Una delle cose che Tea amava di più in quel periodo era fare elenchi.
Ma, oh, no, le sue non erano per forza classifiche, in cui un posto fosse magari più ambito di un altro, anzi le sue classifiche non lo erano affatto – Tea era una ragazza assolutamente anti prestazionale, affascinantemente (?) astratta e molto, molto disordinata.
Semplicemente, appesi sulle pareti arancioni da riverniciare di camera sua, accanto alle rose, alle foto dei suoi genitori e a un elenco dei loro pregi e difetti, c'erano elenchi di libri letti e adorati (quando ancora li leggeva e non si limitava solo ai dialoghi), elenchi di posti in cui sarebbe voluta andare un giorno, elenchi di tipi di pasta, delle sue foglie preferite con relativo disegno annesso (Claudia le comprò centinaia di matite, dato che Tea distingueva bene le sfumature e aveva tanta paura dei ricordi (?)), elenchi di film, elenchi di valute straniere, elenchi di ricordi, elenchi di possibili e sovente insospettabili inventori delle conchiglie, elenchi di quadri italiani che erano finiti all’estero, dei cosiddetti <pensieri profondi>, elenchi di dolci che aveva mangiato e avrebbe desiderato imparare a cucinare (Tea era fortemente indipendente)... E così via all'infinito, eccetera eccetera.
Vero è però, è bene chiarirlo subito, che, sulle pareti di Tea, non c'erano e non ci sarebbero mai stati elenchi per cose prettamente materiali, banali/frivole, o, insomma, senza significato, perché quella di Tea non era appunto un'ossessione, una mania, oppure una forma di autoconsolazione, quanto un singolare abbozzo della sua attuale idea/esperienza a proposito della vita: se Tea scriveva una lista delle canzoni pop o dei suoi pezzi di musica classica preferiti, non era allora per impadronirsene, per controllarli meglio, ma piuttosto perché quei brani facevano in qualche modo parte di lei, la tenevano in salvo sulla superficie e, siccome lei era giovane, aveva il suo dolore con cui convivere ed era una di quelli che hanno sempre paura di perdersi, ci teneva a custodire al sicuro nella propria cameretta qualcosa che le ricordasse che qualcosa - sì, qualcuno - lei lo era stata.
Anche se, purtroppo, qualcuno non lo fosse stata più – uhm, Tea non si voleva un granché bene e si credeva brutta, era malinconica ed emotivamente (?) complicata e aveva molta, molta paura delle conclusioni e degli abbandoni.
D'altra parte, lei, un tipo orgoglioso, non si sarebbe invece mai sentita rappresentata da un mero possesso e, per quanto riguarda le persone, be’, lei non le avrebbe mai inserite nella lista. Non perché lei non sapesse amare, e intensamente pure, ma perché Tea si sentiva sempre sbagliata, fuori luogo, per cui non avrebbe mai potuto imporsi a nessuno come “già amata”; lei sapeva come farsi rispettare, ma allo stesso tempo non credeva di meritarsi nulla e aveva imparato che tutto può cambiare nel tempo di un soffio di vento, per cui lasciava sempre le porte aperte, se capite quello che intendo – perciò, le porte delle stanze della sua casa di adulta avrebbero avuto, caso o destino, quasi tutte la serratura scardinata.
Comunque, Tea era abbastanza brava a disegnare e quegli elenchi, al di là di tutto, pur non essendo propriamente belli, erano altresì interessanti a livello artistico ed esteticamente gradevoli.
Inoltre, l'ho scritto, i muri andavano rinfrescati e anche solo usare quei fogli per nascondere le crepe aveva un suo perché, soprattutto perché gli adesivi – ne aveva una collezione – spesso non tenevano.
Quindi, va be’.
Tutto questo del resto solo per spiegarvi per quale ragione il momento della scelta universitaria di sua nipote fu per Claudia, la nonna di Tea, tanto stressante, arzigogolato e, in generale, denso di preoccupazioni (Claudia perse un mucchio di capelli, ma per quello c'entrava pure senza dubbio il cambio di stagione).
Improvvisamente, Tea smise infatti di redigere qualsiasi indice, cominciò a stare attenta a non mangiare gelati a cena e carboidrati a pranzo e a cena e mise addirittura i tacchi ai piedi, gli occhiali da sole sopra gli occhi un po’ tondi e uno smalto melanzana lasciato aperto da troppo tempo nel frigo sulle unghie mezze mangiate, dato che comprarle l'apposito gel per impedirglielo non era servito.
