Arrivò al Belgrano nell'autunno del 1985 con un libro di Baudelaire sotto il braccio, i capelli lunghi fino alle spalle e lo sguardo di chi ha capito qualcosa che gli altri stanno ancora cercando. In quel momento Hernán Villafane aveva ventiquattro anni e gli occhi più verdi che si fossero mai visti a Córdoba, così verdi che le donne per strada si giravano a guardarlo e gli uomini diffidavano istintivamente, come si diffida di qualcuno troppo affascinante per non costituire una minaccia. Il presidente del club lo aveva visto giocare una volta nelle categorie inferiori dell'Interior e, pur non capendolo fino in fondo come calciatore, intuì che quel ragazzo alto e snello, che correva aggraziato come se stesse ballando un tango, poteva riempire lo stadio solo presentandosi, e questo nello sport a volte vale più che saper tirare bene un pallone.
Quando entrò nello spogliatoio del Belgrano quel primo giorno di ottobre, gli altri giocatori lo guardarono come se fosse arrivato da un altro pianeta. Hernán poggiò con cura la sua borsa di cuoio consumata che sembrava appartenere a uno studente di filosofia più che a un calciatore, si sedette sulla panca senza salutare nessuno e tirò fuori un quaderno dove cominciò a scrivere qualcosa con una penna stilografica. I ragazzi rimasero in silenzio, senza sapere se ridere o preoccuparsi. El Mono Ferreyra, che era il capitano e aveva un fisico corrispondente al suo soprannome, trentadue anni e le ginocchia distrutte, gli si avvicinò con quel misto di curiosità e ostilità con cui i veri calciatori guardano quelli non lo sembrano.
"Tu sei il poeta?" gli chiese.
Hernán alzò lo sguardo dal quaderno e rispose con un sorriso che non aveva né ironia né arroganza, solo una sorta di tristezza gentile. "Nessun poeta avrebbe l'ardire di dichiararsi tale."
"E allora cosa stai scrivendo lì?"
"Un'elegia sugli spogliatoi, su come odorano di sogni infranti e di gloria a buon mercato."
El Mono non sapeva cosa fosse un'elegia ma intuiva che si trattava di qualcosa di triste, e negli spogliatoi di calcio c'era già abbastanza tristezza da non aver bisogno che qualcuno la trasformasse in letteratura. Si allontanò senza dire altro, pensando che quel ragazzo non sarebbe durato nemmeno tre mesi.
Si sbagliava: Hernán ne durò otto, ma non perché non sapesse giocare a calcio, che non era il principale dei problemi. Il fatto era che il pallone gli interessava meno della poesia, e la poesia gli interessava meno delle donne, e le donne lo cercavano con una devozione che avrebbe fatto sentire inadeguato persino un santo eremita. Dopo ogni allenamento c'erano almeno cinque ragazze ad aspettarlo alla porta del centro sportivo, con libri da far firmare e sguardi che promettevano cose che Hernán accettava con la stessa naturalezza con cui altri accettano un bicchiere di vino. Non era vanità, era indifferenza. Le donne lo adoravano proprio perché lui non sembrava averne bisogno, e quel paradosso lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Pochi mesi prima Hernán aveva pubblicato un volume intitolato Metafore su un rettangolo di gioco, che aveva venduto trecento copie nelle librerie del centro, che per un libro di poesie a Córdoba era come venderne un milione di un romanzo di genere in paesi dove la gente leggeva davvero. Le poesie parlavano del calcio come se fosse una religione perduta, qualcosa di sacro che gli uomini avevano profanato con l'ansia di vittoria e del conto in banca. C'erano versi sulla pioggia che ticchetta sulle tribune vuote, sui giocatori vecchi che sognano gol mai segnati, sulla bellezza di un passaggio perfetto che nessuno vede perché tutti guardano il risultato sul tabellone. Era poesia triste ed elegante, il tipo di poesia che fa sentire la gente più intelligente solo a leggerla, anche se non la capisce del tutto.
In ogni caso Hernán passava più tempo a firmare autografi che ad allenarsi, più tempo nei caffè del centro a conversare con studenti di lettere che in palestra, più tempo a scrivere versi sull'impossibilità del gol perfetto che a esercitarsi su come metterla in rete per davvero, nella realtà. L'allenatore, che si chiamava Héctor Veira ed era un uomo affabile che aveva giocato in Primera negli anni sessanta, lo guardava con un misto di fascinazione e disperazione, come se avesse in squadra un marziano che casualmente si ritrovava a correre dietro a un pallone.
"Villafane", gli ripeteva dopo ogni allenamento, "tu hai delle qualità: visione, tecnica, persino un buon tiro. Ma ti manca la cosa più importante."
"Che cosa mister?"
