Il vicino di scrivania muore di mercoledì e Carmine lo scopre di sabato, quando qualcuno gli telefona per dirglielo. È seduto al tavolo della cucina e sta mangiando dei biscotti che non aveva voglia di comprare, ma che ha comprato lo stesso, come capita un po' a tutti. Chi lo chiama è Giovanna dell'amministrazione, una donna sulla cinquantina con una voce che, anche nelle circostanze ordinarie, suona sempre come se stesse per annunciarti qualcosa di grave. Giovanna dice che ha pensato di avvisarlo, essendo lui il collega più vicino, proprio in senso letterale. Carmine chiede se ci sarà un funerale, se è il caso di andarci, la donna risponde che la ditta manderà una corona di fiori, ed entrambi convengono che sia sufficiente. Carmine ringrazia e riattacca, poi finisce i biscotti.
Solo dopo si mette a pensare davvero a quanto gli è stato riferito. La scrivania accanto è a un metro e venti dalla sua, forse meno. Per undici anni Carmine ha sentito il rumore della sedia del collega, il modo specifico in cui digitava sulla tastiera - tre tasti veloci, piccola pausa, tre tasti veloci, eccetera - e il ticchettio del suo orologio nei momenti di estremo silenzio dell'ufficio. Conosceva quell'orologio meglio di quanto conoscesse il suo, un Seiko con quadrante bianco e il cinturino di pelle marrone scura, un po' consumata sul retro.
Adesso Carmine sa che il suo collega è morto mercoledì sera, o forse giovedì notte, e lui non se n'è accorto per due intere giornate lavorative. È andato in ufficio, si è seduto come sempre alla sua scrivania, ha lavorato. La sedia accanto era vuota, ma era stata vuota tante altre volte. Aveva molti impegni fuori sede, riunioni, sopralluoghi, tutti movimenti che Carmine non aveva mai capito bene cosa comportassero, anzi in undici anni non aveva mai capito esattamente cosa facesse l'altro, anche se lavoravano nella stessa ditta e nello stesso ufficio e anche se, in senso letterale, le loro scrivanie erano praticamente attaccate.
Il problema però, pensa Carmine, non è questo.
Il problema è che mercoledì l'uomo era in ufficio. Carmine lo ricorda con una precisione che adesso lo disturba: aveva una macchia sul colletto, una cosa piccola, forse caffè o forse cioccolata, e aveva passato parte del pomeriggio a tentare di coprirla con la cravatta spostandola leggermente a destra, con un gesto fintamente distratto e ripetuto che lui aveva notato senza prestarci davvero attenzione. A un certo punto l'altro aveva detto, senza spostare gli occhi dal proprio schermo, che quella settimana c'era davvero troppo lavoro da fare. Carmine aveva risposto con un mm-mm assertivo, e a fine giornata erano andati a casa ognuno per conto proprio, come sempre.
Carmine rimane seduto al tavolo della cucina.
Sa che il suo collega aveva una moglie, l'aveva vista tre volte, forse quattro, sempre di sfuggita, nelle poche occasioni che era venuta ad aspettare il marito davanti all'ufficio. Una donna alta, con i capelli castani. Non ricorda altro. Dovevano avere anche un figlio o forse due, non è sicuro. Una volta, qualche anno fa, aveva notato sul salvaschermo del cellulare una immagine che raccoglieva tutta la famiglia, ma lo schermo era piccolo e Carmine pensava fosse invadente mettersi a chiedere dettagli.
Il fatto è che loro due non erano amici, questo è ovvio. Quello che invece Carmine comincia a considerare con una certa attenzione, è che non erano nemmeno non-amici nel modo normale in cui due persone non sono amiche. Erano qualcosa di più difficile da definire: passavano insieme otto ore al giorno, a volte di più, e sapevano rispettivamente della pressione alta, della diverticolite, delle vacanze in Sardegna, dei problemi con il commercialista. Avevano mangiato insieme centinaia di volte, anche se quasi sempre parlando di cose di lavoro o al massimo di pettegolezzi che giravano nell'ufficio. Una forma di intimità volendo, ma di un tipo che non prevede che tu ti accorga quando l'altro è morto.