Da un giorno a un altro, nonna Claudia, che nella vita della nipote si muoveva come un elefante in un negozio di cristalli, timorosa ogni volta di rompere un incantesimo, entrava con una scusa – “tesoro, devo passare l'aspirapolvere”, nonostante fosse pomeriggio, oppure: “ma quei calzini!” e: “sono venuta a ricordarti…”, anche se li aveva già piegati e riposti nell'armadio – Claudia entrava con una scusa nella stanza di Tea e la trovava sdraiata sul letto con le belle gambe nude incrociate o appoggiate pigramente sul muro, a sottolineare ermetiche poesie francesi, ad ascoltare musica elettronica sperimentale nelle cuffie nere metallizzate a tutto volume e a mandare lunghi messaggi vocali in varie parti ad amiche che Claudia non conosceva – Tea metteva il dito davanti alla bocca e faceva cenno alla nonna di non disturbare, chiudendo pure con un calcio la porta, se non era seduta sul letto, ma per terra.
Tea iniziò di punto in bianco a salutare le persone che le piacevano con un cenno del capo, della serie che le coincidenze magari esistono (si sbagliava), a ridere molto, ma a bocca chiusa, e a guardare le classifiche degli atenei, perché: "sai, io sono il tipo che più che alla famiglia e agli affetti, pensa alla carriera”.
Una volta, lei disse a Claudia, abbassando lo sguardo, visto che lei sapeva, ma anche, sì, anche sorridendo apparentemente sicura e sfrontata: “nonna, sei proprio insopportabilmente malinconica. Dovresti andare avanti. Io ho deciso di farlo, voglio essere felice. Non è complicato. Non impedirmelo, nonna, io tanto non te lo lascerò fare. Ora, voglio essere felice.”
Disse che lei era eccezionale, che era migliore degli altri ed era arrivato il momento di prenderne atto e valorizzare il suo potenziale.
Disse che doveva preservarsi.
Disse che voleva divertirsi, prendersi cura di se stessa e cercare solo persone atte allo scopo, pure se non fossero state le relazioni più importanti della sua vita: basta, sussurrò a Claudia mentre si metteva il rossetto lucido, basta farsi carico dei problemi di tutti.
Incredibile, per una ragazza come lei.
Davvero strano, pensava perplessa Claudia.
Di fronte a queste parole, la nonna tuttavia non si permetteva mai di far altro che annuire, in silenzio, perché lei non era sua madre e i giovani devono essere lasciati liberi di osare, di sbagliare e di prendersi ciò che desiderano (al massimo, dunque, la nonna piangeva da sola in bagno, facendo scorrere il rubinetto e stando ben attenta a non farsi sentire).
Dentro di sé, però, Claudia non poteva non domandarsi se fosse veramente giusto diventare qualcosa di totalmente diverso da quello che si era, cioè, no, si domandava se fosse giusto e sano diventare qualcuno che non si è, anche ammettendo che, in particolare in alcuni casi, essere chi sei è difficile.
(Intermezzo: il sogno di Claudia)
Il giorno in cui Claudia seppe che non avrebbe mai lasciato la sua dolcissima, fragile e bellissima figlia Sara era stato sostanzialmente un giorno normale.
Come spiegò successivamente Claudia nell’articolò che volò poi misteriosamente via dalla bacheca della sua parrocchia e che venne rinominato banalmente: “il sogno”, quel giorno nulla venne del resto annunciato (in seguito, Claudia passò in rassegna ogni minuto, alla ricerca di un indizio, della sua rabbia o della colpa).
Quel giorno particolare non era stato infatti una mattina più malinconica, incerta e vuota di quella precedente, perché quella mattina, quando poteva darsi che le persone credessero che fosse chiusa e comunque in generale non c'era mai chissà che giro, era passata in laboratorio Carlotta, con il cappuccino, una nuova lettera e la torta; quel giorno non era stato nemmeno un pomeriggio più faticoso o lento di altri, perché le consegne erano arrivate incredibilmente in orario e Claudia non aveva dovuto attendere, come invece spesso le capitava, il furgone di Mario fuori dal negozio, al freddo; infine, quella era stata anche una serata relativamente temperata, dal momento che fuori nemmeno tirava vento, e, che fortuna!, proprio quel giorno non era nemmeno ancora definitivamente inverno – Claudia si era solamente innervosita quando un vecchio signore le aveva fatto tirar giù da sola il pesantissimo vaso in terracotta di Assisi, chiedendole addirittura ispirato di togliere tutte le rose, per poi concludere improvvisamente serio che “magari” ci avrebbe ragionato su: ma è anche vero che pure quelle cose capitavano più spesso di quanto si pensi e quindi va be’.
