Volare
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Volare

 

Tea aveva gli occhi grandi.

Forse anche un po’ tondi, a essere pienamente sinceri.

Lo si notava ciò, che erano tondi, in particolare quando si racchiudeva il viso tra le mani, tirandoselo tutto, le volte in cui a danza guardava rapita ballare la ragazza più grande e bella del gruppo, Carlotta – Tea l’aveva soprannominata ironicamente: “la mosca bianca” –, ma soprattutto a scuola, quando capitava che Tea osservasse stupita i suoi compagni mettersi a piangere (per un roverino, un cappello rubato, la merenda dimenticata e cose del genere): indiscutibilmente, a quel punto, se non fossero stati tondi, quei due occhioni giallo-ambra avrebbero dovuto inevitabilmente allungarsi.

Tra l'altro, in questa circostanza, non era possibile dare la colpa agli occhiali, che a volte modificano leggermente lo sguardo, perché il fatto si era verificato l'ultima volta proprio la mattina stessa, quando durante l'ora di Storia avevano deciso di finire il film iniziato lunedì… E il destino aveva voluto che Tea, proprio quella mattina, facesse tardi più del solito, per cui i suoi occhiali rosso mattone erano rimasti sul comodino accanto al letto, sopra il lavandino del bagno di sopra o sulla consolle del soggiorno.

Sia come sia, Tea non li aveva in testa.

Diciamo che per il resto quella era stata una giornata scolastica assolutamente normale, solo un po’ migliore del solito perché, appunto, si era stabilito di rimandare le interrogazioni alla settimana successiva, il ponte era stato ufficializzato e a termine del pranzo avevano distribuito il budino.

Lo strano era successo invece quando improvvisamente, durante la proiezione in sala cinema (il tempo fuori era talmente grigio che non avevano neppure dovuto abbassare le persiane delle finestre, che d’altronde si erano rotte l'anno prima), tutti i bambini si erano alzati in gruppo, avevano spostato con un colpo netto le sedie dietro di loro e avevano circondato Elisa, la bambina carina con gli occhietti verdi e le treccine spesse e bionde, la migliore amica di Sofia, nonché cugina del famoso Milo C. che avrebbe poi sconvolto a tal punto la vita di Tea.

Già, pure la burbera e perennemente stanca maestra Gina – “vedete di non fare confusione oggi, ché stanotte non ho dormito niente!” –, sia pur molto lentamente perché la gamba le faceva sempre male per l'intervento ed era costretta a trascinarla, aveva abbandonato la cattedra e si era seduta accanto alla piccola allieva in lacrime, tant'è che era stata Tea l'unica a esitare un secondo o due a unirsi agli altri, in quel momento in cui gli occhi avrebbero dovuto diventare meno tondi, lei si era presa il viso tra le mani, tirandoselo tutto eccetera eccetera…

Comunque, potete stare tranquilli: secondo Tea, non era passato abbastanza perché i compagni facessero in tempo ad accorgersi del suo difetto fisico, o giudicare il ritardo, stavolta almeno non le avrebbero dato dell'insensibile, della strana, della diversa; e, poi, a lei della bellezza esteriore in generale e della sua a maggior ragione non importava un granché, dato che Tea era il tipo di persona che non distingue l’aspetto interiore delle persone da quello che appare di fuori.

Quindi, chissenefrega.

Però, mentre tornava a casa a piedi, nonostante il vento ce la mettesse tutta a infastidirla, appiccicandole i bei capelli alle guance un po’ sporche della cioccolata al latte che era riuscita a farsi dare da Elisabetta a mensa, e lo zaino fosse così pesante da farle male alla schiena e piegarla letteralmente in due, Tea, che era pure il tipo che rimugina all’infinito su tutto, non aveva potuto fare a meno lo stesso di riflettere un po’ sull'accaduto.

Da quando sua nonna Claudia quattro anni prima l'aveva guardata e le aveva detto: “So che sei una bambina forte”, lei non aveva infatti più pianto, anche solo per non deludere le sue aspettative.

Per farle capire che aveva capito, perché Tea era: “una bambina intelligente”.

