Con l’approssimarsi del 4 Novembre, sempre più spesso gli capitava di svegliarsi a notte fonda col respiro mozzato. Sua moglie non si accorgeva di niente: i suoi occhi roteavano sotto le palpebre abbassate; i bottoncini del pigiama seguivano il movimento del respiro. Lui invece non poteva restare sotto le coperte. Sentiva l’impulso di scappare. Prendeva boccate d’aria con l’ingordigia di chi annega. Si passava la mano sulla testa pelata e la trovava umida come quando il nonno lo portava a fare il giro dell’orto in cerca delle zucche velate di rugiada.
Aveva preso a tenere sul comodino, accanto alla corrispondenza che si riduceva a smaltire prima di coricarsi, una tisana di valeriana, che beveva fredda, nella tazza in porcellana che aveva comprato a Sèvres, tanti anni prima.
Poteva arrivare a quell’incubo seguendo diverse traiettorie: partendo da un ricordo dell’infanzia, dall’idea di una nuova invenzione, da una delle sue passeggiate marine con Jules. L’esito era sempre lo stesso. Si ritrovava nel teatro anatomico della Sorbona, con le facce amiche di Jules e Moleschott che lo incoraggiavano a parlare e quelle arcigne del professor Bernard e del direttore Pavoletti che erano pronti a stroncarlo al suo primo passo falso. Risentiva il dolore delle bacchettate sulle falangi.
Era il silenzio innaturale del teatro a terrorizzarlo, come se la sua voce non avesse potuto intaccare quella stasi monumentale. La bocca gli era sparita dalla faccia. Per quanto si sforzasse, nessun suono riusciva a increspare l’aria dell’università. Vedeva la compassione dipingersi sul volto degli amici e lo scherno su quello dei detrattori. E poi le risa che formavano onde in opposizione di fase, distruggendosi in alcuni punti e amplificandosi in altri, provocavano picchi acuti che gli facevano sanguinare le orecchie.
Poi giungeva suo padre, con il grembiule in cuoio e le braccia sporche di segatura. Apriva una botola nascosta sotto ai suoi piedi e lui ci saltava dentro sprofondando nello stretto cunicolo sotterraneo, scivolando giù, in fondo al nero esofago di pietra, fino a rovinare sui cumuli di carbone che da bambino caricava sulle carriole rinforzate in lamiera. Aveva spalato carbone fin da quando era stato in grado di tenere in mano una pala. Lo stridere del coke sul metallo gli faceva drizzare la peluria che ricopriva la sua schiena. I baffi del padre erano come il maglio ricurvo dei ciabattini. Sul viso portava i segni del calore e le microscopiche cicatrici causate dalle nubi di scintille incandescenti sollevate dai mantici meccanici. Quando si fermava a bere dalla fiaschetta lui gli saltava in braccio e cercava di cingergli i muscoli con le mani, senza riuscirci. Faceva il falegname, ma sapeva lavorare il ferro. La forgia era sempre accesa nella sua officina. Si guadagnava da vivere riparando attrezzi e producendo mobili, ma sapeva costruire anche giocattoli, come il trenino in ferro che gli aveva regalato quando aveva vinto il premio per la pagella migliore. Ripensare a quelle braccia e all’alito del padre che sapeva di vino quando gli diceva “Angiolin, fati grand it dventre-s un dotor” placava i suoi nervi meglio della valeriana.
Quando l’aurora arrivava a illuminare la notte che aveva passato insonne avvertiva un senso di nausea per tutto ciò che lo circondava. L’aria sulla faccia che in altre occasioni gli era gradita, in quelle fredde mattine di aprile gli risultava odiosa, mentre risaliva via Po per recarsi all’Istituto di Fisiologia. Aveva preso a soffrire di una strana emicrania che gli interessava la parte destra della testa partendo dall’occhio. Trovava noioso camminare, fastidioso salutare i colleghi o il personale dell’Istituto.
Avrebbe studiato il fenomeno una volta recuperato il sonno. Se Jules fosse stato con lui a Torino gliene avrebbe parlato, ma non sarebbe arrivato prima dell’estate. Gli sarebbe bastato qualche giorno all’Astoria di Sanremo. Pensava alle passeggiate sul lungomare con Jules che immortalava le villeggianti in costume da bagno col suo fucile fotografico. Pensava ai personaggi che avrebbero incontrato: giornalisti americani reduci della guerra civile, scrittori francesi con il vizio dell’oppio, musicisti tedeschi a caccia dell’armonia perfetta, campioni di scacchi russi ricercati dalla polizia segreta dello zar. Si poteva iniziare la passeggiata partendo da una conversazione sulla ginnastica e si poteva finire a disquisire della teoria sull’evoluzione della specie di Carlo Darwin o sui progressi delle vie ferrate in Italia.
Il 4 novembre il professor Mosso si ritrovò ad aprire l’anno accademico di Torino affrontando una platea desiderosa di ascoltare le sue opinioni in merito alla modernizzazione della giovane università italiana.
Sebbene non fosse nuovo a quel genere di cerimonie e avesse collaborato negli anni con le migliori menti scientifiche delle migliori università europee, provava gli stessi brividi che provava da bambino quando Pavoletti lo guardava da sotto le sue folte sopracciglia all’insù. Temeva che sotto i gemelli d’oro che portava sul suo abito migliore ci fossero ancora le mani sporche di carbone con i lividi della ferula del direttore. La cacciata dal Ginnasio era rimasta impressa su quelle mani.
Il giorno dopo il discorso, sulla stampa le sue parole vennero riportate con una certa libertà, conservando tuttavia il senso originale.
“Il professore si oppone con forza a ogni pensiero antiscientifico. L’osservazione dei fenomeni, lo sviluppo di nuove teorie e l’adozione di una sofisticata strumentazione di laboratorio porteranno a un sicuro progresso del sapere umano, che migliorerà la vita di milioni di cittadini.”
A colazione sua moglie leggeva l’articolo a voce alta, era venuto bene nella foto, mentre il pappagallino brasiliano fischiava di tanto in tanto nella gabbietta.
Mentre si recava all’Istituto, camminando lungo i Murazzi, vide degli uomini in difficoltà su una chiatta. Con grande pena cercavano di tenere ferma la zattera spostandosi continuamente a poppa e a prua riuscendo a restare a galla dopo aver trovato il punto di equilibrio perfetto. Si fermò a riflettere un istante, sentiva il sangue affluirgli al cervello. Pensò di mettere un uomo al posto della chiatta e vedere se facendolo pensare avrebbe potuto osservare lo spostamento del sangue che l’attività cerebrale avrebbe richiamato. Avrebbero dovuto quantificare quella perdita di equilibrio. Sarebbe stata necessaria una strumentazione sofisticata per poter misurare quel piccolo spostamento. Fecero leggere all’uomo, un giovane studente di fisiologia di Cuneo, un brano dei Promessi Sposi. Il professore Ludwig sarebbe stato orgoglioso della scala graduata submillimetrica che avevano adottato.
Ogni emozione era riconducibile a uno spostamento di sangue, a uno stimolo della corteccia cerebrale e alla produzione di stimoli elettrici con interessamento dei tessuti ghiandolari. Ogni emozione era spiegabile fisiologicamente, certo. Questo era un suo punto fermo. Tuttavia, anche dopo che il suo discorso ebbe ampia eco e tutti gli intellettuali del Regno espressero il loro apprezzamento per il suo audace pensiero, la tisana fredda nella tazza di porcellana di Sèvres restava sempre sul suo comodino.