Atto/scena prima: passato.
La prima cosa che faceva Tea appena sveglia, con gli occhi gialli mezzi chiusi dalle cispe, era aprire il lavandino del bagno azzurro in fondo al corridoio (le mattonelle le avevano comprate ovviamente al mare), in modo da evitare che l’acqua con cui lavava il suo delizioso visino da bimba, che era magari un po’ a cuore, ma sicuramente lo era in una maniera inequivocabilmente simpatica, della serie che ti veniva voglia di controllare se, a sessant'anni suonati, le fossette potessero esserci ancora… Insomma, Tea per prima cosa apriva il rubinetto del lavandino per evitare che l’acqua con cui si lavava il viso fosse fastidiosamente fredda, dal momento che al mattino è chiaro che si vogliano solo cose calde e, come dire, accoglienti.
A essere del tutto sinceri, lei poi spalancava anche l’unica specie di persiana verde della stanza – click! –, accendeva la sua radiolina portatile – a volume altissimo, se suonavano musica classica o rock – e metteva le quattro finestrine a vasistas, per cambiare l’aria e per allontanare i piccioni che le avevano sempre fatto paura, ma, siccome quelle erano operazioni che compiva essenzialmente in automatico, con in testa nemmeno ben chiaro l’elenco delle faccende che avrebbe dovuto portare a termine nel corso della mattinata (era un tipo estremamente scrupoloso e adorava gli inventari), be’, per Tea non contavano. Se c’era Thiago in giro e soprattutto se lui aveva fame, quello sì, si sedeva accanto a Thiago, stendeva a terra in un unico, energico colpo di reni le sue gambe forti, ma belle, e lo carezzava dolcemente sulla schiena leggermente schizzata di bianco, con la testa sempre piuttosto sulle nuvole, ma pure con sincero affetto e vivace generosità, dato che, dai, Tea generosa lo era davvero.
In ogni caso, però, certo è che la mattina Tea non aspettava mai troppo a scendere le scale a chiocciola della mansarda, dove aveva ormai preso la tacita abitudine di addormentarsi, per recarsi di sotto in cucina: del resto, lo sanno tutti, la colazione è il pasto più importante della giornata.
Quella di Tea, la colazione intendo, era, salvo piccole variazioni, la stessa da sempre, o almeno da quando lei aveva sbirciato dalle scale per la prima volta suo padre preparargliela – stranamente, sorrideva a pensarci e forse, sì, forse era proprio il sorriso di Tea a rendere il suo viso a cuore simpatico, per via delle fossette e perché lei era un’abitudinaria –, e consisteva sostanzialmente in una tazza di caffè latte bella fumante, una fetta sottilissima di pane nero abbondantemente spalmata di marmellata e infine, per pulirsi la bocca e togliersi la sete, un bel bicchiere di spremuta d’arancia senza grumi.
Uhm, se qualcuno avesse chiesto invece a Tea di spiegare perché amasse tanto quel primo pasto, lei avrebbe risposto con la semplicità che la contraddistingueva che era perché la colazione era dal suo punto di vista l’unico momento della giornata in cui è ancora coerente con la realtà il fatto di raccontarsi a vicenda i propri sogni e per Tea l’aspetto più affascinante della vita era sempre stato difatti questo: per lei la vita, cioè, assomigliava a un elastico teso nel vuoto – fiuuuuuuuu –, elastico che alcuni eletti provano l’entusiasmo (ἐν θεός) di attraversare e, viceversa, i più saggi interpretano come un paterno e avveniristicamente visuale suggerimento di Dio a tenersi il più possibile saldamente aggrappati a terra.
Di solito – lei era un’abitudinaria –, mentre mangiava Tea sfogliava con grande lentezza il giornale che le lasciavano sulla soglia di casa, ascoltava a bocca aperta la musica nella sua radiolina portatile o allenava il cervello sforzandosi di ricordare a memoria i nomi di tutti i fiumi degli Stati Uniti d’America (se non lo avete ancora capito, lei adorava l’acqua).
