Secondo padre
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Secondo padre

 

Hai paura di essere nell’azione e nel coraggio

quello che sei nel desiderio?

William Shakespeare “Macbeth”



Al risveglio credette di essere diventato cieco, tanto era abissale quel buio. Fu quando cercò a tastoni il telefono, e invece del comodino trovò la pietra, che capì non essere la vista il problema. La bocca impastata di terra gli diede i primi indizi sulla natura del luogo, una terribile craniata sulle sue dimensioni. La speranza che si trattasse di un incubo svanì alla stessa velocità con cui il panico s’impossessò di lui, impedendogli di risalire al momento dell’addormentamento, dove credeva esserci la spiegazione dell’enigma. Proprio quando fu certo che la sera precedente era stata del tutto ordinaria, che si era addormentato nel suo letto, con il suo libro e che aveva messo la solita sveglia alle sei, s’accorse di un fioco bagliore provenire da un angolino. Deciso a trovare una risposta immediata a quanto stava accadendo, si lanciò nell’oscurità, non badando alle testate contro gli spigoli rocciosi, né al dolore alle ginocchia che grattavano sul suolo puntuto. Passando attraverso una fitta serie di cunicoli umidi e asfissianti, sbucò in uno spiazzo inondato di luce proveniente da un foro nella pietra. Attesi alcuni istanti per far abituare la vista, si avvicinò al foro e si affacciò. Quello che vide lo lasciò per un attimo estasiato, prima di gettarlo nel terrore più assoluto: davanti a sé si apriva una vallata montana di maestosa bellezza, del tutto priva di segni di vita umana, e il buco da cui si era affacciato si trovava su una parete di roccia che scendeva a piombo per centinaia di metri, senza alcun sentiero, scala o appiglio. Ritornò all’interno della grotta già in stato confusionale e, quando ebbe terminato la vana ricerca di un’uscita, fu sopraffatto da un affanno chiaramente preludio di un malore. Era prigioniero, non sapendo perché né di chi; ma seppe da subito che quella caverna sarebbe stata la sua tomba.

 

Il grumo di disperazione che gli si formò in petto gli parve stranamente familiare. In esso confluivano angoscia, frustrazione, impotenza, ineluttabilità e morte, ma anche sprazzi di incomprensibile eccitazione. Tutto ciò ci mise qualche istante a trasformarsi in un grido che lacerò l’irreale quiete della vallata, riverberando la parola aiuto fra le montagne. Seppur gliene fosse chiara l’inutilità, continuò a lanciare quelle implorazioni, che dopo un po’ si trasformarono in fonemi incomprensibili, sempre più simili a latrati. Quando la gola cedette, si abbandonò ad un furore cieco, colpendo e graffiando le pareti della caverna, sbracciandosi grottescamente, sbattendo i piedi in terra e digrignando i denti, fino a che non cadde in ginocchio esausto. Allora si sdraiò per terra e si raggomitolò in posizione fetale, cominciando a mugolare, ormai arresosi all’idea della fine. Già osservava la pazzia inquinargli la mente, quando un pensiero raddrizzò a sorpresa la china su cui stava scivolando: com’era possibile che, nudo com’era, in pieno inverno, non si era ancora congelato? Si alzò di scatto, vigile, come in ascolto, per non perdere il filo di quel ragionamento e valutarne le possibilità. Un accenno di sollievo lo colse quando mise a fuoco che il suo corpo stava addirittura godendo del contatto con i raggi solari. Si osservò le braccia e il petto e vide i peli ritti e i capezzoli turgidi, mentre percepiva piccoli brividi di piacere attraversargli la pelle. Non riuscì ad individuare in quale momento era avvenuto quel divorzio fra corpo e mente, ma era chiaro che il primo non solo era pronto ad accogliere ciò che per la seconda era inaccettabile, ma addirittura esultava. L’idea di una saggezza atavica nascosta in qualche occulto centro di comando interiore, forse latrice del puro istinto di sopravvivenza, forse di qualcos’altro di ignoto ma potente, si fece strada in lui, anche perché unica alternativa alla follia. Stimolato e in parte rinfrancato da quella suggestione, entrò in uno stato di profondo ascolto del corpo e delle sue intuizioni, perdendo progressivamente contatto con la realtà esterna e sciogliendo il nodo venefico che fino a poco prima era sicuro lo avrebbe portato alla morte. Dopo alcune ore si ritrovò del tutto calmo e in breve piombò in un profondo sonno senza sogni.

