Variazione su un tema di Gulliver
Immagine di Brendan Smialowski
Featured

Variazione su un tema di Gulliver

 

Conosco una città
che ogni giorno s'empie di sole
e tutto è rapito in quel momento…
(Silenzio, Giuseppe Ungaretti)

 

Esistono città che illogicamente vengono intuite dai loro abitanti come immense, tentacolari, senza esserlo.

La mia per esempio.

Le ragioni alla base di questo fraintendimento sono molteplici: magari un’architettura ambiziosa ma dagli esiti intimidatori, una toponomastica internazionalistica o ripetitiva, un’inadeguatezza incolmabile.

La dispercezione nelle terre a sud si acuisce nei mesi più caldi dell’anno, nelle controre di calce e silenzio, fino a sfiorare la mitomania. Ma è proprio nei momenti in cui il sole ammutolisce le strade, che preferisco uscire.

Anche oggi sottopongo Lemuel all’ordalia del fuoco, dimostrando che molti, me compreso, alla resa dei conti considerano il proprio cane uno specchio più che un compagno, convincendosi di essere più buoni e pieni d’amore di quello che si è.

Sino a quando è possibile io e Lemuel approfittiamo del lato sinistro della strada, quello all’ombra. La piazza, deserta, non dà scampo. Senza indugiare guadagno il centro, dove per il monumento contro la guerra qualcuno ha scelto un misconosciuto eroe balcanico, il fucile a tracolla e il viso nascosto, e lo ha raffigurato rannicchiato su una donna e un bambino. Tutti e tre sono fusi in un unico blocco di pietra.

Da tempo la mia attenzione non è più attirata dalla scultura, di cui ormai conosco ogni piega, quanto dalle scritte che vandali e filosofi lasciano sulla statua. La mia preferita è quella che recita “A cosa è servito amarti Sara? Morte a tutti”, un rebus che mi diverto a interpretare ogni volta in un modo diverso. Le prime volte, inevitabilmente ho pensato a chi mi aveva spezzato le costole una a una per mangiarmi il cuore, che però è ancora lì, pulsante. Magari è un anagramma, dico a voce alta questa volta, assicurandomi una riserva di interrogativi per le tappe successive.

Rimango fermo a guardarla a lungo, fregandomene del caldo. A scuotermi è l’ansimare sempre più veloce di Lemuel. Mi muovo allora, dirigendomi in un angolo risparmiato dal sole – la piazza è quadrata e chiusa su due lati – dove un palazzo nobiliare decadente e il muro perimetrale del suo giardino ridotto a una steppa si intersecano.

Sul muro noto la lastra di marmo sbeccato con inciso il nome “Washington”. Non sapevo che avessero cambiato nome alla piazza, che tutti chiamano da sempre semplicemente “Dell’eroe”, ma dalle condizioni della targa deve essere accaduto già da tempo.

Non riesco a riattraversare il quadrilatero, perché Lemuel tira forte in senso contrario. Procediamo allora lungo il muro, all’ombra, fino a un alto cespuglio che si estende per diversi metri e sembra affondare le radici direttamente nell’acciottolato. Un rumore indecifrabile, un sussurro, viene dal garbuglio di rami e foglie. Lascio il guinzaglio, mi appiattisco per passare tra la parete e le piante, e appena dietro la siepe la vedo. È la riproduzione accurata, in scala, di una città o di una parte di essa. Mi avvicino e riconosco lo scorcio più famoso della città di Washington, uno di quei posti che riproposti anno dopo anno sullo schermo, diventano luoghi della memoria anche se non li abbiamo mai visitati di persona.

Il National Mall, in penombra, coperto da una patina bianca e schiumosa, da un minuscolo Campidoglio si allungava dritto sino al Lincoln Memorial. Sul viale, ai piedi dell’obelisco a George Washington, dentro e intorno alla Reflecting Pool, una folla in miniatura sembrava muoversi, vociando piano.

Si sente il latrare lontano di un cane, a cui Lemuel, dietro di me, risponde con un unico energico abbaio.

Mi chino, quasi mi distendo, su quel giocattolo prodigioso e mentre mi affaccio sull’irrazionale precipito. 


* * * * * * * *


Mi rialzo a fatica. La neve alta che copre il terreno deve aver attutito la caduta, perché sono tutto intero nonostante il volo, che è durato un tempo che mi è parso interminabile. Il freddo intenso che mi trovo ad affrontare con un abbigliamento estivo, mi fa rabbrividire e in pochi secondi mi sento raggelare.

