Unghie
Featured

Unghie

 

Mezzanotte meno venti. Carlo si avvicina alla finestra della sala da pranzo, scosta la tenda e guarda fuori. La casa e la strada prendono luce dal secondo lampione dei quattro. Se rimane fermo, Carlo riesce a sentire lo sfrigolio dei moscerini che scoppiano sul lampione.

Ha finito da poco di guardare un documentario sugli animali, ha lavato il piatto, le posate e il bicchiere, piegato il tovagliolo rosso di stoffa, ha avvicinato la sedia a capo tavola e ha raccolto le molliche di pane con cui ha intinto la salsa.

La porta della casa di fronte si apre. Esce il ragazzo che l’ha presa in affitto.

Appena arrivato, tre mesi fa, ha bussato alla porta di Carlo e si è presentato: Michelangelo. Ha detto che fa il guardiano di notte in un parco, dall’altra parte della città.

Le altre due case sono disabitate. Le famiglie si sono trasferite al centro della città per stare più vicine alle scuole e ai nonni. Carlo ricorda gli occhi dei bambini, come lo fissavano nelle pupille, come gli leggevano dentro mentre le mamme li tiravano perché fissare gli adulti è poco educato.

La strada si riempie di voci. Appartengono a un gruppo, ragazzi e ragazze. Carlo sa che vanno al porto, sa che sono a caccia di angoli bui dove fumare, bere e fare l’amore. Li guarda per pochi secondi e poi torna a controllare l’inizio della strada, in attesa che passi qualche ragazza sola, e che sia quella giusta.

Passano cinque minuti e Carlo la vede passare nella luce del lampione. La ragazza indossa dei jeans chiari larghi, una camicetta azzurra con le maniche risvoltate e una borsetta dorata a tracolla.

Carlo apre la porta di casa, attraversa il giardino che la circonda e apre il portone che lo separa dalla strada; lo lascia socchiuso. Cammina sul marciapiede, con le braccia lungo i pantaloni, sentendo lo scoppiettio degli insetti e i passi della ragazza, mentre l’umidità gli increspa i ricci.

Si incrociano, e Carlo annusa il suo odore: vaniglia. Questo profumo è diverso da quello che avevano addosso le altre, quelle con i vestiti e i capelli impregnati di fumo, quelle che hanno le unghie annerite.

Un colpo alla nuca, rapido e preciso. Come le altre, la ragazza si affloscia sulle ginocchia. Il suo corpo morbido cade tra le braccia di Carlo. Forse non ha più di vent’anni, è leggera, ha i capelli neri e corti; non s’impigliano nelle unghie e nelle maniglie delle porte.

Rientrato in casa, la distende sul divano del soggiorno; le solleva le gambe per appoggiarle sul cuscino, così anche i piedi, coperti da stivali marroni. La loro vista lo agita: inspira, caccia l’aria e la risucchia; la fa uscire in lunghi soffi, come quando, bambino, rientrava a casa dopo la scuola.

Un bambino ossuto, un bambino mingherlino, che doveva percorrere la strada di corsa, da casa di sua madre fino a scuola, e così al ritorno. I compagni di classe se li ricorda tutti. Loro, a cavallo delle biciclette in corsa, gli lanciavano raffiche di uova marce. Quando ritornava a casa si chiudeva in bagno; si spogliava, contava i lividi sul corpo, ne controllava i colori. Affogava i vestiti nella bacinella. Una volta finito, apriva la porta e andava da sua madre. Sapeva di trovarla in cucina, magra e col trucco pesante sugli occhi.

Come voleva sua madre, Carlo non era mai riuscito a togliere la sporcizia dalle unghie. Lei sì, con un vecchio spazzolino: le sfregava sopra e sotto, fino a scorticargli i polpastrelli.

Questa ragazza ha magnifiche unghie color opale.

La ragazza riprende conoscenza, si tocca la nuca. Carlo è a un metro e mezzo da lei, in piedi.

«Come ti chiami?»

«Ti prego... Ho molti soldi nella borsetta, prendili!»

«Ho detto: come ti chiami?»

«Sabrina.»

«Dove sono i tuoi genitori, Sabrina?»

La ragazza chiude gli occhi: «Sono morti, molti anni fa».

«Fratelli, sorelle, ne hai?»

