…ioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioio ioioioioioioioio…
C’è uno spazio vuoto quassù, giuro l’ho visto. E corrisponde forse a una boccata d’aria, al riprender fiato nel bel mezzo di un discorso perché – anf, anf – a occhio e croce ci voleva. È in quella precisa pausa della voce – forse insperata – che, se ci sarà modo, andrà a conficcarsi questa storia. E vi penetrerà come fosse una spada nella roccia o un coltello caldo nel burro o, per alzare un po’ il tiro, una stalattite che precipiti sul pavimento molle di una grotta; o magari lo stuzzicadenti forzato, costretto a frugare in una fessura tra i denti. Ebbene, che storia è mai questa? Una storia isolata, si direbbe. Storia che magari non meriterebbe nemmeno di essere portata a galla. Ma che per l’appunto durerà giusto un secondo, quanto occorrerà per saltare dalla “o” di “io” alla “i” del successivo identico pronome personale. E, se si ha sempre bisogno di coraggio per affrontare un salto, questa storia parte già male col guardare sotto, sotto i suoi piedi – e la scarpa le scivola sulla curva della vocale rotonda –, chiude gli occhi e spera che quell’assenza di scrittura non nasconda pure un baratro, un vuoto. È in quella svista – un errore di battitura, dovuto forse a un’aritmia dei tasti – che si insinuerà qualcosa, qualcosa di molto simile all’abbaiare di un cane semmai uno, più pignolo di altri, volesse proprio tendere l’orecchio; e allora, giacché si è passati all’ascolto, si udirà, oltre al cane, un transitare di ruote di plastica sull’acciottolato di un viale, il vociare della sera sul corso: la città si rianima perché il giorno è alle spalle, è andato, finito, è un posto di provincia questo, col suo Consiglio regionale, i suoi portici, il suo viale imbottito di negozi, le sue vetrine su cui spiccano orgogliose prove di originalità e competenza: “Il nostro pane”, “Le nostre carni”, e un cane che – anch’esso suo, naturalmente – un cane che, già sentito, abbaia. Non per capriccio, no. Lui non vuole i palloncini o lo zucchero filato come i bambini, non ha fame né sonno né sete in questo momento – la sua fame, il suo sonno, la sua sete, se proprio dovesse –, e non ha nemmeno voglia di ritirarsi col padrone, soli soletti, sul divano. Magari il cane vorrebbe solo farsi notare – il nostro cane –, ma non gode di grossi strumenti al riguardo. Naturalmente, ha la voce – la sua voce, sgraziatissima per giunta –, che impiega come può per obbedire al grido: “ioioio” – datemi un buon motivo per cui non dovrebbe farlo! E così, quell’io, quell’“ioioio” che, fratturandosi, poco fa, aveva lasciato spazio a un’insinuazione, quell’“ioioio” che, tentennando, aveva dato adito a sperare in una storia diversa, torna a imporsi – che novità! – ma per vie traverse, rivelandosi ancora più insidioso. Ma comunque ormai il cane abbaia – è un fatto –, la sera scende e c’è qualcuno che oserebbe negare che il frescolino sia la cosa più desiderabile al mondo? Per cui ce lo teniamo com’è, anzi, perfino un po’ contenti; non potendo far altro che constatare che quel vuoto di caratteri, a ben vedere, assomiglia a un pozzo… Perbacco: altroché se è un pozzo! Del resto, come definire altrimenti il buco su cui siamo affacciati e che per poco non ci ha azzoppato mentre brancolavamo nella steppa di “i” e “o” come arbusti o alberelli del deserto? E poi di lì provenga – tipico dei pozzi – quel piacevole frescolino umido che fa pensare alla pietra impregnata d’acqua, alla sera e ad altri simili vagheggiamenti, e dunque ci dev’essere anche un viale di negozi nel pozzo, un viale di negozi dove il cane strepita, e la gente; e ancora: il cane, a guardar meglio, col suo peso piuma non cammini sulle sue zampe, ma se ne stia adagiato dentro un…