Alle mie spalle, a meno di cento metri il 16° presidente degli Stati Uniti d’America, enorme, assiso, circonfuso da una luce azzurrognola, declama silente gli emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti aggiornati al 15 aprile 1865, seguiti da un sintetico glossario di termini psichiatrici, tutti compatibili con la mia situazione attuale.

Mi lascio indietro il Lincoln Memorial e avanzo a stento nella neve, verso il monumento a Washington proteso verso un cielo violaceo e senza stelle. Non escludo che il buio possa nascondere una rampa di lancio e che l’obelisco sia pronto a partire come un missile verso lo spazio, in uno sfavillio di fiamme e scintille di carburante combusto.

Incrocio moltissime persone sul percorso, chiedendo con ampi gesti qualcosa per coprirmi. Un vecchio, che la mostrina sulla giubba identifica come veterano del corpo dei marines, mi indica una sagoma, immobile, raggomitolata sul bordo della strada. “Ho dovuto sparargli io, un paio di giorni fa credo” mi dice mentre si allontana. Il corpo è di un uomo, avvolto in un pastrano scuro, lacero. Un barbone, forse. Un forellino al centro della fronte e la rigidità del cadavere confermano una morte sopraggiunta molte ore prima. Senza vergogna lo spoglio. Il corpo nudo, macilento, riluce livido nella neve. Indosso i suoi vestiti di morte e dolore. Gli tolgo anche gli scarponi. Mi vanno molto larghi, sempre meglio dei miei mocassini.

Il bacino rettangolare davanti all’obelisco è ghiacciato, e decine di ragazzi pattinano felici al suono di un pezzo di ragtime diffuso da invisibili altoparlanti.

So dove sono, e allo stesso tempo lo ignoro, disallineato nel tempo e nello spazio.

Solo in quel momento mi rendo conto di stringere ancora nella sinistra il guinzaglio di Lemuel. Non sono del tutto rassegnato, credo ancora possibile un ritorno a casa.

Una folla sciama verso il Campidoglio e da lì verso i quartieri e mi faccio trasportare. Fisso ciascuna delle persone che incrocio o che mi affiancano, sperando invano di trovare qualcosa di familiare.

Cammino, non so per quanto. All’altezza dello Smithsonian un ragazzo e una ragazza cercano di vendermi una bibbia tascabile. Stazionano davanti a una tre porte europea con il bagagliaio spalancato e traboccante di volumi.

Ne comprerei una di bibbia, sono certo che mi servirebbe in un certo senso, ma non ho denaro con me e le tasche dei pantaloni del barbone sono vuote naturalmente, eccetto un mazzo di chiavi.

Chiedo alla donna di regalarmene una. Lei sorride e dice di no. Ribatto che se apre a caso una delle sue bibbie del cazzo, in ogni pagina troverebbe qualche versetto che la incoraggerebbe a farlo.

“We are atheists actually” interviene l’altro, scandendo ognuna delle quattro parole.

A metà di Jefferson Drive, all’improvviso mi ritrovo completamente da solo. Un’insospettabile e inquietante bussola interna mi guida fino alla 17th. Su un caseggiato qualcuno ha scritto: “What was the point of loving you, Sarah? Death to all you”. Al 1721 di Bay Southeast svolto e qualche numero più in là mi fermo. Il cancelletto aperto. Il cortile. Tre scalini.

Sul porticato tiro fuori il mazzo di chiavi che ho in tasca, subito impugno quella lunga con due tacche sul gambo. La serratura scatta. Dentro, l’interruttore va a vuoto, la luce non si accende. Allora mi siedo nella penombra su una poltrona mezza sfondata, che a quanto pare il mio corpo deve conoscere molto bene.

Lì accanto, su un tavolino c’è una cornice. Un po’ di luce entra dalla finestra e qualcosa riesce a vedersi. È una vecchia foto. C’è un uomo, che potrei tranquillamente essere io, insieme a due ragazzi che potrebbero tranquillamente essere i miei figli. Sono, siamo, tutti e tre su una spiaggia familiare, con una vecchia torre di guardia sullo sfondo.

Resterò qui per un po’. E domani vediamo che succede.

 

Related Articles