Sabrina risponde no con la testa e prova a mettersi seduta.

«Dove stavi andando?»

«La mia amica mi sta aspettando, devo raggiungerla.» Mentre lo dice, il telefono squilla nella borsetta. Sabrina supplica con gli occhi che la lasci fare.

«Dille che hai avuto un contrattempo e che presto la raggiungerai.»

Sabrina prende il cellulare: «E se non mi crede?»

Carlo rimane in piedi, con le mani lungo i fianchi.

Sul display legge: “Vita”; si chiede come siano i piedi di Vita. A lei Sabrina dice che è dovuta tornare a casa a causa di uno stivale che ha perso il tacco, e che farà presto. Carlo sente un “va bene” dall’altra parte e, appena il display si spegne, le fa segno di posare il cellulare sul divano.

Sabrina ubbidisce.

«Vuoi vedere una cosa, Sabrina?»

La ragazza si chiude un bottone della camicia. Carlo allunga un braccio. La mano curata di Carlo è davanti alla faccia di Sabrina, che si alza, mette la mano fredda e incerta in quella di Carlo. Dà uno sguardo al cellulare, sul cuscino. Di fronte al soggiorno vede la camera da letto.

Di fianco al letto ci sono una poltrona gialla e un comodino. Addossato alla parete c’è un armadio marrone a due ante.

«La borsetta va sul comodino.»

Sabrina ubbidisce. Ha le guance bagnate di lacrime. «Credo che tu sia una brava persona. Appena ti ho visto ho detto : questo qui deve essere una brava persona. Non come quello stronzo che mi ha rovinato la vita.»

Carlo le fa cenno di sedersi sul letto.

Sabrina lo fa e nasconde le mani tra le gambe. «Cosa vuoi farmi vedere. Allora?» Si sforza di sorridere.

«C’è tempo.»

«Vita mi aspetta.» Sabrina gli parla con disappunto. «Mi hai detto che non mi farai niente, lo hai detto prima.»

«Puoi stare tranquilla, non sono come quello stronzo.»

«Perché hai tutti quei graffi sulle mani?»

Carlo si siede sulla poltrona. «Gatti, vengono a scavare nel mio giardino.» Appoggia le braccia sui braccioli, muove gli occhi e li ferma sulle punte degli stivali, che spuntano dai jeans. «Parlami dello stronzo.»

«Mi ha tolto la voglia di vivere, giuro.»

«Vai avanti.»

«Spero sia crepato, nel peggiore dei modi!»

Il cellulare riprende a squillare.

«Devo rispondere... per favore.»

Carlo guarda la faccia supplichevole di Sabrina; fissa gli occhi neri, limpidi, le ciglia bagnate; guarda un attimo il soggiorno, un secondo dopo torna a fissare Sabrina: il collo piccolo, le unghie limate e il bottone che sta per uscire dall’asola.

«Togli gli stivali.»

Sabrina guarda a terra. Chiude le gambe e i tacchi si toccano.

«Toglili, o lo faccio io.»

Sabrina si piega in avanti, le dita tremano mentre si avvicinano all’orlo dei jeans. In un attimo Carlo le afferra i polsi, e con forza spinge le sue mani sugli stivali. Le mani di Sabrina si gonfiano, le vene si irrorano di sangue e le dita si aprono per lo sforzo di resistere.

Lei e Carlo rimangono in questa posizione per qualche secondo, il tempo di sussurrarle all’orecchio: «Non mi disubbidire mai più».

Il cellulare squilla, quattro squilli, poi silenzio.

A Sabrina scappa un colpo di tosse, poi un altro. «Mi fai male così!»

Lui lascia la presa e torna su. Lentamente Sabrina riprende fiato; dà un altro colpo di tosse, più forte.

Adesso le sue mani sollevano la stoffa, scoprono lo stivale sinistro fino al ginocchio.

Carlo trattiene il respiro senza staccare gli occhi dalle mani di Sabrina, che sfila il piede dallo stivale e lo appoggia a terra: il piede è coperto da un gambaletto trasparente, nero.

«Cosa hai fatto?»

Sabrina guarda il piede: una smagliatura parte dall’alluce e risale fino alla cucitura del gambaletto.

Carlo batte i pugni sui braccioli. «Che hai fatto all’unghia?»

