Per quanti facevano un lavoro del genere di quello che, da anni, svolgeva appunto la nostra Tea, la notte di Natale era senza dubbio una delle più impegnative, faticose e intense notti di tutto l’anno.
Quella sera particolare, infatti, il turno di Tea – che iniziava di solito allo scoccare esatto delle diciannove – partiva già intorno alle cinque/cinque meno venti, quando Tea passava velocemente nella sede centrale per scambiarsi gli auguri con gli altri, timbrare e firmare sul registro delle presenze, ritirare la sua uniforme speciale – anche l'uniforme, per la notte di Natale, era diversa, con tanto di campanellini, orecchie a punta da elfo e rametti verdi di ibisco inclusi – e infine presentarsi per il colloquio di routine di fronte al Capo (il quale teneva a spiegare a ciascuno di loro approfonditamente i casi della serata: Tea aveva, in ogni caso, conquistato il beneficio/responsabilità di poterseli scegliere), e terminava non prima dello spuntare delle sole con le luci dell'alba, ma, spesse volte, a essere onesti, proseguiva anche per un bel pezzo dopo.
Oh, però, leviamoci il dente e chiariamolo subito, per evitare inutili malintesi: ciò sia detto naturalmente solo per valorizzare e non per buttare in qualche modo giù l'impegno costante, la generosità disinteressata e la passione sincera che Tea metteva ormai da molti anni nel suo mestiere, un mestiere che lei aveva difatti anche in prima persona scelto, dicendo di sì nell’istante esatto in cui le era stato proposto – si sa che l'invidia e la malignità si infiltrano in tutte le iniziative, anche nelle più sante, per cui, ripeto, meglio essere chiari.
O, chessò, per sminuire la sua altissima professionalità (e qui non stiamo parlando neanche solamente di una questione di orari, proprio per niente).
Anzi.
Comunque, esattamente perché si trattava del resto di una circostanza eccezionale e il compito di Tea non era un compito semplice, per non rischiare di farsi inevitabilmente travolgere dall’emotività, la notte di Natale lei preferiva arrivare sul posto già preparata, con in testa un'idea ben precisa dei compiti da portare a termine e, in generale, si prefiggeva dunque di procedere con calma, per gradi, e seguendo passo passo singoli obiettivi prestabiliti.
Il suo stile di lavoro, al tempo stesso misurato, aperto e sensibile, era non a caso una delle ragioni più solide a sostegno della reputazione e dello strepitoso successo di Tea – nonostante lei non l'avrebbe mai ammesso, perché era una tipa umile, tra i colleghi, Tea era diventata un mito, un esempio, una sorta di superiore celebrità e tutti, in sede, parlavano di lei.
Un altro punto a suo favore riguardava invece il fatto che lei portasse sempre con sé in ospedale il suo compagno di una vita a quattro zampe, il gatto di Totta che diventò mio amico, il nostro Roy.
Già, a Natale, a nessuno piace stare da solo.
Caro Babbo Natale,
anche quest'anno l'8 dicembre è arrivato e io, oggi più che mai, ho bisogno di supplicarTi di portarmi a casa il mio dolce regalo.
Te lo chiedo non soltanto per me, ma per tutta la nostra famiglia.
Sono disperata.
Non sappiamo davvero cosa fare.
Insomma, anche quel ventiquattro dicembre, per iniziare – da una parte si deve pur iniziare, per questa volta cominciamo dall’inizio –, Tea passò allora al piano terra dell'ospedale, dove trovava sempre dei simpatici vecchietti con il sorriso dolce e la battuta ancora pronta, gli occhi scuri grandi e leggermente lucidi e i pantaloni del pigiama consumati e troppo larghi, con i quali era al di là di tutto assai gradevole giocare una partita o due a carte, scambiarsi pareri intelligenti in merito alla politica oppure sfogliare insieme lentamente un album fotografico.
Al piano terra, l'ala in cui era pure alla fine stato deciso di stabilire il monumentale pianoforte in legno, qualche bella e malinconica anziana signora era sempre pronta a svelarle d’impulso a bassa voce (ma neanche poi così tanto bassa) un segreto a lungo taciuto – un segreto taciuto una vita –, a recitare con Tea una sentita preghiera – “è stata mia madre a insegnarmela, molto tempo fa” –, o a raccontarle ridendo e arrossendo contemporaneamente l'ultimo pettegolezzo appena scoperto su una rivista.
Di certo, in diversi anni di servizio, Tea aveva compreso che puramente e semplicemente non puoi presentarti a Natale da una bella donna senza portare con te un mazzo di rose, un libro di poesie o una bottiglietta di un profumo di classe.
Agli uomini, come dono, bastavano al contrario gli cioccolatini, un foglio di carta pulito e una vecchia penna a sfera e poter accarezzare giusto un po’ la schiena grigia chiazzata di bianco di Roy.
Comunque, a Tea piacevano i ricordi e li reputava, contro ogni pronostico, degli ottimi e leali alleati per il proprio lavoro: quella sera nello specifico, si commosse quando una signora, che era stata da giovane una stella della danza, come si notava d’altronde dalla fierezza indomita del suo portamento, le chiese di accendere di nuovo la musica e, mentre Tea suonava il piano, con le mani ripeté alla perfezione una antica e complessa coreografia tratta dal suo balletto prediletto, Lo schiaccianoci.
Ecco un aspetto da sottolineare: non esiste Natale senza musica.
Al primo e secondo piano, Tea incontrò invece una famiglia di esperti di piloti di aerei a cui rivelò il suo personale segreto, si cimentò quindi in una gara di salto in alto da fermo sul letto scricchiolante di un bambino di nove anni che voleva arrivare sulla luna e lesse un intero capitolo del Canto di Natale di Dickens a un uomo che aveva perso la sua copia del libro tantissimo tempo prima.