In realtà, forse… Uhm, forse un po’ di vento quel giorno in effetti lo tirava, perché si era quasi in dicembre, la città non era lontana dal mare e Claudia avrebbe in seguito ricordato per sempre, nonostante lì per lì non ci avesse fatto apparentemente caso, distratta com’era… Insomma, Claudia di quella sera non avrebbe ricordato il vento, ma la sensazione sgradevole – un presagio? - del foulard pesca che le volava scomposto vicino alle orecchie e dei capelli che le si appiccicavano testardi e insistenti sulla pelle leggermente grassa delle guance.
In ogni caso, però, anche il vento quella sera non era stato più forte ed egoista del solito.
Verso le sette, come ogni altra sera, quella sera, Claudia abbassò semplicemente con un colpo secco di tosse la saracinesca del suo negozio, strinse forte le belle mani gelate nelle tasche del cappotto a quadri e rimise con un timido e quasi impercettibile cenno del capo l’idea di chiamare per prima, fornendosi pure una qualche razionale rassicurazione tra sé e sé – ore 19:03: lei c’era ancora.
Lei gironzolò solo un po’ nel quartiere, come per caso, perché le era sempre piaciuto, non era troppo buio e, era sincera, non aveva voglia di tornare a casa. Si sedette poi qualche minuto in chiesa, appena il tempo di una preghiera, acquistò il latte e mezza pagnotta di pane in una bottega di strada e, mentre usciva, lasciò una moneta nel berretto di un uomo all’ingresso del supermercato (scambiò due chiacchiere con Rebecca: quella famosa sera, loro parlarono del tempo) – ore 19: 33, lei c’era anc…
Camminando, senza fermarsi e in fretta dato che, appunto, non aveva i guanti e si sentiva a suo modo bella, Claudia mise in bocca un cioccolatino, si allacciò la stringa della scarpa destra e canticchiò ad occhi chiusi una delle arie che aveva imparato in collegio tanti anni prima, la sua preferita, Vissi d'arte (lei amava la lirica e aveva una splendente, intensa, spezzata voce da soprano) - ore 19: 37 lei… lei…
Signora... domani deciderò... la prego, la prego... Non capisco... più... sto... stamani...
C’è stato un terribile incidente...
mi dispiace tanto… Dio... sempre.
Ma, a parte questo, davvero: niente di più.
Fu infatti veramente solo per una curiosa coincidenza – in realtà, era perché un po’ di vento quella sera lo tirava e là era più riparato, si rischiava meno di prendersi un noioso raffreddore – fu dunque per una impossibile coincidenza se Claudia, proprio quella sera di fine novembre, di per sé assolutamente uguale alle altre, si fermò di fronte al negozio di parrucchieri e vide la grande foto appesa nell'angolo destro della vetrina – no, non c’erano ancora le decorazioni di Natale.
Dopo, però, coincidenza o no, Claudia quel momento non poté comunque mai dimenticarlo.
A colpirla, questa è la cosa strana, non furono tuttavia tanto i capelli della ragazza, che peraltro erano biondi, o viceversa il fatto che la foto fosse a dire il vero leggermente sfocata.
A colpirla non fu nemmeno il fatto che quella foto fosse evidentemente tanto antica.
No, a colpire Claudia furono proprio quel sorriso così dolce, quell'espressione così serena, giusta, e la pace, la sicurezza che le ispiravano.
Cominciando a capire, Claudia si sedette qualche istante per terra, davanti al negozio.
Riprese fiato.
E così, come in un sogno, con la testa poggiata sulle mani – pure il freddo era miracolosamente scomparso –, lei tornò allora con la mente a una sera di tantissimi anni prima, quando, mano nella mano di sua nonna Nina, la sua amata sua nonna che quando camminava saltellava sempre, era passata, in una sera fredda come quella, ma più luminosa, di fronte a un’immagine simile.