 

Al risveglio allungò di nuovo il braccio verso un comodino che non c’era, ma lo lasciò sospeso in aria al riaffiorare del ricordo di quanto era accaduto. Il respiro non ebbe il tempo di trasformarsi in ansimo, perché fu distratto dalla sensazione che qualcosa nell’ambiente fosse cambiato. Sollevatosi a sedere, un afrore intensissimo gli invase le narici, mentre cercava di intuire cosa potesse aver formato la strana ombra che alterava il cono di luce. Si voltò verso l’ingresso dell’antro e vide una gigantesca aquila che lo fissava.

Subito si rimise in posizione fetale, sperando in tal modo di comunicare al rapace una richiesta di pietà. L’aquila continuava a fissarlo, apparentemente più con curiosità che con astio. Fece un paio di passetti sul posto e aprì le ali, che lui valutò in quasi tre metri di lunghezza; poi volò via. Lui si rialzò in piedi e corse a guardare fuori dalla caverna, ammirando l’uccello compiere ampie evoluzioni e infine sparire dietro una rupe. Restò a lungo, forse ore, ad osservare la vallata, sperando di individuare qualche altro segno di vita, o segretamente attendendo il ritorno dell’aquila, che in fondo era l’unico essere vivente incontrato dall’inizio di quell’incubo.

Quando arrivò la sera decise di perlustrare ancora la grotta. Tastò al buio le pareti rocciose, ne seguì gli spuntoni e le cavità, ne saggiò la consistenza. Dopo alcune ore fu sicuro di aver memorizzato abbastanza bene l’ambiente. Oltre alla scontata conferma che non esistevano fori di uscita, individuò uno strano gruppetto di escrescenze petrose in rilievo, che sembravano modellate. Le toccò a lungo per cercare di intuirne la forma, ma dopo qualche minuto rinunciò. Tornò allora all’ingresso e si sporse a scrutare i contorni del foro. A mezzo metro in basso, da una crepa nella roccia, spuntavano dei ramoscelli secchi. Si allungò con cautela, strappò quelli che riuscì a raggiungere e li depose all’interno della grotta. Quando la sera si stese per dormire, cullato dall’illusorio ma benefico pensiero che in qualche modo ne sarebbe uscito, un sussulto lo fece agitare: nell’affastellarsi di immagini che precedevano il sonno, era comparso il viso di sua moglie e non era riuscito ad associarvi un nome. Con strategica saggezza attribuì l’amnesia alla stanchezza e si addormentò.