Una volta, a colazione, era anzi addirittura accaduto che lei fosse passata rapidamente davanti al piano di cottura e, con gli iconici tacchi alti che tamburellavano secchi sul marmo e uno sguardo deciso e quasi trionfante dipinto in faccia, infilandosi i guanti nel momento stesso in cui camminava, senza fermarsi, una volta era addirittura accaduto che lei a colazione fosse uscita rapidamente dal portone dell’appartamento, come se Tea avesse finalmente scoperto nella mente uno scopo preciso, come se le fosse stata donata una meta, come se le fosse stato raccontato un incredibile “sogno” e lei l’avesse reso suo.
Chissà perché, però, quella mattina particolare, lei decise semplicemente di arrotolare sulla sedia le sue gambe forti etc. etc. – Tea non era una donna vanesia, non lo era mai stata, lei era bella in una maniera talmente generosa, talmente vera, talmente casuale – e concedersi alla fine di tornare indietro per un po’ a quel giorno.
Quando si poteva dire che tutto era iniziato.
Atto/scena seconda: futuro.
Accidenti, quant'era bello il sole quel giorno!
Certamente principalmente per questo motivo, quel giorno, mi ero alzata per prima, e, dopo essermi liberata con un unico calcio del lenzuolo e della coperta che mi si erano attorcigliati, scomposti e insistenti, intorno alle gambe, avevo sciolto decisa le mie dita dalle sue, infilato in fretta i piedi gelati nelle pantofole di lana e infine aperto il più silenziosamente possibile la porta in legno chiaro del balcone per mettermi a guardare fuori.
D'altronde, fin da quando ero piccola – potevo restare ore a guardare appollaiata sulle scale il pianoforte che dominava il salotto di casa, non solo non desiderando, ma temendo persino di sentirlo suonare –, ho sempre amato le cose belle, nonostante il soffermarvisi sopra mi lasci pure pesantemente addosso il senso della loro irraggiungibile e dolce superiorità, della loro inspiegabile e triste importanza, della loro infrangibile e rassegnata solitudine.
Tutto ciò potrebbe a pensarci bene avere a che fare con il mio tuttora affascinante e indomato spirito autodistruttivo (affascinante per molti, bensì non per lui, che non era solo innamorato di me, ma mi amava: vorrei essermene resa conto prima).
Comunque, quella mattina particolare, io portai fuori con me in terrazza quasi sicuramente anche quello che ormai doveva essere già il mio settimo blocco verde di Assisi e appoggiai quindi con estrema cautela sul tavolino rotondo, che avevamo già avuto modo di apprezzare insieme la sera prima e non desideravo ovviamente danneggiare, la classica tazza di spremuta d'arancia senza grumi, la quale accompagnava fedele da ormai tre anni le mie ore di lavoro più produttive (la mia educazione era stata questa: “la colazione è il pasto più importante della giornata”).
Sotto molti punti di vista, per me si trattava del resto al di là di tutto, almeno al principio, di una giornata come tante, routinaria, una di quelle giornate, be’, lo dico senza vergogna, una di quelle giornate in cui alla fine si è anche un po’ orgogliosi di essere ancora noi stessi a spegnere la luce alla sera: perché é stata dura, va detto, per me è sempre stata dura, fin da quando ero piccola.
Lo sconcertante però – abbiate pazienza, sto arrivando al punto, dovete considerare pure quell’insopportabile vento, che apriva a caso i fogli dell’album – lo sconcertante fu che proprio mentre, con la bocca a cuore leggermente aperta per la concentrazione e tinta di arancione agli angoli, proprio mentre tra l’altro stavo per piegare quelle labbra in un sorriso, dato che avevo praticamente concluso la prima, definitiva versione del mio “famoso” schizzo… Insomma, fu precisamente allora che lui, con i ricci capelli castani appiccicati da un insopportabile vento del nord alla faccia, mi raggiunse per dirmi della mattonella del bagno, chiedendomi altresì di rientrare in camera.
