Quando i pensieri si facevano troppo fitti mi rifugiavo ad Anzio. Lì mi lasciavo cullare dalla malinconia, passeggiando tra il frangiflutti e la fila di case decrepite dove la città finiva, esposta al Tirreno. Dalle finestre non si affacciava mai nessuno, ma dalla strada inondata di luce intuivo la pace mortale che doveva abitare quei salotti in penombra, quelle vetrinette in cui paggi di cristallo rincorrevano principesse di stoffa perseverando in un valzer del superfluo intorno all’effigie di S. Antonio, intorno ad un mazzo di candele spente.
Poi iniziava la terra di nessuno.
Barili di metallo soccombevano sotto il sole. Strane macchie di ruggine. Barche in perenne rimessa condannate a disfarsi al termine di un binario che moriva su un muro di cemento, ultima difesa contro il mare che circondava tutto.
Tornando mi dirigevo verso il porto con le sue custodie di vetro, i suoi edifici stretti intorno alla bolgia dei pescherecci. Il mio sguardo si dipanava nei mille fili sottili delle matasse di cordame ancestrale e col pensiero giravoltavo intorno alle bitte formando gran gasse d’amante scricchiolanti, mentre l’acqua del mare in me rifluiva, mi scuoteva; io la inghiottivo, ma traboccava. Mi rendeva libero e ingiustificato, un granchio fra tanti. Mi aggiravo tra i cumuli di reti e i tini ricoperti di balanidi. Il mare verde, i suoi aloni di petrolio, il magenta e il granata stinti delle carene e il nero dei mitili erano vita che resisteva, screpolata e consunta. Flebile riflesso dell’altra vita che scorreva rinnovata tra sgabelli e tovaglie a scacchi, tra le luci dei bar e i riflessi cremisi dei rosari di plastica.
Un tempo quello era un caleidoscopio i cui ingranaggi traversavo rigenerato. Non bastava più. Dovevo ritirarmi in un luogo appartato dove poter stare di vedetta, guardare il mare. Cercavo il sahn, il chiostro. Il vuoto come muro portante.
Decisi di trasferirmi all’Hotel Scacciapensieri, a Nettuno. L’hotel era un mostro di diciannove piani, terminato giusto in tempo per assistere al tramonto di un’epoca, di cui forse ora non rimane che qualche foto dai colori troppo saturi.
Era una Nettuno riarsa e desertica quella a cui anelavo, con le sue sfumature di bachelite ingiallita, i suoi contorni di mattoni esposti alla luce implacabile che talvolta cedevano a interstizi di buio, al mio buio, che si allungava, mi cingeva, mi salvava.
La chiazza d’acqua e il tubo di gomma, il mosaico con la donna e il canestro di frutta, i punti interrogativi delle code feline: all’ombra quelle cose assumevano tinte bluastre e parevano destinate a non perire, o a sopravvivere come la copia di una copia di qualcosa già avvenuto cinquant’anni prima.
Dal suo angolo di marmo umido il soriano mi squadrava: ogni mio movimento produceva un’eco nei suoi occhi veleno. Lo lasciai custodire quel suo segreto verde, feroce.
Me ne stavo nella stanza 1818, invasa dalla luce giallastra. Il cielo, gonfio di sabbia, mi lasciava in sospeso. Dal diciottesimo piano, lontano dal cuore tentacolare di Anzio, dai suoi quadri in punta di pennello, vedevo Nettuno, dove la solitudine e la desolazione erano organizzate in strutture talmente aride da sembrare fatte di polvere. La città allora mi appariva semplificata come un modellino, astratta, sempre sul punto di definitivamente obliarsi.
Entrai in una di quelle strutture. Un dedalo di corridoi in cui si aprivano oblò affacciati sul nulla. Quali progetti su carta millimetrata avevano permesso a intere generazioni di brulicare sotto la volta della mente che li aveva tracciati?
Negozi illuminati a neon, anche a mezzogiorno, stipati di bottiglie di plastica colorate, gonfie di alcool etilico, disinfettanti. La luce del tramonto filtrava a stento dai lucernari. Mi sentii solo. Mi affacciai alla porta: nessun commesso, solo tanti ombrelli, aperti, dalle punte scintillanti.