Le sembrò, sì, le sembrò di risentire deciso e dolce nelle orecchie il suono della sua voce (“ragazze, ce lo siamo guadagnato: ci ameranno lo stesso! Credimi, ahah, ci ameranno anche di più! Sai che mio padre non voleva e ho dovuto tagliarli di nascosto? Noi siamo una squadra, ragazza mia!”).
Sicuramente, Claudia percepì il suo inconfondibile profumo di rosa – fu come un bacio, il primo o l’ultimo, la carezza di Dio: lei non c’era più.
Forse, c’entrava anche il vento, che la faceva sentire così vulnerabile, così esposta, così pericolosamente incompiuta.
“Domani”, disse Claudia a qualcuno che solamente lei poteva vedere, con gli occhi umidi, magari sempre per via del vento, “domani chiamerò e mi deciderò finalmente a dare un bel taglio a questa massa informe! Li taglierò! Taglierò questi capelli!”.
Poi, riprese a camminare.
Nonostante avesse sempre paura di perdersi, lei sapeva dove andare.
In fondo, Claudia, pure da grande, non aveva mai smesso di sognare.
Solo in seguito, le diedero la notizia – “come è possibile?! Oh, Dio! Cosa sta dicendo?! Mia figlia… Li ho sentiti stamani, stavano bene… Mi sente, signore?! Non capisco, la prego, la prego… La prego, sto pregando!”.
Un sogno.
Come tutte le notti?
A sessantacinque anni, Claudia sarebbe stata mamma – lei era per sempre.
(Fine del sogno e dell'intermezzo)
Fu probabilmente per questa situazione, per gli elenchi, l'università e il resto, ma anche per i suoi soliti squilibri ormonali – “andare in menopausa è qualcosa di cui non si parla mai abbastanza! È un cavolo di tabù!” – che Claudia, in quel lungo e afoso mese di agosto che passò alla storia come “il mese della prima scelta” (ovviamente, ne seguirono altre, perché Tea sapeva amare e l’amore è una scelta), rifece il sogno di quando nacque Sara.
In ogni caso, non dovete preoccuparvi, perché le cose tornarono lo stesso in breve tempo alla normalità.
Un pomeriggio di inizio settembre, Tea chiamò infatti al cellulare Claudia dalla casa del suo ragazzo dell'epoca (lui, che le aveva domandato senza alcuna malizia se avesse cambiato profumo, come poteva sapere? In fondo, che colpa aveva? Starle vicino non era allora facile, perché chiederle di restare per sempre era rischioso quasi quanto perderla), dicendole, be’, dicendole diverse cose – “(Piange forte) nonna, io ho paura di diventare grande senza di loro, di prendere una decisione così importante senza renderli partecipi, che per me diventi importante qualcuno che non li ha nemmeno mai visti… Ho paura che passi troppo tempo e di lasciarli indietro, di dimenticare qualcosa, che non mi faccia più male, il tempo è così cattivo a volte, nonna… No, ti prego, nonna, fammi finire… Nonna, io ho paura che quello che mi è successo mi sovrasti, ho paura che vada a finire in una qualche parte di me che non conosco e che non posso controllare… Nonna, io non riesco a pensarmi nel futuro” – e assicurandole che stava tornando a casa.
Il pomeriggio loro due lo passarono sdraiate l’una accanto all’altra, con le persiane chiuse, nel letto (a Tea a volte dava noia la luce).
La sera, invece, appesantite dal caldo, le due ragazze provarono inutilmente a staccare le rose dalle pareti e quindi finirono soltanto per riattaccare gli elenchi e mangiare la pizza e il gelato guardando la terza stagione di Grey's Anatomy, davanti alla tv, rimandando a domani le valigie – “puoi dirmi un aggettivo per descriverla, nonna? Uno solo, per favore. Solo uno. E anche per papà. Mi serve per l’elenco. E per capire come sarò”.
Sì.
Proprio allora, con la bocca sporca di cioccolata, quando Claudia, stanchissima, si era già alzata per mettere a posto le sue cose e andare a dormire, Tea le diede la notizia.
Fu Lettere e fu Lettere per sempre.
O quasi, perché, a essere onesti, “nemmeno da vecchi si sa cosa faremo da grandi”[1].
[1] Corsi, Lucio. “Cosa faremo da grandi?”, Cosa faremo da grandi?, Sugar Music, 2020.