…passeggino. Un passeggino dalle ruote di plastica, ognuna coperta da un adesivo diverso: sopra la prima c’è il muso del cane in primo piano, poi c’è l’adesivo del cane di profilo, sulla terza ruota invece incontriamo un simpatico “muso di cane che abbaia”, e infine c’è il cane fotografato e basta. Gira che ti rigira ogni ruota assomiglia a una vocale che come la metti non cambia, e nello specifico è una “o” che incornicia il cane in quattro pose diverse. E il cane che fa? Così celebrato si guarda intorno, offrendosi con studiata generosità all’omaggio dei passanti: dal profondo del pozzo – che non bisogna mai dimenticare come sia giusto una frana, una caduta del discorso –, si innalzano festose acclamazioni, sentiti complimenti rivolti al padrone che, dal canto suo, con passo elastico e polo verde sta sospingendo il passeggino per il viale. Luci accese sul corso, sì, l’avevamo notato, ci sono i negozi – “Il nostro pane”, “Le nostre carni” campeggia scritto sulle loro vetrine –, d’altronde è sera e fa fresco, ci sono perfino i chioschetti dei gelati, segno che i negozi non riusciranno ad assorbire tutta la domanda, gli adolescenti si radunano, le nonne in ghingheri, i commercialisti discutono con le mani in tasca fuori da un tabaccaio. E il cane a passeggio. Se c’è un elemento che fa il paio con la “o” delle ruote che girano, coperte da adesivi, sta proprio nei manici del passeggino – per il cane si è scelto un modello ultraleggero, niente maniglione unito quindi, ma un terminale a due manici. Guarda un po’, le punte dei manici che sbucano dai pugni del padrone ricordano proprio il puntino che sta sospeso sopra il gambo della “i” di “io”. Del resto, se ci chiedessimo quali elementi siano strettamente necessari affinché il passeggino possa identificarsi con un mezzo di trasporto, ne indicheremmo appena due: il punto di spinta, ossia i manici, e le ruote, che quella spinta trasformano in movimento. “i” e “o”, dunque: ci risiamo. Ma tra la “i” suggerita dai manici e la “o” richiamata dalle ruote c’è pur sempre lui: il cane. Che, a questo punto, si propone come evocazione lampante del pozzo, di quel vuoto dentro cui c’è sempre il rischio di cadere.
Si pensi a Pitagora. Ora, se riducessimo il composito soggetto di questa storia – fatto di cane, padrone e passeggino – alla sua forma elementare, questa assomiglierebbe molto a un triangolo rettangolo il cui cateto “verticale” sia rappresentato dal corpo del padrone, l’“orizzontale” coincida col piano della strada e l’ipotenusa finisca col ricadere sull’asta obliqua del telaio del passeggino, descrivendo in tal modo una relazione gerarchica perfetta tra il punto A che è il “vertice” del triangolo e il punto C che sta in basso, all’altro capo dell’ipotenusa. Nella nostra storia, la testa del padrone finisce proprio per stare all’altezza di A mentre il corpo del cane trasportato occupa un punto molto vicino a C, non fa una piega. Ma se invertissimo i rapporti di forza?
Il passeggino arriva in piazza. Ha percorso un bel pezzo del centro dove ha incassato il plauso e l’ammirazione di coloro che finora si erano limitati a far indossare un gilet imbottito al proprio Fido – il loro cane –, o magari l’avevano addobbato con un paio di orecchiette di pezza tipo Bugs Bunny, ma solo a Halloween. Al passeggino proprio no, non avevano pensato. Appena prima di arrivare in piazza il cane crede di vivere un momento di esaltazione. Si raddrizza, si issa sui braccioli del passeggino. Getta uno sguardo lontano che arriva ad abbracciare il Duomo, sul lato opposto della piazza. Come mai, si chiede mentre studia la facciata della chiesa, perché e come al suo posto non è stata ancora eretta una sfinge? Una sfinge vera, sì, come quelle dell’antico Egitto, ma poco leonina però eh, poco felina e assai più canina certo, cagna in tutti i sensi dai, cane dal musetto alla coda, cane dalla collottola fino al petto vibrante e scattoso sotto il pelo corto, e la coda poi è una frusta, è proprio questo il dettaglio che conta, quel frustino dritto e mai fermo che da solo, sì, da solo, sfinge o non sfinge, dovrebbe prendere il posto del campanile, nel Duomo nuovo che gli si sta dipingendo negli occhi. E all’interno della grande chiesa – finisce per dirsi il cane, dallo sguardo sdegnoso adesso –, seppure ci fosse un Cristo in trono, accanto a sé impallidirebbe.
