Mettece 'sta faccia
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Mettece 'sta faccia

 

A giugno Olga Dionigi mi fece chiamare nella villa di famiglia sull'Aventino. La segretaria disse che la signora aveva letto due miei libri, che seguiva da lontano i miei corsi, e che le serviva una consulenza individuale. Otto sessioni, a cadenza settimanale, il venerdì mattina. Pagamento anticipato.

Chiesi su cosa.

La segretaria esitò. Poi disse, con una precisione che era la sua e non sua: sulla presenza. Come se la parola le fosse stata dettata un istante prima.

Accettai.

 

Arrivo a Roma il giovedì sera da vent'anni. Prendo il Frecciarossa delle diciassette e zero tre, un taxi a Termini, alloggio in uno studio che affitto a Prati. Il venerdì mattina lo tengo libero per il consulting privato, il pomeriggio insegno in un'aula. Torno a Osimo la domenica. È un ritmo che mi costruisce: a Osimo sono il marito, il padre, il docente che rientra stanco; a Roma sono il professionista che arriva lucido, e la città, che non mi conosce, mi lascia essere chi decido. Ogni settimana faccio il pendolo tra due versioni di me. Ci si abitua.

Quel venerdì, a metà mattina, un taxi mi portò sull'Aventino.

La villa sta su un tratto di strada che non sembra Roma. Cipressi, muri alti, cancelli che si aprono piano. Il cancello dei Dionigi si aprì con un clic. Il viale era di ghiaino bianco, e il ghiaino sotto le gomme del taxi faceva un rumore troppo forte per quell'ora — una specie di masticazione che arrivava da sotto la macchina. Pagai, scesi. La porta della villa era già aperta.

Olga Dionigi mi accolse nell'anticamera. Cinquantadue anni, lo sapevo dalla visura. Presidente della Dionigi Restauri, tre generazioni di impresa, portfolio con Vaticano, Ministero dei Beni Culturali, diverse ville private dei Castelli. Era più alta di come me l'ero figurata. Bianca, capelli castano scuro tirati indietro, un filo di perle. Bella in un modo che non si lasciava mettere a fuoco. C'era qualcosa nel volto che, se lo fissavi, si spostava di un grado.

«Dotto'. S'accomodi.»

Mi fece strada nello studio al primo piano. Dalla finestra si vedeva il Tevere, e oltre il Tevere il verde del Gianicolo, e oltre ancora la cupola. Roma stesa come un panno.

«Gradisce un caffè? L'ha portato Ettore dal bar qua sotto. È bono.»

Presi il caffè. Era buono.

Lei si sedette all'angolo della scrivania, non dietro. La scrivania era sua anche se ero io a sedermi di fronte. Mi guardò. Per un istante il volto fu nitido, pieno, presente. Poi tornò a slittare.

«Dotto', me deve mettece 'sta faccia.»

Non capii. Sorrisi.

«Prego?»

«Me deve mettece 'sta faccia. Da un anno e mezzo, quanno entro in una stanza, nun ce sto. Entro, saluto, me metto seduta, e quelli parlano tra loro. Guardano er bicchiere, er muro dietro de me, le mani loro. Me dicono, signora, nun me chiameno più Olga. Pure mio marito. Nun so' ammalata, me so' fatta li controlli. Lei me pare uno che se ne intende. Me spieghi perché nun me vedono, e me lo sistemi.»

Aspettai che aggiungesse qualcosa. Non aggiunse.

«È un problema di presenza» dissi, perché era l'unica frase professionale che mi venne in mente, e perché pagava per sentirla.

«Embè. E lei ce la mette.»

«Signora, la presenza non si mette. Si dà.»

Mi guardò con una pazienza lunga.

«Dotto', lei è de provincia?»

«Marchigiano. Osimo.»

«Bono. A casa mia, qua, in questa stanza, se dice come dico io. Lei ce la mette, 'sta faccia. Se ce riesce, io la pago bene. Se nun ce riesce, la pago comunque, perché l'ho chiamata io.»

Dissi di sì.

Una cosa che non dissi, né quel giorno né mai: aveva un profumo che non le apparteneva. Era il profumo di una donna che avevo conosciuto venticinque anni prima, morta di un cancro allo stomaco a trentanove anni. Non poteva essere lo stesso profumo. Non si producono più.

 

La prima sessione la tenni in piedi, secondo metodo.

