava enfasi, mi consigliò che era meglio non avvicinarsi al laghetto. Che anzi era meglio restarne il più lontano possibile.

Gli feci notare che lui viveva lì, che era il primo a non essersi allontanato da quel posto. Rinuccio scosse la testa e sussurrò solo “appunto”. Poi si girò e scomparve nelle frasche, il cartone di vino in mano, la giacca troppo grande che gli ballava sulle spalle mentre camminava.

Pochi secondi dopo, dallo stesso punto nella vegetazione, spuntò fuori Jordi, dicendo che mi stava cercando da un po'. Gli chiesi se avesse visto il vecchio Rinuccio, lui mi squadrò come fossi pazzo, sentenziò che dovevo smetterla di prendere certe sostanze se non le reggevo, e si fece una risata.

 

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