Poche ore dopo si risvegliò di soprassalto, allertato da qualcosa che i sensi - già irrobustiti dalla protratta permanenza in quell’ambiente - erano riusciti a captare nel sonno: un forte odore e un familiare sbattere d’ali. Guardingo tornò nel piccolo spiazzo e rivide l’aquila appollaiata sul bordo dell’ingresso. Da come lo fissò era chiaro che lo stesse aspettando. Lui ricambiò lo sguardo, iniziando a convincersi che non aveva intenzioni predatorie, ma domandandosi al contempo quale fossero i suoi obiettivi. Come per rispondere ai muti interrogativi dell’uomo, l’aquila aprì il becco emettendo un gracchio strano, ottuso. Avanzò adagio verso di lei e, quando le fu abbastanza vicino, si rese conto che l’uccello aveva qualcosa nel becco. Qualcosa per lui. L’aquila si curvò ed aprì il becco facendone cadere il contenuto in terra. Lui, non osando avvicinarsi di più, allungò il collo, strizzò gli occhi per mettere meglio a fuoco e realizzò che si trattava di un intruglio disgustoso, composto da brandelli di carne e interiora di qualche piccolo mammifero, mischiati ad abbondanti dosi di saliva. Restò per qualche istante a fissare il pasto che l’aquila gli aveva procurato, trattenendo una risata per l’assurdità di quell’offerta, ma anche con un principio di commozione; poi alzò gli occhi su di lei che ricambiava lo sguardo, in attesa. Era più di un giorno che non mangiava, ma la poltiglia non era una soluzione praticabile. Continuò a passare lo sguardo dall’aquila al cibo e viceversa e capì che doveva almeno mostrarle gratitudine. Prese il mucchietto di carne e la portò alla bocca, facendo comicamente finta di mangiarne. Poi, sentendosi ancor più scemo, le disse grazie. L’aquila attese un altro po’, fissandolo in modo da rendere lampante che la sua messinscena non aveva funzionato; poi si voltò e volò via. Lui posò il mucchietto disgustoso in un angolo della caverna e raccolse i ramoscelli che aveva strappato dalla montagna. Prese il più grande e provò a tagliarlo in due per il lungo. Al terzo fallimento, entrò nella caverna e alla cieca cominciò a tastare il terreno alla ricerca di pietre affilate. Selezionata la più tagliente, la portò con sé alla luce. Cominciò a sferrare colpi secchi fino a che il ramo non si aprì. Ne mise una metà da parte e dispose l’altra metà in terra. Prese un altro ramoscello e, posizionatolo a perpendicolo su quello tagliato, cominciò a strofinarcelo sopra. Andò avanti fino a che il dolore ai palmi delle mani lo costrinse a interrompere.

Tornò all’interno per studiare la strana protuberanza petrosa e stavolta si convinse che era troppo levigata, la sua forma troppo perfetta, per essere opera della natura. C’era la mano di un uomo. E se c’era stato qualcun altro lì prima di lui, forse c’era anche il modo di uscirne. A quest’idea ebbe un tale moto di euforia che gli sgorgò dal petto un urlo di gioia bestiale, nonostante le probabilità che si trattasse di un’illusione fossero elevatissime. Andò comunque avanti a tastare la pietra. Da una prima disamina gli parve di individuare tre elementi principali: una striscia in basso, lunga circa quindici centimetri, a fasce ondulate, due figure in alto, una più grande, forse un uomo, una più piccola, dai contorni irregolari. Eccitato, corse di nuovo nell’atrio e provò a rifare il fuoco, ma un forte dolore al palmo della mano lo fece desistere, per paura che una piaga lo avrebbe menomato a lungo. La fame e la sete cominciavano ad essere insopportabili e si sorprese più volte ad osservare il fagottino portatogli dall’aquila. Dopo un po’, stavolta prima di percepire lo sbatter d’ali, un istinto ancor più primordiale gli annunciò il ritorno dell’uccello. Si fermò come di consueto nell’angolo accanto all’ingresso. Era bagnata e si vedeva che aveva il becco colmo d’acqua. Le si avvicinò con cautela valutando il modo migliore per prendere quell’acqua senza sprecarne troppa. Alla fine, con un gesto che voleva comunicare fiducia, si stese con la testa sotto il suo becco e aprì la bocca. Dopo poco sentì le gocce cadergli in gola e, senza assaporarle, le ingurgitò con avidità. Terminato il travaso, l’aquila volò via. La fame cominciava a torturarlo. Provò ad avvicinarsi al mucchietto di carne, ma dal tanfo capì che stava già andando in decomposizione e lo buttò giù nel burrone. Rientrò nella caverna e, per distrarsi dal buco allo stomaco, tornò a studiare la roccia misteriosa. La indagò con perizia, centimetro per centimetro, sino a formarsi una sua idea: le fasce ondulate erano un fiume, mentre i due soggetti principali erano un uomo che sollevava in aria un bimbo: un battesimo.

