Avere vent'anni #8 (2010)
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Avere vent'anni #8 (2010)

 

2010 – NON MI UCCISE LA MORTE

 

Milano, 7 novembre 2009. La platea del Palasharp è gremita, si esibiscono i Massive Attack, lo storico collettivo che ha fondato l’epopea trip hop. È la prima delle due date italiane del loro tour, stanno presentando il freschissimo Splitting the Atom. L’atmosfera è incandescente, non c’è solo la loro musica: sullo sfondo del palco scorre l’istallazione led approntata dai ragazzi di U.V.A., United Visual Artists. Si tratta di una fotografia contemporanea che, a seconda dei luoghi dove si esibisce il gruppo, contestualizza gli eventi: dallo stock market, alla cronaca, fino alle previsioni del tempo. L’Italia sembra allora un paese ricco di spunti: mentre la band esegue il brano Inertia Creeps, tratto dall'album Mezzanine, alle loro spalle scorrono titoli tratti dai principali fatti di cronaca avvenuti recentemente nel nostro paese. Dai gossip governativi a quelli legati al mondo dello spettacolo, fino alle sentenze più o meno discusse dei nostri tribunali. Una frase sembra infine far esplodere l’intera scena: “Verità e Giustizia per Stefano Cucchi.” Questo è il nome che si è letto più volte sullo sfondo mentre Robert Del Naja e Daddy G, superstiti del nucleo iniziale della band, eseguono uno dei brani più intensi delle quasi due ore di spettacolo.

Ma chi è Stefano Cucchi e a quale verità si riferisce la band di Bristol?

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Bisogna a questo punto fare un altro passo indietro dal punto di vista temporale, fino al 15 ottobre, quando il giovane Stefano Cucchi, sorpreso con indosso una piccola quantità di hashish, viene prima fermato dalla polizia e poi tradotto in carcere. Il 22 ottobre il ragazzo viene dichiarato morto per “sopraggiunta morte naturale”.

Pochi mesi dopo, e siamo dunque all'inizio del 2010, vede la luce un istant book di denuncia che racconta l'accaduto e pone le basi per le narrazioni a venire sulla vicenda. Si tratta della graphic novel Non mi uccise la morte, scritta da Luca Moretti per le matite di Toni Bruno. Edito da Castelvecchi, il volume rappresenta uno strumento di denuncia civile che vuole aiutare ad accendere i riflettori su un fatto di cronaca che i più potevano immaginare accadesse in casomai qualche regime dittatoriale, e non in uno stato che si professa democratico.

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Non mi uccise la morte racconta gli ultimi giorni della vita di Stefano, fra il carcere e l'ospedale, e allo stesso tempo la crescente angoscia dei familiari, che cercano notizie ma a cui non verrà mai dato il permesso di vedere il ragazzo (come non verrà dato nemmeno al suo avvocato).

Le pagine ci mostrano i poliziotti che lo picchiano nelle celle del tribunale, così come le ridicole dichiarazioni di ministri ed esponenti politici di peso che avvalorano la “presunta morte naturale” affiancandola a una classica “caduta dalle scale”, senza farsi mancare un non troppo velato sottotesto che in fondo, chi si comporta in un certo modo, una fine di questo tipo se la deve aspettare. Inutile dire che in seguito, a verità acclarata e condanne passate in giudicato, non ci saranno correzioni riguardo alle precedenti affermazioni ignobili, né tantomeno scuse rivolte alla famiglia e all'opinione pubblica.

È un racconto esplicito e crudo, ma al contempo necessario, perché non può essere diversamente di fronte a tentativi tanto marchiani di nascondere la verità.

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Quando viene fermato dalla polizia Stefano Cucchi è un giovane in buona salute, che frequenta un corso di prepugilistica. Dopo, e lo vedremo solo nelle fotografie del cadavere coraggiosamente diffuse dalla famiglia, rimane un corpo che pesa solamente trentasette chili, pieno di lividi, il volto tumefatto con gli occhi incavati e la mascella rotta.

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Un detenuto del Gambia dichiara di aver assistito al pestaggio del giovane, in brevissimo tempo viene trasferito nel carcere di Teramo e scompare dalla scena.

I genitori riescono a vederlo l'ultima volta il giorno dopo l'arresto, al processo per direttissima. Stefano ha segni sul volto, ma sembra stare ancora abbastanza bene. Dopo i familiari e l'avvocato cercano ogni giorno di incontrarlo, ma vengono sempre respinti prima dalla struttura penitenziaria e poi dall'ospedale.

La soprintendente del reparto, alle insistenti richieste dei genitori, liquida il discorso con un “il ragazzo sta tranquillo”, ma la visita va nuovamente rimandata, c’è bisogno di un’autorizzazione dal carcere che ancora non è arrivata e quindi non è possibile vedere il ragazzo.

Stefano muore così, in silenzio, senza poter riabbracciare i suoi familiari, senza poter parlare con il suo avvocato di fiducia, isolato dal mondo esterno, steso su quel letto, con indosso gli stessi abiti del giorno dell’arresto.

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