È triste soffermarcisi sopra, ma, pure quella sera, le capitò varie volte di doversi scrollare di dosso qualcuno che non aveva in realtà affatto bisogno del suo aiuto: se ve lo state chiedendo, Tea, che era anche una tipa tosta ed era estremamente testarda, non aveva invero mai creduto a quello zuccheroso ritornello che narra che a Natale siamo tutti più buoni.
O a quello che diceva che a Natale tutto è possibile.
Infine, prima di salire ulteriormente, Tea diede però anche una leggera pacca sulla spalla a Claudia – nonostante da contratto non fosse previsto, Tea sapeva di potersi prendere questa libertà.
Claudia era la sua dottoressa preferita, la dottoressa che a Natale teneva nella borsa un pacchetto di caramelle di mille colori e consistenze diverse, per tentare di accontentare tutti i suoi pazienti, la dottoressa che ce l'aveva a morte col tempo che passa e che pensava che un ospedale a Natale di notte assomigliasse a un presepe.
Io lo so che, quest’anno, non sono stata buona, o che almeno non lo sono stata abbastanza.
Te lo dico io, prima che sia Tu a rimproverarmelo: avrei potuto fare di più, si può sempre fare di più.
So però anche che assicurarti di essere migliore o addirittura perfetta in futuro non è quello che tu adesso Vuoi da me.
Sarai Tu, quando sarà il momento, a chiedermelo e io cercherò di riconoscere la Tua voce.
Ma fu solamente quando Tea arrivò al terzo piano, piano al quale arrivò a dire il vero anche con una non trascurabile difficoltà e una buona dose di affanno, dato che l'ascensore era rotto, la manutenzione non sarebbe attivata prima dell’otto e Roy non aveva intenzione di fare le scale, mannaggia, quel gatto a volte la faceva impazzire e Tea era una tipa di quelle che si spazientiscono in fretta… Fu proprio quando Tea arrivò al terzo piano che successe qualcosa che non era mai successo prima e che lei non avrebbe dimenticato.
Senza rendersi conto di come ci fosse in effetti arrivata – come: in un sogno –, Tea si ritrovò infatti in piedi davanti alla porta leggermente accostata di una stanza buia e piccola con le pareti verdi, le tende rovinate e la finestra dimenticata aperta, dalla quale giungevano a intervalli regolari sottili e fastidiose raffiche di vento freddo.
Sdraiata sul letto, sotto le coperte spesse di lana, sussurrando parole incomprensibili, stava una donna giovane, con gli occhi appannati, gonfi e socchiusi, i lunghi e nerissimi capelli lunghi ricci evidentemente non pettinati da giorni e un'aria di estrema sofferenza e determinazione sul volto contratto.
Tra le mani, lei stringeva forte qualcosa.
La donna era molto bella e molto triste.
Il dolore la faceva apparire probabilmente più piccola di quello che era.
La cosa tuttavia più strana di tutte era che quella donna era viva, ma sembrava davvero lo stesso vedere Tea e, adesso, le parlava direttamente.
Uhm… Ma io ho già scritto che Tea era una tipa timida?
“Eccoti! Grazie! Grazie mille! Grazie mille a tutti, sì, la vedo! Io… Io non so chi tu sia, ma no no no, ti prego, non te ne andare, rimani con me.
Ti prego!
Noi siamo sole.
Non lasciarci, Tea.
Io non so esattamente che, ma... Ma loro mi hanno detto di rivolgermi a te.
Io mi fido di voi, Tea, aiutami: mi hanno detto che solo tu puoi guarire la mia bambina.
Aiutami, ti scongiuro, ti prego con tutto il mio cuore!
Io sto tanto male e la mia bambina… Io senza di lei non mi muovo.
Ti prego, io farò quello che tu mi dirai, ma…
Ti prego, è Natale, Tea… Tea aiutami stanotte a far nascere la mia bambina.
A Natale non-”
Poi, però, fu questione di una grande luce.
Di stelle.
E di un inconfondibile profumo di rose.
Allora, caro Babbo Natale, io stavolta non ti farò promesse.
Io, stasera, ritornerò soltanto bambina.
Ora io chiuderò gli occhi e dormirò tranquilla, perché domani, quando io mi sveglierò, no, io non posso credere che tu non esista e che la vita sia solo quello che ci capita sotto, in tal caso io farei armi e bagagli e direi “addio” a tutti, perché per me quello che sentivo è sempre stato molto più reale della realtà che vedevo… Sì.
Domani, quando io mi sveglierò, sarò sicura di trovare sotto l'albero il mio regalo.
Non aver paura, inizierò già da subito a ringraziarTi.
Nella notte di Natale…
“Quella ragazza era un angelo, un vero angelo, credi a me”, disse Tea a Roy, mentre si rimetteva le ali e se lo caricava sulle spalle, quel pelandrone, col sole ormai alto che la costringeva a strizzare gli occhioni color ambra, “insomma, Roy, non potevo davvero lasciarla e andarmene così! Povera ragazza! No no, non potevo certo dirle di no! Abbiamo bisogno di gente come lei che ci creda, che ci supporti. Proprio così. Dimmi un po’, tu l’hai guardata negli occhi? Mi è sembrato di riconoscerla…”.
Sicuramente, comunque, dopo aver spiccato il volo e riconquistato, superata la fastidiosa turbolenza iniziale, un loro equilibrio, concordarono entrambi che anche il Capo sarebbe stato d'accordo.
Accadeva sempre, la notte di Natale.
Perché, alla fine, fu Tea stessa a concludere la frase: a Natale… Be’, “a Natale non si muore”[1].
[1] Citazione dalla canzone Notte di Natale (Lucio Corsi, Sugar Music, 2025).