Quella mattina di marzo, l’asfalto del parcheggio era coperto da una patina viscida di sassolini e ghiaccio. Si attaccava sotto le scarpe e faceva gracchiare i passi di chi si avvicinava al supermercato.
Rudi aveva imparato a giudicare i clienti dalle scarpe. Le signore con quelle da tennis vanno più di fretta, spesso il marito le aiuta. Anche i ragazzi vanno più veloci e se chiedi loro se serve una mano a portare le buste, spesso non rispondono neanche.
I cartoni dagli occhi li aveva tolti come sempre verso le sette. Aveva l’abitudine di iniziare la giornata con un caffè con Ginetto, il custode del parcheggio, che però non lavorava più da qualche tempo.
La barra ormai si alzava in automatico senza bisogno di controlli, erano state installate telecamere ovunque.
Rudi si stropicciò gli occhi e si controllò i capelli e le rughe riflessi sullo specchietto di un Range Rover. Si sentiva pronto per entrare in servizio.
Dalla seconda fila di auto, quella vicino il recinto, una voce squillante: «Rodolfo caro, quanto tempo!»
Avvolta in un cappotto viola, la signora Maria avanzava verso di lui. Rudi sobbalzò, quei capelli cotonati coi riflessi blu erano sembrati subito familiari.
Indietreggiò, si abbassò tra un furgoncino Dacia e una Megane, infilò il sacco a pelo in una busta dell’Ikea e la nascose tra le ruote.
«Ma buongiorno Signora Maria, che piacere vederla!»
Si sistemò la blusa sotto i pantaloni e diede un’occhiata veloce alle scarpe. Mise un piede sopra l’altro per coprire i buchi alla scarpa sinistra e quella macchia di fango.
La signora era accompagnata da un ragazzo, avrà avuto vent’anni, alto, vestito elegante e con un paio di auricolari rossi.
«Oggi spesa grande, Rodolfo. Mio nipote Kevin, mi ha dato una mano».
«Piacere ragazzo, fortunata signora, in due si fa prima».
«Kevin, ti ricordi Rodolfo? Del supermercato in via Rovellante».
Il giovane arricciò la fronte, una smorfia, uno sguardo scuro a Rudi, poi gli occhi in picchiata sul telefono. “Nonna però andiamo di fretta...”.
«Come mai da queste parti caro Rodolfo, controllo qualità?»
Rodolfo si guardava ancora allo specchietto, il sapore dell’acqua e quel poco di dentrificio in bocca. Lo aveva sputato oppure no?
«Eh signora, giro delle filiali. Qua non ci si annoia mai».
Rodolfo sentiva gli occhi di Kevin che lo scannerizzavano, dall’alto in basso e poi giù alle scarpe, fermi. Un ghigno, e la testa girata a guardare lontano, via da lì.
«Nonna, andiamo di fretta no?»
«Rodolfo, tanto gentile. Sempre che mi aiutava con le buste».
«Quando serve siamo qua...». Un altro sguardo a Kevin, uno allo specchietto, aveva il maglione sbottonato.
«Che bel lavoro che avete fatto, tutto automatico. Alle casse si fa subito».
Rudi abbassò il mento, poi un mezzo sorriso.
«Nonna, dai ora su». Kevin la prendeva per l’avambraccio.
Le scarpe lucide, limpide, un riflesso di luce che sbatteva su quei resti di neve ghiacciata. Si chiuse il bavero.
«Io sempre tanto contenta alla SpesaPro eh, sempre qua sono venuta...». La voce si fece fioca dentro l’auto, Kevin sbatté la portiera.
Il parcheggio riprese a respirare. Non c’era più nessuno intorno.
Un furgone con il cofano aperto, un carrello senza ruote.
C’era odore di metallo e detersivo. Per terra, la neve era diventata una crosta sottile, trasparente come plastica fusa. Rudi rimase a guardare la barra sollevarsi per l’auto della signora Maria. Il movimento era pulito, lineare, preciso.
Il motore elettrico non emetteva suono: solo l’aria che cambiava direzione. Rudi si passò la mano sul viso. La pelle gli sembrò ruvida come l’asfalto.
Si avvicinò alla telecamera, guardò dentro la lente.
La luce rossa gli disegnò un cerchio sull’occhio. «Identificazione non riuscita», una voce sintetica. Lui sorrise.
«Tranquilla stellina, neanche a me riesce più». Si fermò sotto la barra. Aspettò che qualcosa lo riconoscesse.
Un’auto arrivò, rallentò a pochi centimetri. I fari lo tagliavano in due.
Dietro il parabrezza, un volto dietro un vetro, un dito che tamburellava sul volante. La barra si alzò. Rudi non si mosse.
L’auto avanzò piano, lo sfiorò al fianco.
Lui sentì solo l’aria cambiare forma. Quando la macchina uscì, la barra tornò giù.
Un click, un segnale verde sul display. Rudi restò lì. Le luci del parcheggio ora si accendevano a intervalli regolari, ogni lampione un impulso.
Il suo corpo faceva ombra per qualche secondo, poi spariva. Più tardi, un addetto alla pulizia trovò il sacco a pelo.
Lo infilò nel cassonetto dei rifiuti non differenziati, sotto le etichette “plastica e tessuti misti”. Alle 03:00 il sistema registrò un’anomalia: «Movimento persistente in area esterna. Nessuna unità riconosciuta». La telecamera ruotò, inquadrò il vuoto, mise a fuoco l’asfalto. Rifletteva perfettamente la luce.
Poi il parcheggio riprese la sua funzione. Silenzioso, ampio ed efficiente.