Sotto le dita, Sabrina si accorge di avere l’unghia dell’alluce spezzata. Prova a tirare via il nylon, ma i continui tentativi aprono un enorme buco che scopre l’unghia color opale, priva di un pezzo.

«Non l’ho fatto apposta!»

Carlo scatta in piedi, cammina avanti e indietro nella stanza: «Tu, stupida ragazza senza un minimo di cervello. Hai rovinato tutto!»

«Non lo sapevo, te lo giuro!» Prova a togliersi l’altro stivale, ma Carlo la spinge a terra. «Ragazza sciatta e sciocca, non ti rendi conto.»

Sabrina lo vede precipitarsi ad aprire le ante dell’armadio, lo vede farsi strada con le braccia nel mucchio degli abiti appesi. Lo vede inginocchiarsi. Svelta si infila lo stivale e si allontana dal letto.

Carlo si solleva. Ha tra le mani una scatola di velluto blu. Senza curarsi di Sabrina, appoggia la scatola sul letto. L’accarezza: le sue mani producono un fruscio. Dice frasi che Sabrina fa fatica a decifrare; lo guarda premere il bottone dorato che chiude la scatola e sollevare il coperchio.

Davanti agli occhi di Sabrina appaiono file di piccole biglie trasparenti come vetro; cinque file di piccole sfere. Sabrina guarda con maggiore attenzione. In ogni sfera c’è una lunetta bianca, come un sottile sorriso opaco e, vicino a ogni bolla, c’è un pezzo di carta. Sabrina guarda ancora; sono nomi.

«Non hai la minima idea della fatica che ho speso per raccogliere le unghie di tutte queste ragazze. Non immagini minimamente il lavoro che mi è costato: aspettarle, sceglierle, prendermi cura di una parte di loro, dovermi sbarazzare del resto. Ogni volta, dalla prima all’ultima.» Carlo ha gli occhi bagnati di lacrime. Lascia la scatola e afferra il collo di Sabrina. «Tu non sei degna di stare accanto a loro.»

Sabrina sorride; un sorriso fiero. Poi un rumore, come lo scatto di una molla.

Carlo ha il tempo di chiedersi cosa sia questo rumore; se lo chiede un attimo prima di vedere il braccio di Sabrina andare all’indietro. Se lo chiede appena sente una pressione ficcarsi nell’interno della coscia e se lo chiede mentre cade sul pavimento.

Sabrina è in piedi, il braccio lungo il corpo e la mano che impugna il coltellino a scatto.

Carlo si appoggia al letto, tampona la coscia. Velocemente, Sabrina chiude il coltellino e lo infila nello stivale. Carlo la vede prendere la borsetta e mettersela a tracolla e uscire dalla visuale.

Dal soggiorno, sente dei rumori accompagnati da un vociare. Dieci secondi dopo, Sabrina torna nella stanza. Si accovaccia davanti a lui e lo fissa senza parlare.

«La scatola, la portiamo via?» C’è qualcun altro con loro nella stanza. Carlo sa a chi appartiene la voce.

«Voglio che la trovi la Polizia.» Sabrina fissa Carlo. «Ciao Carlo, dopo tutti questi anni non ti ricordi più di me? Eppure sono stata la prima della scatola. Qui c’è una persona che vuole salutarti.» Michelangelo si accovaccia vicino a lei. Ha un giubbino di pelle marrone e i capelli pettinati all’indietro.

«Era lui al cellulare... » Carlo preme sulla ferita.

«Ho incontrato Michelangelo a una festa e ci siamo innamorati. Però, non ha mai voluto che andassi da lui a causa di un tipo strano che occupava la casa di fronte e che passava ore e ore dietro alla finestra, al buio. Allora l’ho pregato di avvicinarti, per sapere il tuo nome: dovevi essere tu.»

Carlo chiude gli occhi dal dolore.

«Ero una bambina. Vivevo con i miei in quel parco: loro si fidavano di te, e anche io. Invece, hai preso la mia unghia, e tutta la mia vita.»

Sabrina e Michelangelo si alzano. Lui la stringe e le accarezza i capelli.

Carlo chiude gli occhi e si abbandona sul pavimento. Adesso è solo e la casa è buia e silenziosa.

 

Related Articles