«La presenza è un'emissione. Chi è presente emette — attenzione, sguardo, peso corporeo, respiro aperto. Chi non è presente trattiene. Gli altri lo percepiscono a livello non verbale, immediatamente. Il resto sono tecniche.»

«Dotto', me sta a dì che sto chiusa.»

«Sto dicendo che lei, in quelle stanze, si trattiene.»

«E perché?»

«Non lo so. Lo scopriremo insieme.»

Sorrise piano. «Dotto', er mejo me lo porta la prossima volta. Oggi è giovine.»

Feci l'esercizio di sguardo prolungato. Ottanta secondi, reciproci, senza parole. Al sessantacinquesimo secondo, Olga respirò profondamente e non staccò gli occhi. Io tentennai. Ebbi, per un istante, una vertigine minuscola — come se la stanza avesse perso mezzo centimetro in altezza, e il pavimento fosse lievemente salito a incontrare la suola delle scarpe. Non dissi niente.

Le diedi i compiti per la settimana: osservare dove guarda la gente quando lei entra. Annotare. Non correggere.

Mi pagò in contanti. Duemila euro in una busta di carta avorio. Uscii.

Il taxi di ritorno attraversò il Circo Massimo, risalì verso Termini. Alla stazione, aspettando il Frecciarossa delle diciassette, mi fermai in una libreria del mezzanino. Non comprai nulla. Guardai le copertine. Una donna dietro di me, in fila alla cassa, mi urtò la spalla e non si scusò. Permesso, chiedo scusa, le dissi. Non si voltò. Forse non mi aveva visto. Forse.

Sul treno, scompartimento di prima, due uomini d'affari discutevano ad alta voce di un bilancio. Mi sedetti di fronte a loro. Uno dei due mi guardò, cercando con gli occhi la cortesia di chi si scusa per disturbare, ma i suoi occhi mi attraversarono senza incontrare ostacolo. Non fu brutale. Fu lieve. Come quando ci si sporge per salutare qualcuno in un vagone in corsa e ci si accorge che il vagone è vuoto.

A casa, a Osimo, mia moglie mi chiese se stavo bene.

«Perché?»

«Perché hai una faccia nuova.»

Risi. Mi portò un bicchiere di vino. Mangiammo silenziosi. Di notte, dormendo, mi parve di vederla — Olga — seduta al tavolo della mia cucina, a bere il mio bicchiere.

 

Alla seconda sessione Olga era diversa. L'avevano notata al consiglio. Il cognato, a cena, le aveva chiesto della figlia — cosa che non faceva da tre anni. Un fornitore le aveva mandato una mail chiedendo un suo parere personale. Sorrideva.

«Funziona, dotto'.»

«Continuiamo.»

Camminata, respiro diaframmatico, occupazione dello spazio, uso della pausa. Olga apprendeva come se avesse studiato tutto già da prima, e le mancasse solo il permesso. Al terzo esercizio di sguardo non tentennai più io. Tentennò lei, ma per una ragione diversa: sorrise. Sorrise di me. Come se avesse visto qualcosa di buffo sul mio viso, e se lo tenesse.

Quel pomeriggio, a lezione, un partecipante alzò la mano e mi chiese, a bruciapelo: professore, tutto bene? Ha una voce un po' sottile.

Aveva una voce un po' sottile. La sentii mentre parlavo. Il fiato non arrivava in fondo alle parole. Finii la lezione comunque. Bevvi due caffè al distributore.

Tornando in studio, a Piazza Cola di Rienzo, entrai nel bar sotto casa. Quello è un bar dove vado dal 2007. Il proprietario si chiama Enzo, ha settant'anni, mi dà del tu, mi chiede di mia figlia. Quella sera alzò gli occhi dal lavandino, mi squadrò, e disse: mi dica, signore.

Ordinai un caffè corretto. Lo bevvi in silenzio. Pagai. Uscii.

 

Terza sessione. Quarta. Quinta.

Olga entrava nelle stanze. Era stata intervistata da un quotidiano economico. Un'agenzia di pubbliche relazioni aveva iniziato a chiamarla per sponsorizzare una conferenza sull'imprenditoria femminile al Tempio di Adriano. Il marito le aveva regalato un anello — me lo mostrò al polso destro, un cerchio d'oro giallo, grosso, molto caldo — come si mostra un trofeo a un allenatore.

Io, a Roma, non riconoscevo più la mia voce nelle segreterie. La ascoltavo registrata e sentivo la voce di un uomo cortese, moderatamente colto, con una lieve inflessione marchigiana attutita dagli anni, che non era esattamente la mia. Era una parafrasi della mia. Qualcosa nella densità. Qualcosa nel sangue delle consonanti.

