Il nuovo Kempes
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Il nuovo Kempes

 

Roberto El Ladrón Vargas era quel tipo di attaccante che faceva impazzire gli allenatori per due motivi: il primo era che segnava gol con una facilità che pareva offensiva verso tutti quelli che dovevano sudare per metterla dentro, il secondo era che passava tanto tempo in galera quanto in campo, alternando stagioni da capocannoniere ad altre dietro le sbarre, con la stessa naturalezza con cui altri calciatori alternano club o fidanzate o macchine potenti.

Quando nacque a Avellaneda nell'inverno del 1965, la levatrice disse a sua madre: "Signora, questo bambino ha le mani più svelte che abbia mai visto", e non si rendeva conto di quanto quella frase sarebbe stata profetica, anche se non esattamente nel modo che intendeva.

Roberto crebbe in un barrio dove il confine tra legalità e illegalità era più sottile della linea del fuorigioco, un posto dove la gente lavorava quando poteva e rubava quando non poteva, dove la polizia passava ma non si fermava mai troppo perché tanto sapeva che in quei vicoli le regole erano altre. Suo padre faceva il meccanico quando aveva lavoro e il contrabbandiere quando era ufficialmente disoccupato, sua madre stirava camicie per i ricchi di Buenos Aires e chiudeva gli occhi su quello che succedeva in casa, e intanto i suoi tre fratelli maggiori facevano già dentro e fuori dalla galera con la regolarità di chi va e torna da trasferte di lavoro.

Roberto scoprì il calcio che aveva tre anni, quando qualcuno gli mise tra i piedi un pallone fatto di stracci e spago, e in quel momento fu subito chiaro a tutti che quel bambino aveva un dono. Non era veloce come gli altri, non era forte, non era nemmeno particolarmente intelligente nel gioco, ma quando gli arrivava il pallone davanti alla porta succedeva qualcosa di magico: la palla entrava. Sempre. Come se esistesse un filo invisibile tra il suo piede e la rete, come se il destino avesse deciso che quello fosse l'unico posto dove Roberto Vargas non avrebbe mai sbagliato.

A quattordici anni giocava già nella juveniles del Racing, prelevato da uno scout che lo aveva visto giocare in un torneo di quartiere e non credeva ai suoi occhi. "Questo ragazzo", aveva detto al direttore sportivo, "segna gol come se fosse la cosa più naturale del mondo. Dovresti vederlo." Il direttore l'aveva visto, aveva annuito, e aveva fatto firmare al padre di Roberto un contratto che l'uomo aveva letto con sospetto ma aveva firmato perché in fondo era la prima opportunità legale che la famiglia Vargas avesse mai avuto.

 

Il primo arresto arrivò quando Roberto aveva sedici anni e aveva appena esordito nella under 20 del Racing segnando due gol in venti minuti contro i pari età del San Lorenzo. Era un sabato sera di dicembre, faceva caldo, e Roberto stava tornando a casa con i suoi fratelli dopo aver festeggiato in un bar della zona. Un negozio era aperto, la saracinesca alzata a metà, e il fratello maggiore, quello che si chiamava Tito e che si era già fatto tre anni per rapina, disse solo: "Aspettate un attimo".

Roberto non avrebbe dovuto seguirlo. Avrebbe dovuto tornare a casa, andare a dormire, svegliarsi l'indomani e il lunedì andare prima a scuola e poi allenarsi come facevano tutti i ragazzi delle giovanili. Ma c'era qualcosa nella dinamica familiare dei Vargas che rendeva impossibile non seguire i fratelli, una lealtà tribale che era più forte della ragione o del futuro o di qualsiasi contratto con il Racing.

Entrarono nel negozio, Tito puntò una pistola (scarica, si seppe dopo) in faccia al proprietario, Roberto prese quello che c'era nella cassa (trecentomila pesos, nemmeno abbastanza per comprare una macchina), e uscirono correndo. La polizia li prese due isolati dopo perché il proprietario li aveva riconosciuti, perché nel barrio tutti conoscevano tutti, e perché Roberto Vargas era appena uscito sui giornali sportivi con la sua faccia da bambino sotto il titolo "Il nuovo Kempes".

Il giudice lo guardò con un'espressione che era metà compassione e metà incredulità. "Ragazzo", gli disse, "mi dicono che tu hai un futuro nel calcio. Perché hai fatto questa stupidaggine?"