Affrettando il passo imboccai un bar a caso. Il locale era molto più grande di quel che immaginavo. Mi avvicinai al bancone di vetro, immenso: la struttura cava ospitava una serie di bottiglie colorate, di ogni forma e dimensione. Alcune si ergevano come tortili colonne in miniatura, color magenta o giallo indiano. Altre erano basse, panciute, blu notte, tempestate di stelle d’argento. Alle pareti, in modeste cornici, erano esposti alcuni ritagli di giornale. Una vittoria alle corse: l’immagine permetteva appena di intuire la sagoma del cavallo, come se la foto avesse preso il sopravvento sul proprio soggetto, cingendosi dei suoi attributi ormai resi astratti, semplici concetti, geometrici come i serti di rose che cingevano il collo dell’animale.
Mi voltai: seduti al tavolino, curvi, poggiandosi sugli avambracci, un uomo e una donna discutevano. I volti disfatti, la pelle tremula. In disparte sedeva un altro avventore, intento a scrivere a penna su un foglio enorme. Era un uomo quasi calvo, la cui figura era dominata dalla grande testa scavata dal tempo. La coppia iniziò a guardarmi: sembravano spaventati, minacciosi. La donna aprì la bocca, ma rimase in silenzio, in un grido amorfo e sdentato. Solo l’anziano sembrava non curarsi di me. Turbato, decisi di tornare in albergo.
Non c’era nessuno alla reception. Tutte le trecento chiavi delle stanze erano attaccate al quadro, tranne la mia, che stringevo nel pugno. Superai una fila di carrelli d’acciaio. I miei passi erano attutiti dai tappeti. Mi diressi verso la sala da pranzo.
Il locale, enorme ed asimmetrico, era illuminato da globi di tenue luce calda, simili a organi. Le finestre erano celate da ampie tende color ruggine. Alcuni tavoli emergevano dal buio, esibendo tovaglie rosa stinto. Tagli dolorosi come sorrisi squarciavano la mucillagine degli angoli oscuri. Uno dei muri era rivestito da una boiserie bianca impreziosita da una serie di losanghe di raso rosso. Le luci fioche vibravano, si dilatavano. I flûte di cristallo, le maioliche dipinte, le posate d’argento. Sembrava che qualcuno si stesse prendendo gioco di me, simulando l’esteriorità della vita, come se avesse studiato quella tetra scenografia negli occhi madreperlacei di un morto.
La sala da pranzo mi apparve come un teatrino di cartapesta, che chiunque avrebbe potuto annichilire con un calcio. Tornai sui miei passi e lasciai la sala al dominio del silenzio e del pianoforte dimenticato in un angolo.
Risalii lungo la spina dorsale dell’albergo prendendo l’ascensore. Percorsi il corridoio superando una lunga sequenza di porte a battente.
La mia stanza odorava di lavanda. Dalle finestre entravano i raggi viola della luna. Distinsi appena i contorni evanescenti del letto, della scrivania. Tutto irradiava una luce pastello, come se i corridoi dell'hotel fossero gli spigoli di una gemma. Un'immensa mano di ragazza la sosteneva e, ruotandola appena, tracciava sull'ombra e sull'oblio profili di chiostri rinascimentali. Allora riconobbi il suo sguardo distratto.
Chiusi gli occhi, accasciandomi sul letto. La mia mente fu invasa da un esercito di esseri meccanizzati, che mi costrinsero ad assistere a scene di straordinaria violenza: lettere enormi venivano assalite da torme di demoni che, dopo averle domate con corde e rampini, si avventavano su di esse squarciandole con seghe arrugginite e mannaie. Dalle ferite di quelle enormi lettere fuoriusciva del sangue.
Cercai di svegliarmi. Pensai che qualcuno fosse in bagno. Ascoltai lo scintillio delle gocce che rimbalzavano come biglie nel lavabo. L'acqua, scorrendo a intermittenza e finendo nello scarico, produceva suoni gutturali, quasi umani.
Mi alzai, aprii la porta e accesi la luce. Nessuno. Tutto era al suo posto: le maioliche color lilla, lo specchio dalla cornice d'argento.
Poi, qualcuno chiamò il mio nome. Era una voce femminile, appena percettibile, familiare. Sentii il rumore dei suoi passi. Si stava allontanando dalla stanza.
Uscii nel corridoio, inoltrandomi nel ventre lapislazzuli della notte. Capii che dovevo abbandonare ogni certezza, che dovevo fidarmi del buio. I corridoi dell'hotel mi apparvero trasfigurati in una sostanza gommosa, color verde menta, lilla stinto e rosa confetto. Potevo attraversare le stanze immergendomi nei muri.