Ora, parliamoci chiaro: a quell’epoca, di noi due pensavo che fossimo incontestabilmente qualcosa, mai mi sarei permessa di negarlo, ma che allo stesso tempo non fossimo neanche lontanamente vicini all’essere tutto, cosicché, in buona sostanza e senza nasconderlo troppo, nemmeno a lui, persistevo nel ricercare appunto la pienezza (lo devo ammettere, in quel periodo della mia esistenza, non provavo veramente alcun dolore se capitava con i miei piedi di pestare un fiore, se un piatto cadeva in cucina per terra mentre lo rimettevo a posto o se con la mia risata argentina io rompevo un doloroso silenzio).
Per quanto riguardava me stessa, credevo infatti di essere destinata a un futuro grandioso – questo non mi ha lo stesso impedito di essere sempre considerata, in generale da tutti, una persona semplice, dedita e generosa.
Per quanto riguardava lui, che fosse invece sempre nostalgicamente presente – dovevamo sempre aspettare che lui fosse pronto, per qualsiasi tappa del complicato e bellissimo itinerario che era il nostro amore.
Così, dai, quell’ennesimo eclatante esempio della sua inconcludenza, della sua inutilità quasi, non fece che sostanzialmente acuire un sentimento che da dentro spingeva ormai da tempo per emergere. All’istante, dunque, la decisione più acuta - “la più geniale” - da prendere mi parve quella di metterlo finalmente alla prova, di saggiare definitivamente le sue capacità, diciamo pure la sua “idoneità”; contemporaneamente, decisi tuttavia che quella sarebbe stata per lui in senso assoluto un’ultima opportunità, una sorta di vendicativo e iniquo ultimatum, perché lui doveva dimostrare di meritare di meritarlo (talora, purtroppo, basta un attimo, un unico attimo…).
Be’, allora, era successo proprio così, in sintesi, che le nostre mattonelle del nostro bagno erano diventate azzurre – eccoci arrivati al punto.
In realtà, però, era successo anche allo stesso modo che quando tutto era iniziato, seduti insieme a colazione, io non l’avevo neppure lontanamente riconosciuto.
Ma questo accadde a dire il vero molto dopo.
Scena/atto terzo: presente.
Tutto era iniziato un lunedì mattina di mezza estate, una di quelle giornate in cui lo stupidone del sole si prende la sua inutile rivincita su quella romanticona della luna e fa caldo anche per respirare, una di quelle giornate in cui ci si sveglia nervosi per il semplice, cupo presentimento che si sarà nervosi tutto il giorno e qualcuno magari ce lo rinfaccerà pure, una di quelle giornate in cui i cani si nascondono sotto il tavolo di cucina per non essere portati fuori dai loro padroni: insomma, tutto era iniziato una di quelle in giornate in cui fondamentalmente si starebbe bene davvero soltanto in mare – se non lo avete capito, lei adorava l’acqua.
Per Tea in particolare, che aveva ancora dieci anni e sette mesi, ma era andata in prima in anticipo, quello era altresì uno degli ultimi lunedì prima di iniziare le terribili scuole medie.
Sicché, lei era assolutamente intenzionata, nonostante tutto, a goderselo.
Il suo programma, il programma di Tea dico – con professionalità e concentrazione, lo aveva scritto sul vecchio diario ormai inutile la notte prima sotto le coperte, usando la torcia per non svegliare Sabrina – prevedeva dunque di 1) finire innanzitutto il disegno per Francesca, sperando a dire il vero di non metterci troppo, 2) preparare poi la valigia per la montagna, anche quello rapidamente, dato che non ne aveva affatto voglia, e infine, quando il babbo fosse stato pronto, 3) spassarsela fino a tarda sera sulla spiaggia (probabilmente, avrebbe mangiato direttamente lì e fatto il bagno dopo cena; sul diario, Tea aveva disegnato un cuore rosso e una farfalla accanto all’arcobaleno che spiccava il volo sopra al mare).