Roberto ci pensò per un momento, poi rispose con quella onestà disarmante che lo avrebbe caratterizzato per tutta la vita: "Perché erano i miei fratelli, señor. Io non posso non andarci, con i miei fratelli."

Sei mesi. Sei mesi in un carcere minorile dove Roberto giocava a calcio nel cortile e segnava gol anche lì, anche contro ragazzi che avevano già ammazzato gente e che lo rispettavano solo perché era un calciatore vero. Quando uscì aveva diciassette anni, le spalle più larghe, e la convinzione che in qualche modo poteva fare entrambe le cose: giocare a calcio e rimanere fedele alla famiglia. Era una convinzione stupida naturalmente, ma Roberto non era mai stato particolarmente intelligente fuori dal campo.

 

Il Racing lo riprese. In teoria non avrebbero dovuto, ma lo fecero perché il giovane Vargas segnava gol e nel calcio si perdona quasi tutto a uno che sa segnare. Il mister gli fece un sermone sulla seconda possibilità, sul non deludere la fiducia, su come il calcio fosse l'unico modo per uscire dalla merda dove era nato. Roberto annuì a tutto, sinceramente convinto di poter cambiare, e per due anni fu un bravo ragazzo.

Due anni magnifici, bisogna dirlo. Roberto giocò cinquantaquattro partite e segnò sessantadue gol, una media che faceva impallidire qualsiasi giovane promessa sudamericana di quegli anni, e presto fu convocato nella formazione maggiore del Racing. Aveva un istinto per il gol che non si poteva insegnare né spiegare: sapeva sempre dove sarebbe rimbalzato il pallone, sapeva sempre quando saltare e quando restare fermo, sapeva sempre come posizionarsi per far entrare la palla anche negli angoli impossibili e con parti del corpo sulla carta non destinate a quello scopo. I tifosi del Racing lo adoravano, i giornalisti scrivevano che era il futuro della nazionale, e per un momento sembrava che Roberto Vargas sarebbe diventato davvero quello che avrebbe sempre dovuto essere: il nuovo Kempes.

Poi suo fratello Tito uscì di galera e tutto tornò come prima.

Non fu nemmeno colpa di Roberto, non direttamente almeno. Tito doveva consegnare una macchina rubata, una Mercedes che aveva "preso in prestito" in una zona elegante, e aveva bisogno di qualcuno che lo accompagnasse, per tenere i soldi se ci fossero stati problemi. "È solo un passaggio", disse Tito. "Venti minuti, ti giuro."

Roberto sapeva che doveva dire di no. Sapeva che se lo beccavano era finita, che il Racing non lo avrebbe perdonato una seconda volta, che a diciannove anni stava buttando via tutto. Ma disse di sì, perché era Tito, era suo fratello, e nella logica identitaria della famiglia Vargas dire di no ai fratelli era peggio che dire di no al futuro.

Li beccarono naturalmente, prima ancora di arrivare a destinazione. La polizia fermò la Mercedes a un posto di blocco, scoprì che era rubata, arrestò entrambi. Roberto passò la notte in prigione in una cella dove c'erano altri otto uomini e nessuno dormì perché uno di loro non smetteva di tossire. La mattina dopo arrivò l'avvocato del Racing, lo guardò con una faccia che diceva più di mille parole, e gli comunicò che il club lo sospendeva fino alla conclusione del processo.

Il processo durò sei mesi. Roberto fu assolto perché dimostrò che non sapeva che la Mercedes fosse rubata, che era solo andato con suo fratello pensando la macchina fosse sua. Ma il Racing non fu altrettanto magnanimo, e quella volta non lo perdonò. "Non possiamo avere un calciatore che finisce sempre nei guai", disse il presidente in una conferenza stampa. "È un peccato, perché è fortissimo, ma il club ha un nome da difendere."

Travolto dallo scandalo, Roberto passò un anno senza giocare a livello ufficiale, lavorando come scaricatore al mercato e scendendo in campo la domenica in campionati amatoriali dove segnava otto gol a partita contro gente che il lunedì mattina tornava a fare l'operaio. Era uno spreco cosmico di talento, ma a Roberto non sembrava importare più di tanto. "Se devo scegliere tra il calcio e la famiglia", diceva a chi glielo chiedeva, "scelgo la famiglia. Sempre."

 

Fu l'Atletico San Miguel a dargli un'altra possibilità all'inizio del 1986, quando Roberto aveva vent'anni e tutti pensavano che fosse già finito. Il San Miguel militava in Primera B Metropolitana, era una squadra piccola e non poteva permettersi di essere schizzinosa. "Gioca per noi", gli disse l'allenatore, un vecchio di sessant'anni che si chiamava Rodolfo e aveva le mani che tremavano per l'alcol. "E cerca di non finire in galera per almeno una stagione."