"La fame. La voglia di vincere. Quel fuoco che hanno dentro quelli che hanno bisogno del calcio per mangiare."
Hernán lo guardava con quegli occhi verdi che sembravano capire tutto e perdonare tutto, e rispondeva: "Mister, io il calcio lo amo. Ma lo amo come si ama un tramonto o un brano di Borges. Non come si ama il pane quando si ha fame."
Veira scuoteva la testa e se ne andava, perché contro argomenti del genere non si può lottare. Uno può urlare, può motivare, può ispirare paura o rispetto, ma non può insegnare a qualcuno ad avere fame se quello è già sazio.
L'esordio ufficiale di Hernán con il Belgrano fu contro il River, una domenica di ottobre al Gigante de Alberdi, con ventimila persone che erano andate tanto per sostenere la squadra quanto per vedere il poeta. Hernán partì titolare, giocando da trequartista, con il dieci sulla schiena e i capelli raccolti in una coda di cavallo che si sciolse al primo minuto e rimase a fluttuare sulle sue spalle come una bandiera elegante.
Nei primi venti minuti sembrò che Veira avesse ragione e che Hernán possedesse davvero alcune qualità: toccava bene il pallone, si muoveva con una grazia che faceva sembrare goffi gli altri, anticipava le giocate dimostrando un'intelligenza calcistica che non si può insegnare. Ma quando arrivava il momento di concludere, quando doveva trasformare la bellezza in risultato, succedeva qualcosa. Non era paura né goffaggine, ma qualcosa di più nebuloso, come se nell'ultimo istante Hernán decidesse che l'azione era più bella senza gol che con gol, che il climax rovinasse la narrativa.
Al trentatreesimo minuto ebbe la prima occasione chiara: El Mono inventò un passaggio perfetto dentro l'area, il poeta controllò di petto e il pallone gli rimase lì davanti, chiedendo solo di essere tirato. Fece una finta che ingannò il portiere, ma a quel punto Hernán scavò un pallonetto non necessario che passò di pochi centimetri sopra la traversa. Lo stadio si ricacciò in gola il grido di gioia che aveva già approntato, sostituendolo un sospiro che era metà lamento e metà disperazione.
"Porca puttana, poeta!" urlò El Mono. "Perché non hai tirato dritto!"
Ma Hernán non tirava dritto, non poteva, come se ogni sua azione non fosse finalizzata all'efficacia, ma a creare qualcosa di bello. In quella partita colpì un palo, poi mandò in cielo un'occasione facile, e finì la partita ricevendo comunque un'ovazione dalla tribuna che raramente si concede a qualcuno che ha appena perso 3-0. La gente applaudiva il fascino del suo fallimento come altri applaudono il successo, e Hernán uscì dal campo con un sorriso malinconico che sembrava dire, vedi, è esattamente questo ciò che cerco.
La stagione continuò allo stesso modo, partita dopo partita di bellezza sterile e sconfitte eleganti. Ma mentre il Belgrano scendeva lentamente verso la B Nacional con l'inevitabilità di una nave che affonda, Hernán pubblicò il suo secondo libro. Si chiamava Ode al palo ed era esattamente quello che il titolo prometteva: cinquanta pagine di poesie su quel centimetro che separa il gol dal non-gol, sulla crudele precisione con cui l'universo traccia la linea tra il successo e il fallimento. Alcuni versi divennero famosi a Córdoba persino tra la gente che non aveva mai letto una poesia: Io vivo su quel confine / dove il sogno incontra la sconfitta.
La gente li ripeteva nei bar, li scriveva sui muri vicino allo stadio, li urlava quando il Belgrano perdeva ancora e ancora. Il volume vendette quasi mille copie in pochi mesi, e Hernán divenne una specie di eroe tragico involontario, il simbolo vivente che c'è qualcosa di nobile nel fallire con grazia, persino mentre stai retrocedendo nella categoria inferiore.
L'ultima partita del campionato fu a maggio, contro l'Huracán, in un Gigante de Alberdi mezzo vuoto perché non c'era più niente in palio, il Belgrano era già matematicamente retrocesso, Hernán non avrebbe segnato comunque, tutto era previsto. Veira lo schierò titolare e lui giocò come al solito: elegante, inutile, condannato.
All'ottantesimo minuto ebbe l'ultima occasione della sua carriera in Primera, un tiro da fuori area ma con tutto lo spazio e il tempo per calibrare la parabola. La colpì di pieno collo e, come previsto, la palla superò il portiere, ma centrò il palo sinistro. Hernán rimase fermo sul posto, guardando il palo come se fosse un vecchio amico che lo tradiva per l'ultima volta. E allora fece qualcosa che nessuno si aspettava: rise. Rise come se avesse appena capito il senso profondo di uno scherzo cosmico che durava dall'inizio dei tempi.