Ovviamente, però – Tea ne era perfettamente consapevole e non aveva nemmeno pensato di piangere –, nulla di tutto ciò si sarebbe comunque realizzato senza passare prima dalla colazione, colazione che, per colpa delle idee del tutto strampalate della sua amatissima nonna Nina, le era stato categoricamente vietato di saltare, ma che lei non poteva fare a meno di odiare.
Da quando infatti sua madre, per la fretta o per banale noncuranza, si era dimenticata di togliere col cucchiaio la panna dalla sua tazza di latte, Tea non riusciva a sopportare quell’onirico ed eminente primo pasto, che nella sua mente puntigliosamente razionale associava al successivo ricordo della intimorita se stessa di prima elementare che spargeva come un vulcano in piena eruzione sui libri di tutti i suoi compagnucci di classe appunto il latte e il panino della colazione, una generosa spolverata della pasta al pomodoro della sera precedente e soprattutto una bella porzione della sua, fino a quel momento illesa, giovane dignità.
Anzi, dirò di più: a pensarci bene bene, poteva essere senza dubbio quello stesso, “l’odio”, il motivo per il quale ogni mattina Tea indugiava sempre qualche minuto nascosta sulle scale prima di scendere giù in cucina, con i calzettoni pure d'estate e le cuffie per la musica classica sopra le orecchie (era diventata sensibilissima al più minimo rumore)... In ogni caso, certo è nondimeno che da lì Tea si assicurava anche la vista migliore sui suoi genitori e poteva controllare che i loro terribili, frastornanti e ingiusti litigi non degenerassero definitivamente – “ingiusti” perché Tea era abbastanza vicina, eppure non capiva nessuno dei loro discorsi, “terribili” perché reali, “frastornanti” perché inutili.
E, a sostegno di quest’ultima ipotesi, va in effetti purtroppo citata anche la sospetta coincidenza che, nel suo diario, Tea avesse segnato in rosso una serie di strategie da adottare nel caso in cui le cose tra loro si fossero messe veramente male.
n. 1: gridare: “mamma, mamma, sto male! Vieni, devi venire!”;
n. 2: rovesciare la ciotola di Thiago nelle scale;
n. 3: chiamare la nonna Nina; n. 4: chiedere a Sabry di intervenire;
n. 5: chiudersi al bagno e aprire i rubinetti;
n. 6: alzare la musica;
n. 7: prendere un c…
Uhm, incredibile, ma vero, quando tuttavia alla fine, quella mattina particolare, quella luminosa e afosa mattina di mezza estate, quella mattina in cui lei era ancora, per l'ultima volta o per sempre, una bambina… Già, quando alla fine quella mattina tutto per lei successe, Tea sembrò non accorgersene, o almeno di certo non lo riconobbe in tempo.
Fu allora come se quella lista non esistesse, non fosse mai esistita o come se le parole non avessero significato, Tea in quel momento desiderò soltanto – lontanamente, come: in un sogno – inventarne un giorno di nuove: parole più giuste, più affidabili, parole grandi abbastanza da proteggerla, da tenerla al riparo, un posto al sicuro.
Lei si strinse soltanto forte le ginocchia ossute, aprì curiosa per un secondo le proprie meravigliose mani da pianista e chiuse infine in un solo battito di ciglia i suoi enormi e tristi occhi gialli - come: una farfalla.
Tea alzò la musica – era arrivato il tempo dei Chiaro di luna.
Prima di uscire - tic tic, i tacchi sul marmo -, la madre di Tea mise infatti nella borsa anche un vasetto di marmellata e del succo all’arancia senza grumi.
Del resto, lo sanno tutti: la colazione è il pasto più importante della giornata.