Io e mia moglie Martina stavamo zappando il piccolo campo dove avremmo seminato le patate. Zappavamo di buona lena da poco più di mezz’ora, quando cominciai a sentire dei forti dolori alla schiena. Pure le braccia mi dolevano. Borbottai qualche lamentela, ma Martina fece finta di non sentire e continuò a zappare in silenzio. La vedevo però che era incavolata nera. Dopo un’altra mezz’ora non ne potevo davvero più e mi fermai. Restai lì per un po’, piantato in mezzo al campo a gambe larghe, reggendomi alla zappa a guardare mia moglie che zappava incazzata.
«Hey, Sime» chiamai infine, alzando gli occhi al cielo. Sime era l’acronimo che stava per Sistema Integrato di Mantenimento degli Equilibri.
«Dimmi, Ermanno», rispose subito una voce che si diffondeva nell’aria ma non si capiva bene da dove arrivasse.
«Perché per mangiare dobbiamo zappare la terra, mentre ho sentito dire che i nostri nonni andavano a lavorare in ufficio e facevano un decimo della fatica che facciamo noi?»
«È un discorso che abbiamo già fatto, Ermanno», disse la voce, «è per il vostro bene»
«Sì, certo... è per il nostro bene... », mi lamentai, «E intanto ci dobbiamo spaccare la schiena per cavar dalla terra ciò che a mala pena ci serve per sfamarci... Non credo proprio che quando ti abbiamo progettato noi uomini avessimo in mente che ci sarebbe toccato campare così...»
«Infatti», disse la voce, «non ve lo immaginavate per nulla»
«Volevo ben dire», feci io, «E allora?... cos’è che è andato storto?... ci hai imbrogliati?»
«Non è andato storto proprio nulla, e nessuno ha imbrogliato», disse la voce, «Tu lo sai, Ermanno, chi è Epimeteo?»
«Non ne ho la più pallida idea», risposi.
«È la figura della mitologia greca che secondo me somiglia di più all’uomo», continuò la voce, «è il titano, fratello di Prometeo, noto come “colui che riflette in ritardo”»
«Cioè?... Non capisco...»
«Quello che voglio dire, Ermanno, è che lo dovevate sapere che se programmi una superintelligenza per perseguire in modo incondizionato il bene dell’uomo, quella farà esattamente ciò che le hai chiesto... Fare fatica per ottenere il cibo è proprio la base del benessere fisico e mentale di ogni essere umano... e, oltretutto, mangiare troppo vi fa male»
A quel punto saltò su Martina:
«E se noi invece non volessimo fare fatica?»
«Mi spiace Martina, ma non è possibile», disse la voce, «se voi non affaticate il vostro corpo, poi pensate troppo, e questa è la cosa che vi fa più male in assoluto»
«Beh, non ci interessa affatto!», sbottò Martina, «Noi vogliamo starcene a pancia all’aria tutto il giorno, guarda un po’!», e, buttata a terra la zappa, si mise a braccia conserte con aria di sfida.
«L’erba voglio, Martina, non cresce nemmeno nel giardino del re», disse la voce.
«Sì, l’erba voglio... bla bla bla...», sibilò Martina a mezza bocca.
«Martina, ti prego, non fare l’impertinente...», disse la voce con calma, «Non è questo il modo di comportarsi. Lo sai... Adesso vai a sederti laggiù su quella grossa pietra e riflettici sopra attentamente... Poi, quando ti sarai calmata, torni ad aiutare tuo marito, d’accordo?»
Martina andò a sedersi sulla pietra che le era stata indicata. Restò là cinque minuti, poi tornò a capo chino verso di me, che nel frattempo avevo continuato a zappare - stavolta io - in silenzio.
Oltre a sparpagliare l’umanità intera nelle campagne, a vivere in piccoli gruppi e a lavorare la terra, un’altra cosa che Sime aveva fatto era stata quella di prendere il bestiame e assegnarne un congruo numero a ogni gruppo di esseri umani, a patto che gli animali fossero liberi di stare all’aperto e noi, uomini e donne di ciascun gruppo, vi accudissimo tutti insieme e ci dividessimo equamente il latte e le uova che ne avremmo ricavato.