In preda ad una bizzarra emozione tornò nello spiazzo, spinto dall’urgenza di condividere con qualcuno quella scoperta. E s’accorse di desiderare il ritorno dell’aquila. Quando ne scorse la piccola sagoma nera fluttuare in lontananza, complice un leggero inebetimento causato dalla fame, ebbe un fremito di cui poi ebbe vergogna. Arrivata alla grotta, l’aquila posò in terra una lepre e volò via. La tristezza per la brevità della sosta dell’animale fu in breve spazzata via dalla fame. Corse a prendere la pietra acuminata che aveva usato per tagliare il ramo e con inattesa abilità scuoiò la lepre. Dopo una ventina di minuti l’aquila tornò col becco di nuovo colmo d’acqua, che lui bevve inginocchiandosi in segno di gratitudine. Stavolta l’aquila si trattenne per più tempo e lui ne fu felice. Quando fu di nuovo andata via, riprese i rami deciso ad accendere il fuoco a tutti i costi, per cuocere la lepre, ma anche per fare luce sul bassorilievo della caverna. Prese a strofinare i rami con metodo e precisione. Dopo quasi un’ora, cominciò a vedere un mutamento nel colore del ramo inferiore. La vicinanza del traguardo aumentò la sua foga e, nonostante l’inevitabile comparsa delle temute piaghe, produsse un ultimo, feroce sforzo. Dopo un’altra ora contemplava commosso un piccolo fumo nero alzatosi dallo polverina prodotta dallo sfregamento. Prese la polverina con cautela chirurgica e la versò sul mucchietto di rametti secchi che aveva tenuto da parte. Alcuni minuti dopo un fuocherello vivace danzava fra gli sterpi. Lo venerò a lungo come una piccola divinità. Lo alimentò e protesse dal vento, con rapidi, esatti e calibratissimi movimenti che solo una determinazione sovrumana poteva avergli suggerito; poi corse fuori, si sporse dando fondo a doti di allungamento che era sicuro di non possedere, e strappò altri rami che la volta precedente non era riuscito a raggiungere. Tornò dentro e li aggiunse al mucchio, dando vita ad una fiamma alta e vigorosa.

Come prima cosa abbrustolì la lepre e la divorò in poco tempo, trovandola deliziosa. Sazio e felice prese alcuni rami del falò e, usandoli a mo’ di fiaccola, penetrò nella caverna. Con le gambe tremanti per l’eccitazione, si diresse verso il bassorilievo e già in lontananza ebbe la conferma che si trattava proprio di una scultura. Ma quando fu abbastanza vicino, la delusione lo fece cadere in ginocchio. La sua interpretazione dei tre elementi si era rivelata drammaticamente errata: c’era sì un fiume, e accanto ad esso era scolpita una figura umana; ma quello che l’uomo reggeva in mano non era un bambino in attesa di ricevere il battesimo, bensì un masso legato con una fune al collo. Il disinganno fu tanto atroce che il suo stato d’animo tornò all’istante alla mortale angoscia del primo risveglio nella grotta. Era come se tutto il panico, l’orrore, la disperazione che miracolosamente era riuscito ad esorcizzare, fossero riemersi d’un colpo. Afflitto chinò il capo, come sconfitto dalla resa dei conti con la realtà e per un attimo intravide la fine. Poi dall’esterno arrivò improvviso un poderoso stridio che lo fece sobbalzare e corse subito verso lo spiazzo. Sull’orlo del burrone trovò l’aquila che lo fissava con cattiveria, alternando grida a nervosi sbattiti di ali. Ai suoi piedi c’era un altro pezzo di carne. Confuso da un inspiegabile senso di colpa, si accorse solo con ritardo che il falò era spento. Provò ad avvicinarsi ai legnetti ancora fumanti per capire se era rianimabile, ma l’aquila lo bloccò avanzando minacciosa e lanciando versi terribili. Lui cercò di calmarla inginocchiandosi, ma lei continuava a stridere impazzita. Dopo un po’ capì che l’ira dell’uccello aveva ad oggetto la piccola fiaccola ancora nelle sue mani. Vuoi che la spengo? - chiese con voce spezzata. L’aquila lo fissò. Fammi almeno cuocere il cibo – continuò in realtà già arreso. Provò ad avvicinare la fiaccola alla carogna di animale appena portata, ma l’uccello aprì le ali emettendo grida insopportabili e avanzando ancora. Così lui soffiò sulla fiaccola e, affranto, la lasciò cadere in terra. L’aquila restò a fissarlo cupa per alcuni interminabili minuti, poi prese l’animale col becco e glielo avvicinò. Grazie – disse umilmente lui, e l’aquila volò via. Restò intontito per ore a guardare i resti del fuoco.