Le aule andavano peggio. Gli executive smettevano di prendere appunti a metà ora. Un uomo che conoscevo da undici anni, incrociandomi al Chiostro del Bramante dove ci eravamo dati appuntamento per un caffè, mi disse: scusa, tu sei? Io pronunciai il mio nome. Lui si batté la fronte. Scusa, ho la testa altrove. Nessuno di noi due nominò la cosa che si era appena prodotta tra la sua domanda e la mia risposta.

Mia moglie, una sera di giovedì, prima che ripartissi per Roma, mi disse: «Sei diventato gentile.»

«Ero scortese?»

«Non eri niente. Adesso sei gentile. Fa strano.»

Gentile. Una volta avrei riso. Avrei detto — l'ho scritto in uno dei libri che Olga Dionigi aveva letto — che la gentilezza nella mia pratica è l'anticamera dell'irrilevanza: chi è gentile scompare perché non occupa. Lo sostenevo da vent'anni. Era un pilastro. Eppure in quel momento mi accorsi che non lo pensavo più con la stessa forza. Lo sapevo, ma non lo sentivo. Come si sanno le capitali d'Europa.

 

Alla sesta sessione Olga Dionigi mi ricevette non nello studio, ma sulla terrazza. Indossava un vestito di lino bianco, molto semplice, che costava probabilmente quanto il mio onorario di due mesi. Era a piedi scalzi. La pelle era lucida, accesa da un sangue che le circolava visibilmente sotto il collo. Aveva un sorriso spietato, il sorriso di chi ha imparato a sorridere perché gli serve, non perché gli viene.

«Dotto', oggi facciamo un esercizio mio.»

Esitai. La regola era che gli esercizi li davo io.

«Nun s'impressioni. Se segga là. Guardi er Tevere. Dieci minuti senza pensà a gnente. Lo faccio pure io. Poi me dice cos'è successo.»

Mi sedetti. Il Tevere, da quella terrazza, era una striscia verde scura, e la cupola di San Pietro, sopra le tegole di Trastevere, era gialla come una vecchia moneta. Cercai di non pensare a niente. Ci riuscii in fretta, troppo in fretta, e la cosa avrebbe dovuto preoccuparmi. Dieci anni prima, quando sperimentavo queste tecniche sui gruppi, sapevo che nessuno è capace di non pensare a niente per dieci minuti. L'esercizio è una trappola: serve a far notare alle persone quante cose passano nella testa in sessanta secondi. Io invece, quel giorno, non pensai a niente davvero. Il vuoto fu ampio e comodo. Mi ci sistemai dentro.

Al decimo minuto Olga disse: «Basta.»

Mi girai. Stava piangendo, non dal dolore, da un'altra cosa. Il trucco le si era sciolto sulle guance. Era piena di sé, aveva la stanza addosso, occupava la terrazza come se la terrazza le fosse sempre appartenuta e io fossi un avvocato di passaggio chiamato a firmare un atto.

«Me dispiace, dotto'. L'avrei voluto in un antro modo.»

«Non capisco.»

«Lo so.»

Mi congedò. Mi pagò la sesta sessione, la settima e l'ottava — nun le serve più venì. Allungò una busta. Dentro c'erano tremila euro in contanti e un biglietto a penna nera, scritto in una calligrafia chiara, senza firma:

Grazie de tutto, dotto'. Me ce l'ha messa 'sta faccia.

Accompagnandomi al cancello, mi mise una mano sull'avambraccio. Era la prima volta che mi toccava. La sua mano era tiepida. La mia, sotto, non sentii se c'era.

«Nun se la prenda» disse. «Certe cose, o le dai o nun le dai. Lei è stato un signore.»

 

Il taxi per Termini passò dal Circo Massimo. La luce era quella delle due del pomeriggio di un venerdì di fine giugno, quando Roma, che di solito sembra abitata da troppe persone, sembra invece abitata da nessuno. Il tassista non aprì bocca, il che fu una gentilezza. Pagai con la carta. Scesi. Entrai in stazione.

Al Frecciarossa delle quindici e cinquantacinque trovai uno scompartimento vuoto. Il controllore passò una volta sola, nei pressi di Orte, e non mi chiese il biglietto. Lo avevo pronto nella tasca interna. Rimise la macchinetta nella custodia, mi passò accanto, proseguì. Non lo richiamai.