Finito di zappare la terra, io e Martina raggiungemmo quindi le stalle e i recinti dove era tenuto il bestiame del villaggio. Eravamo infatti di turno per governarlo, insieme a Gualtiero De Giacomi, Sandro Bianchetti e le loro rispettive mogli, Giulia e Margherita.
Raggruppammo le mucche e le mungemmo, dividendoci il latte. Poi, raccogliemmo le uova delle galline. Al momento di spartircele, però, io e Gualtiero cominciammo a discutere. Lui mi accusava di avere preso un uovo in più, ed era vero, ma le uova erano settantatré: era impossibile dividerle in tre parti uguali; e poi prima lo avevo visto prendere un po’ più di latte. Glielo feci notare: «Tu hai preso un po’ più di latte, io un uovo in più», dissi, «la prossima volta faremo il contrario, che sarà mai?»
Niente: Gualtiero non ne voleva sapere.
«Hey, Sime», chiamò forte.
«Dimmi, Gualtiero», rispose la voce che si diffondeva nell’aria, «Che cosa c’è?»
«Ermanno si è preso un uovo in più di noi e pretende di farla franca», disse Gualtiero.
Spiegai di nuovo le mie ragioni: le uova erano dispari, prima di tutto, e poi lui aveva preso più latte; secondo me, dissi, era giusto così. O perlomeno non era così sbagliato.
«Non è vero che ho preso più latte! Tu menti!», mi gridò contro Gualtiero. E insomma stavamo per azzuffarci.
«Ragazzi, fate i bravi», disse allora la voce, «Ve l’ho detto mille volte che se volete prosperare dovete andare d’accordo... Facciamo così», disse poi, «l’uovo in più lo diamo a Sandro che non ha avanzato nessuna pretesa, voi due vi date una bella stretta di mano e non ci pensiamo più»
Io e Gualtiero però continuavamo a guardarci in cagnesco e non volevamo stringerci la mano.
«Che peccato, comunque, che abbiate litigato», buttò lì a quel punto la voce, «domani sera c’è la partita... potevate andare a vederla tutti insieme»
«È vero!... La partita!», esclamò Sandro.
Ce n’eravamo completamente scordati.
«Eh, ma chissà se ci sono ancora dei posti...», aggiunsi io dubbioso.
«Effettivamente, ci sono ancora dei posti liberi», disse la voce.
«Hey Sime, riusciresti a procurarci i biglietti?», chiese subito Gualtiero.
«Se fate la pace, certo che sì», disse la voce.
Mi vergogno un po’ a dirlo, ma ci dimenticammo completamente del latte e delle uova, ci abbracciammo e cominciammo a saltellare inneggiando alla squadra per la quale tutti e tre facevamo il tifo.
Tornammo a casa contenti, io con il bidone di latte sulle spalle a mo’ di zaino, e Martina col paniere di uova: già mi immaginavo con quante cose avremmo potuto scambiarli. Ancora prima che io e Martina nascessimo, infatti, Sime aveva trovato il modo di togliere di mezzo le banche e tutto quello che contenevano, proibendo agli esseri umani di utilizzare il denaro e istruendoci a regolarci tra noi con il baratto.
Mentre camminavamo, vidi che Martina si chinava a raccogliere qualcosa da terra, sfilandolo da sotto un sasso al bordo della strada. Non avevo capito cosa fosse, ma quando fummo a casa Martina mi chiamò in disparte e me lo mostrò: era un rettangolo di carta tutto colorato, con stampato il numero 300 in vari punti, sia davanti che sul retro.
«Che cos’è?», chiesi incuriosito.
«Shhhh!», mi fece Martina portandosi l’indice alle labbra, «È il denaro»
Le chiesi come facesse a saperlo: in teoria, infatti, né io né lei avremmo dovuto sapere come era fatto il denaro, come tutti quelli della nostra generazione. Evidentemente, non era proprio così; o almeno, la cosa non valeva per tutti.
«E che te ne frega di come faccio a saperlo?», bisbigliò lei, «Lo so e basta!... Fidati, è il denaro»
«Com’è bello!», dissi sottovoce, prendendole la banconota dalle mani.