All'alba di quel cinque dicembre, varcare la porta della cucina, dove la nonna la aspettava per darle la notizia, era stato però per Tea diverso da tutte le volte in cui l'aveva fatto prima e in cui l'avrebbe fatto dopo: principalmente per questo avrebbe odiato per sempre le porte chiuse e le porte delle stanze della sua casa di adulta avrebbero avuto, caso o destino, quasi tutte la serratura scardinata – ma è vero che Tea a volte si chiudeva nella loro cabina armadio e si provava la camicetta azzurra di lino preferita della mamma, che aveva indossato anche per venire a prenderla a scuola le ultime volte, e le ciabatte del papà, che Sara minacciava di buttare quando lui non c’era, per costringerlo a ricomprarle, dato che erano letteralmente lise.

Ecco, lei ricordava in particolare oggi come allora – se chiudeva gli occhi, sentiva di nuovo cambiare il rumore delle voci sentite dalle scale e poi via via più da vicino e anche perciò amava tanto, troppo la musica – il modo in cui aveva dovuto pensare intensamente a dove mettere i piedi, per mantenere l'equilibrio e non cadere, proprio come quando l'estate prima si era divertita a saltare sugli scogli al mare d'estate, ma pure molto diversamente.

Tea aveva provato le stesse vertigini, quel tuffo al cuore che si prova ogni volta che si attraversa il vuoto (amore-non amore/ scoglio-non scoglio/ prima-dopo).

Era stato anche un po’ volare, perché poi Tea si era sentita leggerissima.

Semplicemente, aveva scoperto di non aver più nessun appoggio.

 

Un albero senza radici

 

Una rosa nel vento

 

Ma, poi, quello che era accaduto passata qualche ora era stato anche semplicemente il fatto che Tea aveva chiuso le persiane della sua camera, era andata a letto e dopo un po’, verso le una di notte a dire il vero, si era pure addormentata.

Nonostante il giorno successivo fosse rimasta effettivamente a casa e il weekend l’avesse trascorso per intero stretta alla sua coperta di Totoro, con gli occhiali lasciati chissà dove perché tanto Tea non avrebbe letto, dopo nemmeno due settimane lei aveva invece appeso la giacca di pelo nell’armadietto, lo zaino alla sedia, le ciocche ribelli alla molletta, e si era messa al suo banco a trascrivere con attenzione dalla lavagna le operazioni da fare in colonna: non le importava chissachè, ma preferiva non prendere un brutto voto, in modo da non avere un’altra preoccupazione, un altro peso da sopportare, un altro segreto da tenere o da svelare.

Seguendo lo stesso ragionamento o uno simile, Tea aveva allora preferito smettere direttamente da sé di andare alle lezioni di danza delle due del pomeriggio – faceva troppo caldo per andare da sola in bicicletta e la nonna non aveva ancora preso la patente –, aveva ricoperto le pareti della stanza di post it – post it n.7: se non puoi sconfiggerle, comunque non aver paura delle tue paure – e nella letterina a Babbo Natale aveva evitato di chiedere il cagnolino che avrebbe tanto desiderato – strappò anche dall’anta dell’armadio il conto alla rovescia che avevano acquistato insieme a Bolzano, dato che ci aveva scritto su pure il nome che avevano già scelto.

Infine, lei non aveva imparato a suonare il pianoforte, ma si era altresì convinta di non doversene rammaricare troppo, dato che le mani le aveva ereditate da sua madre ed erano decisamente piccole per farlo come si deve (no, non era perché il pianoforte lo avevano venduto di nascosto per timore di turbarla che aveva smesso, non era assolutamente per quello).

Se però Tea avesse potuto dire qualcosa, se qualcuno glielo avesse chiesto, se qualcuno si fosse seduto vicino a lei in silenzio, sì, quello sì… Se qualcuno glielo avesse chiesto, circostanza che non avvenne del resto mai, Tea avrebbe in realtà forse ingenuamente confessato, lei che con la vita era sempre stata sincera, che tutto ciò era però per lei doppiamente confondente, perché, anche se era troppo piccola per esserne consapevole, per rivendicarlo addirittura, ed era passato troppo poco tempo per fermarsi a rifletterci su, Tea sapeva amare e l'amore esiste solo se non è una cosa tra le altre, che appunto può non essere: l’amore esiste solo se può salvare (amore/non amore).