 

Alla fine si abituò a nutrirsi di carne cruda. Passava la totalità del tempo a meditare affacciato sulla vallata, di cui ormai aveva imparato ogni dettaglio. L’uomo che aveva abitato la grotta prima di lui, e che probabilmente aveva raffigurato con la scultura il suo imminente suicidio, pareva indicargli il destino a cui lui stesso non avrebbe potuto sottrarsi. Di nuovo, però, nell’intrico dei più cupi pensieri, si insinuò un interrogativo che gli alleggerì temporaneamente l’animo: come poteva quell’aquila volere il suo male se, disinteressatamente e contro la sua stessa natura, lo aveva adottato e nutrito? L’idea che, togliendogli il fuoco, aveva voluto proteggerlo dal messaggio crudele della scultura, lo fece sorridere. La sua razionalità - o quel che ne rimaneva - sapeva che il rapace piuttosto temeva il fuoco, come tutti gli animali. Ma era come se quel concetto, chiarissimo e inconfutabile, non riuscisse a far presa su di lui, scalzato da altri concetti, apparentemente astrusi, labili, in fondo stupidi, che però attecchivano. Di questi pensieri folli uno era che l’aquila doveva per forza sapere cose di quel luogo che lui ignorava, per esempio che la grotta doveva restare buia e che doveva bastargli la luce proveniente dal foro della roccia. Un altro era che il potere della luce doveva essere usato nel modo giusto e che anche l’oscurità ha una funzione. Che il buio, o meglio, l’assenza di luce, può metterci in contatto con parti di noi più vere di quelle che attiviamo ad occhi aperti e che i messaggi che riceviamo dai sensi non sono necessariamente più affidabili di quelli che riceviamo a sensi inibiti. Che addirittura i messaggi dei sensi, come quelli della ragione, se sopravvalutati, compromettono l’equilibrio naturale del nostro essere e che questo equilibrio va ritrovato nel buio della vista, ma nella luce della coscienza.

Sorridendo serafico, sentì che il suo equilibrio non poteva essere compromesso dalla scoperta di quella scultura. Il padrone della caverna e dei suoi significati adesso era lui. Così decise di modificare la scultura. Raccolse le pietre più acuminate e si allenò per molto tempo. Alla fine rientrò nella caverna e, con l’abilità di un cieco, distrusse l’elemento che raffigurava la corda e trasformò il masso in un bambino. Lavorò con foga e tensione e quando ebbe finito provò un sollievo profondo, come se l’aver cancellato quella scena tragica fosse bastato ad annullarne il potere negativo. Esausto crollò al suolo e si addormentò, felice.

