Interludi
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Interludi

 

L'app non era pubblicizzata. Non si trovava sugli store ufficiali. Non aveva recensioni, né stelline, né veniva suggerita da quegli algoritmi che dicono "potrebbe piacerti anche". Pareva si potesse scaricare solo se te la inviava qualcuno che l'aveva già usata. Una sorta di passaparola segreto, come le lettere che non si spediscono ma che si lasciano nei cassetti, in attesa che qualcuno le trovi, o come le confessioni che si fanno solo a chi già sa cosa stai per rivelare.

A me l'aveva inviata un vecchio collega di lavoro, che non vedevo né sentivo da anni, senza aggiungere altro che un messaggio: "Provala. Ti servirà."

Niente emoji. Niente contesto. Solo quella frase, lasciata lì come un biglietto trovato in tasca ma scritto con una calligrafia che non è la tua.

All'inizio pensavo addirittura fosse uno di quei virus che si autoinviano a tutti i contatti, poi mi sono ricordato che lui aveva sempre avuto un debole per le cose che lasciano intendere risposte: tarocchi, discipline orientali, costellazioni familiari, test della personalità, oroscopi tailandesi, numerologia cabalistica. Una volta mi fece fare un test basato sul modo in cui piego i tovaglioli, e – se non ricordo male – non ne uscii bene.

Ho cliccato sul link e scaricato l'app – Interludi si chiamava – da un server con un nome che non avevo mai sentito. Ho accettato tutte le autorizzazioni – contatti, posizione, accesso ai messaggi. Non ho nemmeno letto cosa chiedeva. Si fa sempre così, no? Si dice a tutto, e poi ci si lamenta che le macchine sanno troppo di noi. Ma io sono sempre stato un po' contraddittorio.

Ma torniamo alla app. La schermata iniziale era nera. Completamente nera, senza loghi, senza grafica accattivante. Solo una linea bianca al centro, sottile come un elettrocardiogramma piatto. Poi è comparsa una frase, lettera dopo lettera, come se qualcuno la stesse scrivendo in tempo reale:

Permetti alla mappa di mostrarti dove sei posizionato rispetto a chi ami?

Sembrava una promessa impegnativa, forse troppo, persino per la moderna tecnologia. Ma avevo premuto "sì", per curiosità, o forse per stanchezza. O perché alle undici di sera, da solo sul divano con una birra tiepida, le domande esistenziali sembrano sempre meno rischiose.

Si era aperta una mappa. Simile a quelle dei navigatori satellitari, ma senza strade. Niente vie, niente edifici, niente ristoranti recensiti male. Invece dei nomi delle strade c'erano nomi. I miei nomi. Cioè, quelli delle persone a me vicine.

Marina.

Mia madre.

Andrea.

Giulia.

E accanto un quadrante grigio con la scritta Chi non hai mai saputo amare.

Un altro, più distante, quasi ai margini dello schermo: Chi non ti pensa più.

E poi, al centro, io. Un pallino blu che lampeggiava lentamente, come un cuore elettronico, come un faro perso in mezzo a un arcipelago di nomi.

Ogni nome era accompagnato da una linea. Alcune dritte e pulite, come autostrade senza traffico. Altre spezzate, frastagliate, piene di curve e interruzioni. Alcune verdi, luminose, quasi rassicuranti. Altre rosse, tese come cavi elettrici ad alta tensione. Alcune tratteggiate, come se fossero soggette a interferenze, a blackout emotivi improvvisi.

Ho cliccato su Marina.

È apparsa una schermata con caratteri piccoli, precisi, quasi clinici:

Distanza emotiva attuale: 3,2 km
Ultimo incontro sincero: 94 giorni fa
Livello di autenticità conversazionale: 34%
Argomenti evitati di recente: 7
Prossimo bivio previsto: 7 giorni
Probabilità di deriva definitiva: 58%
Rotta consigliata: chiedere scusa per qualcosa che non si è ancora capito del tutto

 

Rimasi lì a fissare quelle frasi come si guarda un referto medico, quel tipo di referto in cui capisci che c'è qualcosa che non va, ma non sai ancora se è grave o solo fastidioso.

Sapeva troppo, questa cazzo di app. O peggio, sembrava sapere senza nemmeno giudicare. Come un testimone silenzioso che aveva assistito a tutto e non aveva scelto una parte.

94 giorni fa. Poteva essere. Forse era quella sera in cui io e Marina avevamo parlato davvero, senza schermi di ironia, senza quella stanchezza performativa che metti tra te e le cose importanti. O forse l'app mentiva. O forse mentivo io, a me stesso, credendo fossero meno.

Ero andato avanti, e avevo cliccato su Andrea – un vecchio amico, ormai più notifica che presenza. Uno di quelli che ti mette like alle storie ma non ti chiama più da un anno.

Distanza: 7,4 km
Percorso ostruito: ironia e silenzi reciproci
Ultimo scambio non-strumentale: 441 giorni fa
Residuo di affetto genuino: 23%
Tragitto più breve: dire qualcosa senza fare battute
Probabilità di recupero: in calo

Sentii una fitta, piccola, ma precisa, come quando ti accorgi che un dente fa male ma solo se ci premi sopra con la lingua.

Residuo di affetto genuino: 23%. Come se l'amicizia fosse una batteria che si scarica, che scende da cento a ventitré senza che tu te ne accorga, impegnato come sei a scorrere altre notifiche.