Pensandoci in effetti bene, doveva essere decisamente proprio per tale motivo che Tea non aveva capito perché Elisa fosse scoppiata a piangere guardando il film quella mattina: Tea non aveva pianto perché sapeva già che le persone semplicemente e impossibilmente a volte ci lasciano, nonostante l'amore e anche a causa di esso. Lo possono fare in maniera così plateale da toglierci il fiato, anticipando qualsiasi nostra reazione, ma anche in un modo così impercettibile e dolce da somigliare essa stessa, la separazione, lo strappo all'amore – magari lei non li aveva sentiti andar via perché aveva sempre in testa quelle maledette cuffie?! In fondo, che colpa c'era?! Se avesse trovato la porta, Tea avrebbe forzato la serratura e sarebbe volata via con loro, ma la porta non c'era e Tea non sapeva mentire…

Poi si piange in ogni caso così tanto che dopo le lacrime vanno sapute riservare alle cose davvero importanti, per non rischiare di finirle prima del tempo.

Se si decide di volersi salvare: in pratica, diventa una responsabilità.

Questo significa infatti rivedere ogni priorità e quindi, significa anche scavare dentro se stessi per creare una bellissima, struggente, profondità.

La questione delicata è che, a quel punto, per la legge di gravità, i pesi tendono tutti ad accumularsi sul fondo e purtroppo le persone spesso non hanno occhi abbastanza grandi per guardare lontano, pure prima delle lacrime (e riconoscere di aver bisogno degli occhiali è faticoso).

 

(pronto, nonna…/ pronto, tesoro! Stavo giusto preparandoti la marmellata, ahah… Dimmi, tesoro. Come stai? Tutto ok lì da te?/ nonna!/ tesoro! Che c'è? Cosa succede? Tesoro mio!/ nonna… A te mancano ancora, nonna? (Bum o succede che qualcosa si rompa)/ (Silenzio: respiro profondo. Solo chi ha provato… Poi il salto) tantissimo, tesoro, mi mancano tantissimo/ nonna… non li hai dimenticati, vero? Continui sempre a pensarli?/ (... il salto) certo, tesoro, sempre. Ma/ (La interrompe, ha voglia di vivere) ogni giorno, nonna, ogni sera? Anche quando sei: “stanca stanca”?/ (Sorride, nonostante stia iniziando a capire realmente: sorride anche perché lei lo senta, per tenerla calma) certo, tesoro mio. Sempre. Li penso sempre/ (Silenzio)/ tesoro…/ puoi dirmi un aggettivo per descriverla, nonna? Uno solo, per favore. Solo uno (È una ragazza coraggiosamente intelligente)/ oh, tesoro. Sì. Be’, lei, lei… (è difficile. Lo è troppo? Anche Tea lo sa e allora perché…)/ nonna!/ arrivo, arrivo, tesoro. (Sorride tra le lacrime, si scioglie la ruggine: Tea è la sua bambina e non si può, devono combattere. Ma è comunque stanca) Sì. Tea. Lei era vera. Lei, vedi, lei era il fuoco: per me lei era il fuoco, tesoro, lei era il sole e la luna./ (Silenzio; capisce che ha capito ed elabora, elabora, elabora)/ e (ora sta tornando indietro, la rivede davanti a sé, per strada, nell'acqua al mare o al saggio di pianoforte)/ (La interrompe, per lo stesso motivo) e per lui? Per papà, nonna? (... il salto)/ (Sa che non è stata colpa sua, lei aveva imparato a volergli bene, ma lui… Se fosse stata lei con lei, avrebbe potuto proteggerla?) oh, lui con me era gentile. Quel ragazzo era un ragazzo estremamente sensibile. E fragile. Troppo sensibile, ma non per lei. No, non per Sara: lei era unica (No. Purtroppo, no. Solo quella è la sua colpa)/ (Silenzio)/ (Silenzio)/ (Qualcosa, finalmente, è cambiato) e se provassi a pensarli un po’ meno, nonna, tipo non sempre, ma quando qualcosa o qualcuno te li ricorda, o in determinati momenti… Be’, in tal caso credi che alla fine finiresti per dimenticarti di loro come erano davvero? Credi che loro, se lo sapessero… Credi che loro ci rimarrebbero male? Che soffrirebbero?/ impossibile, tesoro. (Si perdona, anche per quei pensieri) Questo significherebbe non amarci come ci siamo amati e continuiamo a fare (stalle vicino tu, io mi fido di te)/ (Piange) nonna…/ (Con le lacrime agli occhi) tesoro…/ (Piange) allora possiamo aiutarci a vicenda a pensarli insieme? Perché credo di aver bisogno di aiuto adesso/ certo, tesoro, ma dove sei?/ sto tornando a casa, nonna (...)).