Si risvegliò nello spiazzo illuminato e ai suoi piedi era tracciata una scritta sul terriccio: Il buio è un contenitore di molte forme. Evidentemente aveva agito da sonnambulo. Provò a ricordare se avesse mai avuto episodi simili, ma, dopo un vano sforzo, si rese conto che la vita di prima era svanita dalla sua memoria. Galleggiava indefinita nella mente, come un sogno fatto in piena notte di cui restano solo l’atmosfera e qualche dettaglio, ma il cui quadro d’insieme sfugge. Non provò tristezza, solo un senso di vuoto. Si sforzò di richiamare almeno gli eventi cruciali, ma gli arrivavano solo stralci di vita incomprensibili. Gli pareva di essere alle prese con un acquisto, forse una casa, o un’auto. Piccoli sprazzi di memoria gli fecero intravedere cose lasciate in sospeso al lavoro, ma non capiva quali. Non ricordava neanche bene di cosa si occupasse, gli appariva solo l’immagine sfocata di un grande ufficio, tante teste chine sulle scrivanie, tante voci che si accavallavano. Ricordava molto vagamente anche i suoi familiari e sua moglie. L’unica cosa su cui non aveva dubbi era che non avevano figli. Forse li stavano cercando, ma non ne era sicuro. Al tempo stesso realizzò che i pensieri gli erano divenuti lucidi, lineari, esatti. Esisteva la vita, la morte, lui, l’aquila che lo aveva adottato. Poco altro.

 

Era passato circa un anno, quando un cambiamento improvviso nel comportamento dell’aquila lo sorprese. Arrivata come di consueto sul bordo dell’ingresso, cominciò a girare in tondo con il becco spalancato, senza emettere suoni. Con quel buffo vocabolario comune che avevano costruito nei mesi, fatto di gesti, parole, versi e posture, provò a chiederle cosa stesse accadendo. Ma l’aquila continuava a comportarsi in quella strana maniera. Le si avvicinò con gentile lentezza e lei si bloccò in attesa. Quando le fu a pochi centimetri, l’aquila chiuse il becco e si girò verso l’esterno della grotta. Lui si affacciò per capire se l’origine della stramberia dell’animale fosse dovuta a qualcosa nella vallata. Mentre constatava che nulla era cambiato nello scenario sottostante, un piccolo peso sulla schiena lo fece tremare. Un misto di eccitazione e terrore anticipò in lui l’intuizione della volontà dell’aquila: farlo volare.