Roberto giocò due stagioni complete, segnò cinquantasette gol in sessantaquattro partite, portando El Trueno Verde alla promozione in seconda divisione, cosa che fece scrivere ai giornali che "El Ladrón Vargas ha rubato una promozione per il San Miguel". Era di nuovo sulla cresta dell'onda, di nuovo nel calcio di buon livello, e forse poteva ancora costruirsi un grande futuro.

Fino a quando suo cugino non lo chiamò per un lavoro.

Non era nemmeno una roba complicata, si trattava di rubare computer da un palazzo di uffici, deserto la notte, materiale che valeva milioni al mercato nero. Il cugino gli promise cinquantamila pesos, più di quello che guadagnava in un mese col San Miguel. Comunque Roberto disse di sì non tanto perché avesse bisogno di soldi, ma perché il cugino gli aveva detto: "Sei un Vargas o no?"

Li beccarono perché Roberto, che era un genio con il pallone ma un idiota in tutto il resto, fece scattare l'allarme mentre cercava di forzare una finestra. La polizia arrivò, li arrestò, e stavolta il giudice non fu comprensivo. "Signor Vargas", disse, "lei è recidivo. Due anni."

 

Due anni. Due anni in un carcere di Olmos dove giocava a calcio tre volte a settimana nel cortile e dove segnava anche lì, anche contro criminali veri che lo rispettavano perché era famoso e perché lì dentro era ancora il migliore.

Uscì nel 1990, pochi giorni prima che iniziassero i mondiali in Italia. Mentre tutto il paese impazziva ancora per Maradona, Roberto Vargas usciva dal carcere con una borsa di plastica che conteneva i suoi vestiti e la certezza che nessun club serio lo avrebbe mai più voluto.

Ma il futebol è strano, segue logiche che non sono quelle del buon senso o della morale. Un club di Primera B Nacional che si chiamava Deportivo Morón lo ingaggiò, non perché credesse che Roberto fosse cambiato, ma perché aveva disperatamente bisogno di gol e El Ladron, criminale o no, sapeva ancora segnare.

Giocò tre stagioni, segnò centoventi gol, fu capocannoniere due volte, fra seconda e terza divisione. Poi rubò di nuovo, questa volta una moto, e tornò dentro per un altro anno. Uscì, lo riprese un'altra squadra, l'Atletico de Rafaela, segnò altri cinquanta gol, rubò di nuovo, tornò dentro. Era un ciclo infinito, una maledizione comica, un talento sprecato con una regolarità che univa tragico e farsesco.

A trentacinque anni aveva giocato una dozzina di stagioni sul campo e passato sette anni complessivi in galera. Aveva segnato trecentocinquanta gol in tutte le categorie, un record che nessuno celebrava perché era distribuito tra dieci squadre diverse, nelle categorie inferiori, e soprattutto interrotto da periodi in carcere.

 

Oggi Roberto ha sessant' anni e vive ancora ad Avellaneda, a tre isolati da dove è nato. Lavora saltuariamente come guardiano in un parcheggio, e ogni tanto va a vedere le partite del Racing in curva, dove nessuno lo riconosce più.

Quando parla del futebol, quando racconta dei gol che ha fatto, degli allenatori che ha avuto, delle squadre dove ha giocato, gli passa fra gli occhi un lampo di giovinezza come quando aveva vent'anni e il futuro sembrava infinito. "Ho segnato quasi quanto Kempes", dice a chi lo vuole ascoltare. "Più di molti altri che sono diventati famosi. Solo che io li ho segnati tra una galera e l'altra."

Quando inevitabilmente gli chiedono se si pente, se si comporterebbe diversamente qualora avesse la possibilità di tornare indietro, Roberto ci pensa sempre prima di rispondere, come se la domanda fosse nuova ogni volta, anche se l'ha sentita mille e mille volte.

"Non lo so", dice alla fine. "Forse se fossi nato in un'altra famiglia, in un altro barrio, sarei diventato un campione. Ma sono nato qui, con questi fratelli, con questa vita. E io non potevo tradire la famiglia per il calcio. Non sono fatto così."

È una risposta che spiega tutto e non spiega niente, perché a volte le cose sono così complicate che l'unica soluzione è accettare che non ne esista una.

 

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