Notai una figura bianca, leggera, longilinea, che correva a passi veloci, balzando oltre i letti, immateriale. Cercai di seguirla, incespicando su cumuli di lenzuola e su bottiglie di whisky, che andarono in frantumi. Si voltava di tanto in tanto e il suo sguardo mi trafiggeva il cervello, iniettando in ogni mia cellula l’Amore. Le mie gambe diventavano sempre più pesanti, arrancavo nella melassa variopinta, finché, stremato, caddi in ginocchio.
Provai una disperazione inconsolabile, come se il buio avesse inghiottito la terra, eliminato la razza umana, lasciandomi solo a impazzire di dolcezza.
Prostrandomi, battei i pugni contro il pavimento.
Dita fresche, magre, chiusero i miei occhi. - Non ti voltare - sussurrò la sottile nebulosa, avvolgendomi in un abbraccio. - Vai avanti -, aggiunse.
Aprii gli occhi. Il corridoio bianco, odorante di vernice, tornò a essere illuminato a giorno. Da una porta con una feritoia di vetro giallo proveniva un ronzio. Entrai: nella stanza c'era una scala a chiocciola. Le flebili luci azzurre lasciavano i dettagli nell'ombra. Mentre salivo i gradini, il ronzio si fece più intenso. Salendo la scala in senso antiorario scorsi una gonna, delle gambe livide. Continuai a salire. Sul corpo disteso della donna un uomo sembrava guardarsi intorno, ma lei lo cinse tra le braccia, attirandolo a sé. Superai la coppia. Incontrai, seduto sui gradini, l'uomo che avevo notato nel bar, dal volto tormentato e dagli occhi incavati: osservava i due con un'espressione rassegnata. Alcune delle sue pagine ingiallite erano cadute lungo la scala, come i petali di un fiore sfogliato.
Raggiunsi la cima. In una stanza dai soffitti altissimi, completamente vuota, dai pavimenti gommati e illuminata da un singolo lucernario smerigliato, svettava un cilindro di metallo. Il suono perfetto, continuo, riuniva in un unico filamento il mio stare lì, la mia posizione nel meccanismo dei piani e delle necessità, quell’albergo, quel cilindro; la traiettoria invisibile che mi riconciliava con tutti i me stesso di cui mi ero dimenticato, che avevo abbandonato. Che non sapevo più ricostruire. Quel pomeriggio, in quel capannone dall’odore di plastica, all’ombra degli eucalipti. Il mattino in cui l’anziana signora, forse mai esistita, aveva dimenticato il tubo dell’acqua aperto, annegando le viole del pensiero.
Guardai il cilindro, sospeso come un bambino tra il non sapere e la certezza della prossimità di un’intuizione spaventosa, abissale. Mi attirava a sé. Il ronzio divenne più intenso mentre mi avvicinavo. Aprii il portello, entrai in quella specie di capsula e mi ci chiusi dentro. Il silenzio fu assoluto. Rividi tutto. Ero minuscolo in un letto enorme: in una sala remota si svolgeva una festa, di cui giungevano la musica e le risa.
Nel vestibolo di una merceria attendevo, osservando i colori dell’iride formarsi sui bordi della vetrina.
Esploravo la rampa di un garage, mentre i passi dei miei amici si allontanavano.
Nello spazio stretto iniziò a riversarsi acqua di mare, piena di schiuma, che mi raggiunse le caviglie, poi le ginocchia. Strinsi forte gli occhi. Dovevo ricordare. Perché fuori dal perimetro del ricordo e dentro il ricordo, qualcuno mi cercava.
In un prato lontano, disegnato coi pastelli, alcune figure chine si affannavano a cercare qualcosa tra l’erba. Il mondo appariva sterminato e, tra i fili d’erba, incrociavo gli sguardi degli insetti, alla ricerca del bagliore dorato. Una spilla, smarrita. Come galleggiando, seguii un bambino.
L’acqua aveva raggiunto il petto.
Lo seguivo: aveva una palla rossa che faceva rimbalzare sulle porte tinte di verde del paese. Un vaso andò in frantumi. Il bambino prese a correre, scomparve a un angolo di strada. Non lo vidi più. Mi ero perso. Mi ero spinto troppo oltre la sfera in cui era lecito stare.
Raggiunsi un vicolo cieco. Guardai in alto e le immense pareti di cemento da cui spuntavano i ciuffi delle felci mi riparavano, rassicuranti, dall’enormità di quel che doveva essere la vita oltre quel collo di bottiglia in cui mi ero cacciato.
Rimasi fermo, galleggiando nell’acqua di quel cilindro, all’ombra triste di quei muri necessari.
Una voce alle mie spalle mi chiamò. Mi voltai: in cima ad una rampa di scale c’era mio nonno. Sorrideva. Mi aveva trovato.