 

E poi, mia madre:

Distanza: 0,8 km (ma solo se chiudi gli occhi)
Segnale: instabile
Frequenza chiamate: settimanale, rituale, priva di contenuto
Ultimo momento di vulnerabilità condivisa: non rilevato
Ultimo aggiornamento: quando hai avuto paura e non gliel'hai detto
Nota: la vicinanza geografica non equivale a vicinanza emotiva

Finito di leggere chiusi il telefono, poggiandolo sul tavolino. Mi ero alzato. Avevo camminato fino alla finestra. Avevo guardato fuori, verso le luci della città, come se là fuori ci fossero risposte invece che semplici lampioni.

0,8 km ma solo se chiudi gli occhi. Bastardo, chi aveva scritto quella roba?

Ripresi in mano il telefono. Su Giulia – l'ex che non chiamavo più ex perché non ero sicuro che lo fosse davvero:

Distanza: variabile (da 1,1 a 9,7 km nell'ultima settimana)
Stato della connessione: elastica, instabile, dipendente da fattori esterni
Messaggi scritti e poi cancellati: 14
Livello di elaborazione del lutto relazionale: 61%
Rotta consigliata: decidere se stai andando verso o stai girando intorno

Messaggi scritti e poi cancellati: 14.

Oddio, li conta anche!

 

Guardando meglio, notai un'altra funzione al centro della mappa: Ricalcola affetti.

La fissai per un po', prima di cliccarci sopra.

La mappa si era modificata. Alcuni nomi scomparvero – semplicemente evaporati, come se non fossero mai esistiti, o come se l'app avesse deciso che non contavano abbastanza per meritare un posto sulla mappa. Altri si avvicinarono, muovendosi verso il centro dello schermo come attirati da una gravità improvvisa.

Sara – una collega con cui parlavo solo di lavoro – si era spostata di tre chilometri nella mia direzione. La linea che ci collegava era verde, solida. Potenziale inesplorato, diceva la nota accanto al suo nome.

Alex – cugino, sempre presente ai compleanni, sempre gentile – era scivolato ai margini. Affetto per convenzione, diceva l'app, senza pietà.

In alto comparve una scritta, in caratteri più grandi, come un monito: Non tutti i tragitti hanno una destinazione. Alcuni servono solo per imparare a camminare con più grazia.

Poggiai di nuovo il telefono sul tavolino. Dopo andai in cucina per prepararmi un caffè, e tazzina in mano ritornai a sedermi sul divano, come se stessi cercando la postura giusta per ricevere qualcosa. Una rivelazione, o una condanna. Non ero sicuro, ma in un certo senso mi pareva che le due possibilità coincidessero.

Per un po' non accadde nulla, nessun rumore, solo il ronzio lontano del frigorifero. Il rumore della città, ovattato, oltre la finestra.

Poi una vibrazione. Una nuova notifica:

Hai percorso 14,3 km emotivi oggi.
Conversazioni autentiche: 2
Conversazioni formali: 8
Momenti di connessione reale: 37 secondi
Vuoi salvare il percorso?

Avevo premuto "no", senza pensarci, perché alcune cose è meglio non archiviarle come dati.

Dopo quella esperienza immersiva iniziale presi l'abitudine di usare Interludi ogni tanto. Non sempre, solo nei giorni in cui mi sembrava di stare fermo anche mentre camminavo. O quando ricevevo un messaggio da qualcuno che non sentivo da tempo e non sapevo se rispondere, e l'app mi mostrava la distanza esatta e mi consigliava – ad esempio: 11,2 km, rispondere richiede più energia di quella che possiedi ora.

A volte la mappa mi suggeriva deviazioni gentili:

Prova a dire "mi dispiace", anche se pensi di avere ragione.
Scrivi un messaggio che non invierai. Ti sarà utile lo stesso.
Telefona invece di scrivere.

Certo, forse non troppo originale, però intanto si faceva sentire, a differenza di tanti altri.

Anche se a un certo punto ha iniziato a succedere qualcosa di strano. Ho finito per cominciare a dubitare. Non di Interludi. A dubitare di tutti gli altri.

Perché ogni volta che parlavo con qualcuno – con chiunque – appena mi liberavo subito controllavo l'app. Volevo vedere se la distanza era cambiata. Se la percentuale di affetto genuino era salita o scesa. Se quella conversazione che mi era sembrata bella, importante, reale, lo era davvero o era solo un'illusione.

Con Andrea, dopo una serata in cui ci eravamo visti per una birra e mi era sembrato che tutto fosse come una volta, Interludi mi segnalava invece che la distanza era ulteriormente aumentata. 7,9 km. Più di prima.

"Com'è possibile?", mi ero chiesto. "Ci siamo abbracciati, abbiamo riso, abbiamo parlato fino a tardi."

Eppure l'app sentenziava Nostalgia performativa: alta. Connessione presente: bassa.

Ho iniziato a guardare mia madre con sospetto. Quando mi chiamava e mi chiedeva come stavo, pensavo se stesse davvero chiedendomelo con sincerità o se stava eseguendo un rituale. Aprivo l'app: 0,8 km. Invariato. Le sue chiamate non ci avvicinavano. Non ci allontanavano. Semplicemente, accadevano.

Marina non la sentivo più. Giulia invece era diventata un'ossessione. Controllavo l'app tre volte al giorno. La distanza oscillava come una febbre: 2,1 km la mattina, 5,6 km il pomeriggio, 8,3 km la sera. Ogni suo messaggio – o la mancanza di un messaggio – faceva sobbalzare quel numero. E io non sapevo più se volevo davvero starle vicino o se volevo solo battere l'algoritmo.

 

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