Ma poi arriva il male. Perché il male c’è sempre, bisogna solo avere pazienza. Bau! Bau! Uah! Uah! Perbacco – inorridisce il cane –, mi sa proprio che qui sotto ci sono altri animali! Eh no – ribatte una vocina nella sua testa –, di animali ce n’erano già troppi: il centro è infestato di scimmie! Perciò la vocina riformula il concetto in questi termini: diamine – dice –, diamine, mi sa che qui intorno ci sono altri miei simili – ecco, così va meglio, perché ne arrivano a frotte di suoi simili! E che si aspettava, il ganzo, che il sollucchero potesse tenerlo tutto per sé, crogiolandosi nel suo ego? Macché: tutto intorno al passeggino, ora, abbaiano altri cani. E così, alle prime avvisaglie di un confronto, il trasportato sembra cedere, dà segni di stanchezza: di che razza di sfinge dovremmo parlare adesso – iniziano a tormentarlo le paranoie –: yorkshire, alano, chihuahua, pastore, o non si tratterà mica di un povero bastardo? I conti non tornano, la prospettiva di condividere il privilegio si fa pesante, e allora lui si ritrae sulle zampe, si schiaccia, arretra, si rannicchia nel passeggino, geme – gnuh uh – nasconde le zampette sotto il corpo – come i gatti –, chiude gli occhi ma non può piangere, questo no, di sicuro vorrebbe piangere ma può solo guaire, e nemmeno questo va bene, perché, se si lamenta, attira le proteste degli altri cani… Stringe le palpebre, sente il freddo anche se fuori è gradevole, via le carezze del padrone no, non le vuole, prova nausea, sta per vomitare, ma poi resiste, sì, in fondo lui è un cane e sa stare a cuccia e così abbassa le orecchie, tura i timpani e riduce il rumore di bau e uah e finalmente, allo stremo delle forze, si addormenta.
Se c’è un sogno che il cane fa mentre dorme è il sogno da cui lo sveglia il padrone quando rientrano a casa, l’uomo apre la portiera dell’auto e lo preleva dal passeggino che è fissato ai sedili dietro. Ha dormito, forse una mezz’ora al massimo, quanto bastava per sottrarsi a una situazione in cui tutti gli urlavano contro. Solo lui poteva capire le invettive, l’invidia. Nel sonno ha sognato un mondo in cui i cani – altroché passeggini – i cani viaggiavano in carrozza, su carrozze blindate trainate da uomini-cavallo che nitrivano. Non era dolore il loro, lo si capiva sognando, non recalcitravano, benché il mondo fosse talmente diverso che sì, perfino il cane, dormendo in macchina, nel passeggino, aveva avuto qualche sussulto nel vedere quelle cose. C’era un mondo di Re-Cani dalla corona d’oro e mantelli d’ermellino e diademi e parrucche alla moda che sfogliavano distrattamente le doléances dei propri sudditi viaggiando in carrozza. Cani così prestigiosi che sarebbe stato il minimo pensare di venderli all’asta, se solo in cima alla piramide sociale non ci fossero proprio loro. Una piramide che ora assomiglia a un pozzo. Di nuovo lui, così buio che dà l’impressione del ristoro al termine di una lunghissima giornata.
Se c’è un sogno, è il sogno del cane nel pozzo. Che prova a saltellare tra i bordi, tra la “i” di “io” e la “o” dello stesso identico pronome personale. Tra i due argini, però, sotto le sue zampette la realtà è un baratro, ma sa di fresco.
Il cane sente quelle mani, anche all’infuori del passeggino. Sono le mani del padrone, che spingono.
Anche se sta in carrozza. Perfino lì, nel sogno, quando l’uomo ce l’ha davanti, e corre a quattro zampe, e agita la criniera.