 

Comunque, adesso basta, torniamo tutti a ragionare del presente, perché anche per Tea era arrivato il momento di abbandonare le riflessioni: lei aveva raggiunto il portone di casa e voleva indovinare al primo colpo, visto che era una bambina brillante e ambiziosa, la chiave giusta che le avrebbe permesso di togliersi finalmente lo zaino enorme dalle sue esili spalle.

Era anche per questo che Tea odiava le porte chiuse: appunto perché non trovava mai la chiave giusta.

Uhm, Tea pensò pure di sfuggita che la porta meritasse un po’ d’olio: infatti cigolava.

Una volta dentro, però, dopo aver salutato la nonna con un sorriso, senza neppure togliersi le scarpe (“stai lasciando delle scie di fango! Tea! Ti farai male! Vai piano! Piano!”), Tea salì soltanto le scale di corsa, a due a due nonostante i rimproveri, e prese il suo gattone grigio Thiago tra le braccia.

Doveva metterlo a dieta, perché pesava davvero troppo e lei non aveva nessuna intenzione di dargli un valido motivo per cui dovesse rinunciare a prenderlo in collo, cosa che lui odiava tanto quanto lei l'amava.

Tea aveva sempre freddo e lui riusciva a scaldarla.

Poi, lui e lei si sdraiarono insieme sul pavimento della loro stanza rigorosamente senza tappeti e Tea chiuse con un calcio la porta, sporcandola anche un po’ di fango, perché era bianca e la sera prima aveva piovuto.

Con il telecomando dello stereo, sorridendo a mezza bocca, diede il via alla musica: scelse Beethoven, la Sonata al Chiaro di Luna. Anzi, scelse White Christmas, perché era ancora piccola, tra poco sarebbe stato di nuovo Natale, e aveva ascoltato questa canzone molte volte con la sua mamma Sara, prima di andare a dormire.

Sarebbe arrivato dopo il tempo dei chiaridiluna – Tea amava tanto la musica anche perché è l’unica arte a muoversi davvero nel tempo e lei stava scomoda solo nel presente.

Quello che iniziava allora era dunque il rituale più segreto della bambina, quella candida liturgia che non avrebbe mai rivelato a nessuno di aver vissuto, prima di confessarlo a tutti en passant tra le pagine del suo primo libro e al suo futuro marito, prima o dopo che lui le cambiasse la vita: se fosse rimasta sdraiata così, a occhi chiusi, col gatto accanto, respirando lentamente e senza perdere la concentrazione, quella cosa che le faceva il solletico, facendola ridere forse più di altri, invece che piangere, ma stringendola contemporaneamente da dentro, cosicché spesso era costretta a tossire per non soffocare… Quella cosa piano piano sarebbe uscita da lei per attaccarsi a uno degli oggetti della stanza, una penna, l'attaccapanni o una barbie (perciò, aveva smesso di giocare con le bambole, mica per altro, sbagliava la nonna a preoccuparsi).

Magari l'attaccapanni, vuoto perché Tea aveva la fobia che potesse altrimenti sbilanciarsi e cadere addosso a qualcuno; magari l’aspirapolvere rosa shocking della nonna, che a Tea stava piuttosto simpatico, per cui ne aveva soprattutto pena; con un po’ di fortuna, quel maledetto vecchio carillon con la ballerina senza piede sinistro, che partiva a girare sempre al momento sbagliato, quando veniva il sacerdote a fare la benedizione della casa, quando decidevano di spolverare la libreria o quando Claudia provava a fare qualche esercizio di yoga per sbloccare la schiena.

Funzionò pure stavolta.

Fu una magia, ma anche il risultato di una preghiera musicale come una poesia.

Insomma, quando scese, Tea sorrideva di nuovo.

Inutile dire che non una lacrima aveva ancora rigato quel viso di bimba.

Poi, la nonna le diede la notizia.

 

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