E subito gli fu chiaro che tutto quanto era accaduto portava a quella conclusione. L’istinto di conservazione lottava contro un altro istinto che non aveva nome, per questo spaventoso, e pareva prevalere sul primo per ineluttabilità e potenza. Si voltò a guardare l’aquila. Il suo sguardo sussiegoso gli conferì sicurezza e calore. Capì che esitare anche un solo minuto in più non avrebbe avuto alcun senso. Un enigmatico sorriso generato da emozioni ingarbugliate gli affiorò sul viso. Appoggiò i piedi sul bordo del precipizio, con le dita che sporgevano, come fosse un trampolino. Quando stava per fare l’ultimo passo in stato di trance, sentì dei rumori provenienti dall’interno della grotta. L’aquila cominciò a gridare allarmata. Lui la fissò per un istante, poi con uno scatto si voltò e corse dentro la grotta. Si avvicinò alla fonte del rumore e sentì che veniva da dietro la parete rocciosa, più o meno all’altezza del posto in cui si era risvegliato il primo giorno. Subito capì che qualcuno stava grattando sulla roccia. Urlò Chi è? - e l’immediato dolore ai muscoli del collo gli fece realizzare che erano le prime parole che pronunciava da settimane. Il grattare aumentò e lui continuò a strillare in preda al delirio: Chi c’è di là? Aiutatemi. Sono qui, mentre lo stridere dell’aquila aumentava e sembrava trasformarsi in un pianto disperato. I rumori si facevano sempre più vicini, e allora iniziò a grattare anche lui, con le pietre acuminate che aveva usato per scolpire, poi aiutandosi anche con le mani. Quando si formò un piccolo varco nella roccia quello che vide lo colpì con una violenza da farlo star male. Al di là della roccia c’erano sua moglie, la sua famiglia, i suoi colleghi, gli amici, tutti, tutta la sua vita. E lo chiamavano, lo afferravano. Dicevano che lo stavano cercando da mesi, avevano quasi perso le speranze di ritrovarlo, ma che ora ce l’avevano fatta e lo volevano di nuovo tra loro. L’inattesa gioia parve sciogliere come d’incanto il grumo che dal primo giorno non aveva lasciato il suo petto. Era un miracolo. Non sapeva come, ma era riuscito a salvarsi. Dovrai spiegarci cos’è successo, gli dicevano in preda all’euforia, e lui rispondeva con altrettanto entusiasmo: certo, vi spiegherò tutto, tutto, tutto. Continuando a scavare come un forsennato, incurante delle dita sanguinanti e delle unghie spezzate, pregustava il ritorno alla normalità e si diceva che l’unico modo per accettare la follia accaduta era dimenticarla. Ce la farò – si ripeteva – dimenticherò tutto. Fissava le facce contente dei suoi cari che allungavano le braccia per accoglierlo, e a malapena si accorse di alcuni strani dettagli: Maria, sua moglie, non aveva mai avuto gli occhi verdi, le mani del suo amico Dario stranamente affusolate e le sopracciglia di suo padre troppo folte. La foga le scartò come allucinazioni causate dall’isolamento e tornò a scavare fino a che il varco non fu abbastanza grande. Ma proprio mentre alzava la gamba per scavalcare si bloccò. Quei versi disperati in sottofondo non gli davano pace. Non poteva andarsene così. Aspettate, aspettate solo un momento – gli disse mentre retrocedeva. I loro visi si contrassero in ghigni di stupore e paura. Li osservò dubbioso, allarmato dai dettagli incongruenti che ora parevano anche più numerosi. Non vi preoccupate, torno subito, solo un momento – cercò di tranquillizzarli, prima di sparire dalla loro vista. Tornò sullo spiazzo e vide l’aquila che lo fissava con muta dignità. Aveva smesso di gridare. Sono venuti a prendermi – le disse. Lei continuò a fissarlo. Aprì uno spiraglio di becco, poi lo richiuse. Il pensiero dei suoi cari nella grotta sfumò di nuovo, come qualcosa di lontano. Deglutì in preda ad un intenso languore. Poi si avvicinò all’aquila che non smetteva di fissarlo con degli occhi che parevano sul punto di lagrimare. Si affacciò di nuovo sul precipizio. L’aquila con piccoli passi si posizionò dietro di lui e aprì le ali. Il contatto col corpo del rapace gli trasmise al tempo stesso paura del vuoto e un senso di protezione intimo che non aveva mai provato in vita sua. E pensò che un’esperienza lasciata a metà è un oltraggio alla vita. Ebbe anche l’impulso di tornare dentro per scriverlo sotto la scultura, per lasciare un messaggio a chi dopo di lui fosse passato di lì. Ma non c’era tempo. E poi non voleva più vedere quelle facce al di là del varco.

Mi aiuterai? – chiese a bassa voce all’aquila, che rispose con una veloce palpebrata. In quel momento ammise che l’amava e che non l’avrebbe mai tradita. L’aquila aprì di nuovo le ali e fece una decisa pressione sulla sua schiena. Lui sentì arrivare dal profondo del petto qualcosa, come se un’energia nuova, violenta e vitale eruttasse dall’anima. Prese un lunghissimo respiro, l’aria limpida della montagna gli riempì i polmoni inondandolo di un benessere quasi spaventoso, il cuore cominciò a tumultuare, un affanno gioioso lo invase, scoppiò in una risata isterica mista a lacrime gravide di emozione, che uscendo dagli occhi scaricavano detriti accumulatisi in anni, e pensò che aveva sempre saputo che prima o poi nella vita gli sarebbe capitata quella cosa lì, che si sarebbe trovato su quel dirupo, pronto a saltare, avrebbe voluto urlare, di gioia, di speranza, di paura, di nostalgia, era troppo per un solo essere umano, ma era necessario, anzi, ora si rendeva conto che nulla nella sua vita aveva avuto senso al di fuori di quello, era giusto e doveroso e inevitabile, era la vita stessa. La mente vacillò per un attimo. Avanzò di qualche centimetro, un’ultima occhiata alla vallata, giusto per constatare per l’ennesima volta quanto meravigliosa fosse nella sua nudità. Un ultimo sussurro diretto all’aquila: non mi abbandonare.

Poi il salto...

 

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