I sopravviventi
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I sopravviventi

Ogni storia ha i suoi punti cardine, ogni racconto i suoi riferimenti originari. All'interno di questi parametri, Codice Sorgente è una rubrica che vuole rappresentare la mappa essenziale ma ragionata di un testo, attraverso le parole del suo autore.

Oggi ospitiamo il romanzo I sopravviventi di Girolamo Grammatico che, partendo dall'esperienza personale di operatore nel più grande centro d'accoglienza di Roma, affronta le inevitabili difficoltà quotidiane di un simile percorso, confrontandosi al contempo con se stesso e con i limiti delle istituzioni.

 

 

CENTRO D'ACCOGLIENZA NOTTURNA

È un'isola nel mare tumultuoso della città, dove le onde del turbocapitalismo hanno spinto anime stanche e naufragate. Qui, i rifugiati della società si raccolgono attorno alla brace tremolante del senso di comunità, con storie che tessono una coperta di comune umanità, pesante e consunta.

Il centro d'accoglienza notturna è un rifugio di ombre e echi, un luogo dove la speranza sembra svanire come fumo nel vento. Qui, le anime stanche si accalcano, inghiottite da un sistema che le vede più come parametri che come esseri umani.

È un limbo, una stazione intermedia dove il futuro rimane incerto e la dignità è spesso messa alla prova.

 

STAZIONE TERMINI

Termini è un immenso alveare, ronzante di vite in transito. È un microcosmo pulsante, dove i senza dimora sono come api smarrite, privi del calore della propria arnia. Questo crogiolo di partenze e arrivi è un ricordo amaro di un viaggio senza meta, un eterno errare tra binari che non portano a casa. La Stazione Termini è una giungla di cemento e freddo metallo, dove i senza dimora sono invisibili, persi tra la folla indifferente. È un labirinto senza uscita, dove la solitudine e l'abbandono si mescolano al fragore dei treni, simbolo di un viaggio verso il nulla, un eterno stazionare nel limbo.

 

LE CHIAVI

Rappresentano talismani perduti, simboli di un regno lontano e irraggiungibile chiamato "casa". Per chi vaga senza dimora, il loro tintinnio è come il canto di una sirena, evocando porte che si aprono su mondi di calore e sicurezza, mondi che rimangono inaccessibili e sfuggenti, sempre appena fuori portata, oltre una soglia evanescente.

Le chiavi sono un ricordo crudele, una beffa per chi non ha un tetto. Sono il simbolo di ciò che è irraggiungibile, la rappresentazione fisica di porte chiuse e opportunità negate. Per i senza dimora, il loro suono è un promemoria costante di ciò che è perduto, un progetto irrealizzabile perché privo di un luogo in cui gettarne le fondamenta.

 

SENZA DIMORA, OPERATORI, VOLONTARI

Questa triade forma un mosaico di necessità e cura, un quadro vivente di mani che si tendono attraverso un abisso di circostanze.

I volontari e gli operatori sono come guardiani di un faro, cercando di guidare le navi perdute dei senza dimora verso un porto sicuro, anche quando la tempesta della disperazione minaccia di sovrastarli. Questo rapporto è un labirinto di buone intenzioni e realtà frustranti.

Gli operatori e i volontari spesso si trovano impotenti di fronte all'immensità del problema, mentre i senza dimora si dibattono in una rete di burocrazia e indifferenza che rende l'aiuto insufficiente e a volte umiliante.

Sono la trama di un abito che sempre meno cittadini vogliono indossare.

 

IL CANCELLO DELL'OSTELLO

In pratica è un varco tra due universi: quello della desolazione e quello del rifugio. Aperto, è come un abbraccio accogliente; chiuso, un muraglione silenzioso e impenetrabile.

È una soglia che divide il mondo della notte e del giorno, del sonno e della veglia, dell'essere visto e dell'essere dimenticato. Il cancello dell'ostello è un promemoria della divisione tra chi ha e chi non ha.

Aperto, offre un riparo temporaneo, ma chiuso, diventa un simbolo di esclusione, una barriera che separa i senza dimora da un mondo che sembra non volerli accogliere. Il custode del cancello, nella sua solitudine, diventa il cancello stesso.

 

POSTO LETTO

Un posto letto in un ostello è un'ancora in un mare in tempesta, un punto di stabilità in un oceano di incertezza. Per i senza dimora, è un frammento di terra ferma, un luogo dove possono, anche solo per una notte, ancorare le loro speranze e sognare di un domani più sereno. Un posto letto in un ostello è spesso un letto di spine, un promemoria della precarietà della vita di strada. È un conforto effimero, che sottolinea l'instabilità e la temporaneità della situazione, una notifica a basso costo che la sicurezza e la normalità sono lontane.

 

LA STRADA E LA CASA

La strada è un fiume impetuoso, scorre senza sosta, trascinando con sé chi non ha radici. La casa, invece, è come un albero maestoso, le cui radici profonde offrono rifugio e nutrimento. Questa dicotomia è un viaggio eterno tra il fluttuare sulla corrente e il sogno di riposare all'ombra di rami accoglienti.

La strada è un deserto di cemento, un territorio ostile dove i senza dimora vagano come fantasmi. La casa è un miraggio, un sogno infranto che evidenzia il divario tra desiderio e realtà, tra l'essere parte di una comunità e l'essere emarginati.

La casa è l’identità negata.

 

CICATRICI

Le cicatrici dei senza dimora sono come le crepe in un antico vaso di terracotta, raccontano storie di sopravvivenza e lotta. Ogni linea è una traccia lasciata dal tempo, un percorso mappato sulla pelle e nell'anima. Sono simboli scolpiti della resistenza umana, segni indelebili di battaglie combattute contro la tempesta della vita. Le cicatrici dei senza dimora sono come crepe in un paesaggio desolato, segni di una vita spezzata. Sono testimonianze di sofferenza e dolore, ricordi permanenti di fallimenti e lotte, simboli di un'esistenza consumata dalla lotta per la sopravvivenza. Sono il caldo di un trauma collettivo che scarnifica l’individuo più fragile.

 

I sopravviventi, Einaudi, 2023

sopravviventi 2

 

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