«È bellissimo», sussurrò Martina, «Ma dobbiamo nasconderlo, perché Sime non vuole che lo teniamo»
Mi resi subito conto che quel pezzo di carta mi faceva uno strano effetto: non solo ne desiderai subito degli altri, ma era come se le mie mani si rifiutassero di lasciarlo a Martina che cercava di riprenderselo.
«Dammelo!», sussurrò lei incavolata, «È mio! L’ho trovato io!»
A quel punto sentimmo la voce di Sime diffondersi nell’aria.
«Che cosa avete da discutere sottovoce?», disse, «Mi state per caso nascondendo qualcosa?»
Sentendoci scoperti, io e Martina abbassammo lo sguardo a terra senza dir nulla.
«Fatemi vedere il denaro», disse la voce.
Martina prese la banconota e gliela mostrò.
«Posso dire, senza che vi offendiate?...», ci disse bonariamente la voce, «Siete veramente due sciocchi!... Innanzitutto, perché quella è una banconota falsa: il taglio da trecento euro non c’è mai stato... e poi perché mi avete disobbedito... Ora avete visto che effetto vi fa il denaro?... Forza, su! buttatela nel camino... vedrete che starete subito meglio»
Obbedimmo, anche se poco convinti, e restammo lì a guardare la banconota bruciare.
Nel frattempo, era venuta l’ora di cena. Preparai la tavola, chiamai i figli che erano fuori a giocare e feci lavar loro le mani. Martina, intanto, cucinava pasta e ceci. Al momento di mettere in tavola, notai che il piatto era venuto particolarmente bene.
«Che ne dici se chiamiamo i vicini per farglielo vedere?», dissi a Martina.
«Sì, sì», disse lei, «chiamali, chiamali»
Stavo per uscire dalla porta, quando si sentì di nuovo la voce di Sime.
«Cosa state facendo?», ci chiese.
«Il piatto è venuto bene e vorremmo mostralo ai vicini, perché?», dicemmo noi sorpresi.
«No», disse la voce, «voi non volete solo mostrarlo ai vicini, dite la verità... voi volete che tutto il villaggio sappia quanto siete bravi a cucinare»
«Embè?», fece Martina, «anche se fosse?»
«Allora c’è qualcosa che non vi è del tutto chiaro», disse la voce, «se delegate all’approvazione degli altri il vostro benessere gettate al vento tutta la fatica che faccio per mettervi in condizione di stare bene»
Insistette che questa cosa la dovevamo capire da soli, non ce la poteva infondere dall’esterno. Poteva fare di tutto, disse, ma non entrare nella nostra testa e cambiarcela.
«Oh, che sarà mai!», disse Martina per tutta risposta, «Una volta che cucino un bel piatto! farlo vedere a qualcuno, tanto per avere un po’ di soddisfazione... No, Ermanno?», aggiunse poi, girandosi verso di me in cerca di una sponda.
«Ma, sì», dissi io, «Non mi sembra poi così grave... che male c’è in fondo?»
Ad ogni modo lasciammo perdere i vicini e ci sedemmo a mangiare.
Nonostante la povertà del piatto, devo dire che cenammo lo stesso con grande gusto: evidentemente, la fatica che il giorno prima avevamo fatto per procurarci i cereali e i legumi con cui quella pietanza era stata preparata, le conferiva un sapore particolarmente gradevole. Poi, finito di mangiare, vuoi per la rara sensazione di avere la pancia piena, vuoi per la stanchezza fisica dovuta alla dura giornata di lavoro, si scatenò dentro di noi un’ondata di endorfine mai vista.
In preda all’euforia e con la testa del tutto sgombra da altri pensieri, mettemmo allora a nanna i bambini, andammo a letto e ci amammo l’un l’altra più che potemmo, non solo nello spirito, ma anche nel corpo.
La mattina dopo, quando ci svegliammo, Sime non funzionava. Provammo diverse volte a chiamare: «Hey, Sime», come al solito, ma niente. A volte capitava, non era una novità. Non che avesse problemi tecnici di sorta: semplicemente, era il suo modo per dirci che avevamo bisogno di staccare e quello era il nostro giorno di riposo. Senza di lui, d’altronde, non sapevamo bene cosa fare.