Carmine si chiede se esista una parola per questa cosa, per questa falsa impressione di conoscenza che si ha fra colleghi. Probabilmente no. Le parole esistono per le cose che la gente vuole nominare, e questa è una di quelle cose che la gente preferisce lasciare senza nome. Così si alza, mette il pacchetto dei biscotti nella credenza e si avvicina alla finestra. Fuori scorre il solito sabato pomeriggio: qualche macchina, un uomo col cane, il bar dall'altra parte della strada con due tavolini occupati. Carmine guarda senza guardare niente in particolare.
Il punto, si ripete, non è che il suo collega è morto. Il punto sono i due giorni nei quali lui è andato in ufficio, si è seduto, ha lavorato le sue ore, ha risposto a un discreto numero di email, ha mangiato un tramezzino al bar a metà mattina, due pasti insipidi al medesimo bar all'ora di pranzo, è tornato su, vari passaggi alla macchinetta del caffè, ha finito quello che aveva da finire ed è andato a casa. E in nessun momento di quei giovedì e venerdì ha pensato al suo vicino di scrivania. La sedia vuota non gli aveva detto nulla di particolare. Aveva visto la sedia vuota e aveva pensato: riunione, sopralluogo, impegno fuori sede. Come sempre.
E questo è il problema.
In undici anni Carmine aveva imparato a leggere la presenza del suo collega con una precisione quasi involontaria, capiva quando era di cattivo umore dal modo in cui posava il telefono, sapeva che aveva saltato il pranzo dal tipo di rumore che faceva aprendo il cassetto dove teneva i cracker. Intuiva semplicemente da come fissava lo schermo se stava leggendo o pensando. Aveva sviluppato insomma una conoscenza minuziosa e inutile di quell'uomo, del tipo di conoscenza che si accumula senza volerlo, per pura prossimità, una sorta di osmosi o, più prosaicamente, un processo simile alla polvere che si posa sulle superfici orizzontali.
Eppure non sa quanti figli aveva, non conosce il nome di sua moglie, e anzi ora che ci pensa non sa nemmeno come è morto. Giovanna dell'amministrazione non gliel'ha detto e lui non aveva chiesto, sempre forse per un forma di pudore, o perlomeno non sa spiegarselo in nessun altro modo razionale.
Carmine si allontana dalla finestra e va in bagno a lavarsi le mani, anche se non ha nessun motivo particolare per farlo. Si guarda nello specchio il tempo necessario prima di smettere di guardarsi. Lunedì tornerà in ufficio e la scrivania accanto sarà vuota in un modo diverso da tutti gli altri giorni in cui l'aveva trovata vuota. Probabilmente ci vorrà qualche giorno prima che arrivino a pulirla e portare via le cose del suo collega. Carmine ci lavorerà accanto come ha sempre fatto, poi assumeranno qualcun altro e lui imparerà anche di quello il rumore della sedia e il ticchettio dell'orologio, se ne avrà uno.
Quello che però continua a tormentare Carmine è una cosa sola. Non il senso di colpa, che pure c'è, in una forma vaga e poco convincente. Non il dispiacere, che anche quello c'è, pure se dello stesso tipo, anonimo. È una questione più semplice e al contempo più difficile da sopportare: se fosse morto lui, mercoledì sera o giovedì notte, il suo collega avrebbe guardato la sedia vuota e avrebbe pensato semplicemente che era impegnato in qualche altro compito fuori sede.
Carmine torna in cucina, riprende il pacchetto dalla credenza e mangia altri due biscotti in piedi davanti al piano di lavoro. Sono biscotti che non gli piacciono molto, ma li ha comprati e quindi li mangia. Fuori è ancora sabato pomeriggio e l'uomo con il cane è sparito e i tavolini del bar sono adesso occupati da persone diverse. Carmine pensa che domani deve ricordarsi di comprare il latte. Poi pensa ad altro, o forse non pensa a niente, e il pomeriggio finisce come finiscono quasi tutti i pomeriggi, senza che succeda nulla di particolare.