Fari

Fari

 

 

Non avrei mai immaginato di dirlo, di avere nostalgia per qualcosa legato alle automobili.

Quelle macchine che detesto e che sono parte inevitabile della mia esistenza, per sempre, sicuramente finché vivrò. Guidate da individui a cui non dovrebbero essere affidate.

Anche io mio malgrado sono diventato uno di quegli individui che guidano senza particolari qualifiche. Se fosse per me mi farei solo portare: il bus, il tram, il treno o l’aereo non ce lo guidiamo da soli, lo fanno professionisti appositamente preparati.

Ma è un privilegio che non può essere concesso a un uomo. Mentre mi veniva ovviamente concesso, insieme a tante altre comodità, da bambino.

Mi piaceva stare nella grande macchina di papà, in fila di sera guardando fuori dal finestrino. Le strade erano buie e i fari gialli delle automobili le illuminavano ma non troppo.

Tutti uguali creavano una certa armonia. E l’armonia fa bene allo spirito, un po’ come quando vedi scorrere il paesaggio più o meno anonimo – ma non importa – fuori dal finestrino del treno. Da quanto tempo non prendo il treno.

Col passare degli anni i treni sono migliorati, sono più confortevoli, silenziosi e puliti, e il paesaggio è rimasto fuori dai finestrini. Gli aerei sono praticamente gli stessi. Mentre le automobili sono cambiate.

Maturando ho imparato che è sempre possibile fare peggio.

L’auto di mio padre era una grande berlina, dietro noi fratelli ci stavamo in tre, papà stendeva un materassino per noi sui sedili posteriori. Ci divertivamo. Sicuramente ci favorivano le dimensioni delle nostre stesse persone, ma sono abbastanza sicuro che le auto di ora siano più alte ma meno spaziose, perché non so che ce ne facciamo di un’altezza maggiore quando stiamo seduti.

Hanno l’aria condizionata, e questo è buono d’estate, come nei treni moderni. Più una serie di altri optional.

Ma io, con quel poco di bambino che è rimasto in me, noto soprattutto i fari. Le luci gialle e calde sono sparite, a favore di luci bianche e pungenti – pungolano il cervello come lampade di una sala operatoria.

In più le auto hanno tutte altezze diverse mentre prima stavano suppergiù tutte allo stesso livello. Ma soprattutto i fari sono protagonisti. Alcuni sembrano ciglia, o lame, addirittura croci posteriori che ti accecano o ti prendono per il culo.

Mi chiedo come sia permesso, se ci siano delle regole per l’omologazione o se le abbiano semplicemente scordate. Magari perché si notano di più e sono più sicure, quindi è un bene.

Ma a me fanno male agli occhi. Quando sono al volante della mia macchina che ho insistito – e c’è stata una lunga ricerca – perché fosse compatta, vengo disturbato dal veicolo che sopraggiunge dietro.

Già dall’ombra alta che mi fa proiettare, spettrale sull’asfalto che mi precede.

Quando le auto sono ammassate nel traffico, come accadeva anche ai tempi degli spostamenti in macchina con mio padre, mia madre e i miei fratelli, tutti quei lampi bianchi – ognuno per conto suo, ognuno che vuole essere diverso e protagonista pur essendo fatti in serie – mi irritano come le illusioni delle persone.

La fila di luci gialle aveva un suo perché nel paesaggio urbano moderno del passato più prossimo.

Ma ora è tutto omologato nella cacofonia. Tutto e tutti sono speciali e unici senza esserlo.

E io non riesco più a trovare un attimo mediocre di comune conforto nemmeno nello spazio comunque risicato tra le lamiere e l’asfalto. Il vetro non mi protegge più dalla pioggerellina fuori.

C’erano una volta le luci della sera.

 

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