Il treno attraversò l'Umbria, poi l'Appennino, poi la valle dell'Esino. A Falconara il cielo era del colore che prende il cielo adriatico a fine pomeriggio, quando il mare inizia a raccogliere la luce per sé. Ad Ancona cambiai per un regionale. Scesi a Osimo che erano le diciannove e venti.

Alla stazione di Osimo c'è un taxi solo, di sabato, guidato da un uomo che conosco da anni. Salii dietro. Dissi l'indirizzo. Mi portò senza commentare il traffico, senza chiedere com'era andata a Roma, senza fare nulla delle cose che faceva sempre. Arrivati, pagai. Scesi. Diedi un buonanotte. Non rispose. La macchina ripartì.

Salii le scale del mio palazzo. Misi la chiave nella serratura. La chiave girò. La porta era chiusa dall'interno con la catenella. Suonai.

Mia moglie aprì con la catenella tirata. Dallo spiraglio si vedeva solo una striscia del suo viso. Non mi guardò come si guarda un marito che torna dal lavoro.

Mi guardò come si guarda un uomo che ha suonato al citofono e si è trovati di fronte.

«Scusi» disse. «Cerca qualcuno?»

Il mio cognome era sul campanello, dietro di me, un metro a destra, in una targhetta di ottone che avevamo messo il giorno in cui ci eravamo trasferiti, nel 2003. Provai a dirlo. Non me lo ricordai.

Non dico la verità se dico che mi spaventai. Mi sentii alleggerito. Per vent'anni avevo insegnato alle persone a prendere posto nel mondo. A entrare, a occupare, a sedersi, a parlare, a farsi ricordare. Avevo insegnato la presenza come si insegna una lingua. L'avevo venduta. Ne avevo scritto libri. Ne avevo vissuto.

Ora che la presenza non c'era più — era a Roma, in una villa sull'Aventino, dove a quell'ora forse la signora Dionigi stava alzando il telefono per annunciare al consiglio di famiglia che la prossima assemblea l'avrebbe presieduta lei — provai, per la prima volta da quando avevo memoria, una specie di leggerezza ossea. Stavo sparendo. Bene.

Mia moglie, o la donna che era stata mia moglie, ripeté la domanda con una lieve impazienza.

«Cerca qualcuno?»

Scossi la testa. Sorrisi. Il sorriso mi venne spontaneo, e fu l'ultima cosa di mio che ricordo di avere prodotto. Feci un passo indietro, sul pianerottolo. La porta si chiuse piano.

Scesi le scale. Il palazzo era tranquillo, era sabato, le tapparelle dei vicini erano già abbassate per la notte. In strada, una signora portava a spasso il cane sotto i lampioni nuovi. Il cane mosse la coda — forse a me, forse a qualcuno che stava passando dietro di me. Camminai verso il centro. Entrai in un bar di via Cinque Torri che avevo frequentato per anni. Il barista era quello di sempre. Non alzò gli occhi dal bancone. Mi sedetti su uno sgabello. Aspettai.

Dopo un tempo che non posso stimare, una coppia venne a sedersi al tavolino accanto. L'uomo posò lo zaino sullo sgabello accanto al mio, dove stavo io. Non si accorse di me. Non me ne offesi. Gli lasciai il posto. Mi spostai al banco. Il barista mi guardò — finalmente qualcuno mi guardava — e mi chiese cosa volessi.

Volevo un caffè.

Feci per dirlo. Ma la parola, che è semplicissima, la parola che avevo pronunciato cinque volte al giorno per cinquant'anni, non mi venne. L'avevo lasciata a Roma, insieme alle altre. Il barista aspettava con la mano sulla macchina. Indicai con l'indice la tazzina di un cliente al bancone. Lui annuì.

Il caffè arrivò. Lo bevvi. Era buono.

Pagai. Uscii.

Camminai verso le mura, che sono a cinque minuti a piedi. Era una bella sera di fine giugno. Mi sedetti sul muretto di Piazza Nuova, che guarda la campagna giù verso il mare, e oltre il mare c'è soltanto il mare. Tolsi le scarpe. Pensai che la signora Dionigi, a Roma, in quel momento, stava probabilmente parlando a un tavolo di uomini, e tutti la guardavano, e tutti tacevano quando lei alzava la voce, e a fine cena qualcuno le avrebbe chiesto come si era sentita durante il percorso di formazione, e lei avrebbe risposto, con un sorriso sincero, che era stato meraviglioso, che il dottore era un grande professionista, e che le aveva proprio messa 'sta faccia.

 

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