Non necessariamente
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Non necessariamente

 

 

Da qualche anno non aveva più ombra, anche se se ne era accorto con il ritardo che si accumula, inevitabilmente, intorno alle cose che non si vogliono vedere. Bisogna dire che non si era trattato di una sparizione improvvisa - non è che in una mattina di sole splendente avesse notato il marciapiede sotto di lui stranamente vuoto - ma di una sottrazione graduale, come la caduta dei capelli o la perdita della fiducia, cose che cioè si consumano per gradi impercettibili fino al giorno in cui qualcuno te lo fa notare - a volte noi stessi.

Il fatto però è che non glielo aveva fatto notare proprio nessuno, e per molto tempo neppure lui se ne era accorto. Quando finalmente se ne rese conto, cercò di ricordare l'ultima volta che l'aveva vista con certezza. Era estate probabilmente, un pomeriggio di luce obliqua in un cortile, al tramonto, e lui aveva guardato la propria ombra allungarsi sul selciato con la soddisfazione vaga e irragionevole che quelle sagome stiracchiate spesso producono. Ma quanti anni fa, esattamente, non sapeva dire. Forse tre, forse quattro. Con le ombre, come con le persone che consideriamo importanti, si ha sempre l'impressione di averle viste più di recente di quanto non sia.

Non ne parlò con nessuno, per le stesse ragioni per cui non si parla di certe perdite, la difficoltà di spiegarle senza sembrare sprovveduti o esagerati, e la sensazione sgradevole che l'interlocutore, nel migliore dei casi, sarebbe rimasto perplesso.

Si adattò per quello che poteva. Evitava i giorni di sole forte, sceglieva i lati della strada più scuri, sedeva sempre all'interno nei locali. Aveva anche sviluppato, con il tempo, una certa abitudine nel non guardare mai a terra nei momenti critici, che è comunque una competenza applicabile ed efficace in molte più situazioni di quanto non si creda.

 

L'incontro avvenne a novembre, un mese adatto alle situazioni serie, un giovedì apparentemente qualsiasi, senza preavviso, su un marciapiede che non aveva nulla di particolare. Lui camminava privo di una precisa direzione, solo per sgranchirsi un po' le gambe e le idee, quando all'improvviso notò, sul lato opposto della strada, una sagoma scura che si muoveva con una sicurezza che gli apparve, per ragioni che non sapeva formulare, familiare e insieme irritante. Si fermò. La sagoma attraversò la strada senza guardare, con quella noncuranza che si ha quando si è certi che le automobili si fermeranno, e in effetti si fermarono.

Era la sua ombra, non aveva dubbi, sebbene non avrebbe saputo spiegare in base a cosa ne fosse certo - la forma delle spalle, il profilo del viso, forse, o un certo modo di occupare lo spazio che riconosceva come proprio. Sembrava più definita di quanto non ricordasse, e aveva - per quanto possa sembrare una constatazione difficile da associare a un'ombra - un aspetto complessivamente riposato, e questo lo colpì in modo particolare.

Si fronteggiarono sul marciapiede. La sagoma non sembrò sorpresa.

«Stai bene», disse lui. Non era una domanda.

«Abbastanza, grazie», rispose l'ombra, con una cortesia che non escludeva la freddezza. «Tu meno, direi.»

Lui non protestò, perché non era il tipo da prendersela di fronte a una verità incontestabile, e perché giustificarsi con la propria ombra gli sembrava comunque una posizione difensiva difficile da sostenere. Disse invece che erano anni che non si vedevano, il che era ovvio, e che non si era mai capacitato del perché se ne fosse andata. L'ombra sospirò - o emise un suono che nel mondo del buio equivaleva a un sospiro, qualcosa che potremmo definire come un lieve addensarsi, un momento di densità maggiore.

«Non me ne sono andata», replicò. «Sei tu che hai smesso di proiettarmi.»

Lui considerò questa spiegazione più a lungo di quanto fosse necessario, poi concluse di non voler approfondire la distinzione fra il compiere una scelta e provocarla, ammesso che in questo caso specifico fosse possibile. L'uomo chiese cosa facesse adesso, l'ombra rispose che viveva bene, che si era sistemata - quella parola, sistemata, lo ferì in modo indefinito ma prepotente - in un quartiere che lui non conosceva, che aveva delle nuove abitudini, delle passioni, qualche conoscenza. Non molte, precisò, ma selezionate.

«Hai delle conoscenze?», ripeté lui.

«Alcune.»

«Altre ombre?»

«Non necessariamente.»

Camminarono un poco insieme, per inerzia, per quella difficoltà che si ha, dopo un incontro inaspettato, a trovare il momento giusto per salutarsi. La sagoma si muoveva sicura, come se il marciapiede le appartenesse, cosa che, in un certo senso, era vera.

L'uomo a quel punto chiese se avesse mai pensato di tornare, e l'ombra allora gli rivolse qualcosa che assomigliava a uno sguardo - le ombre non hanno occhi, ma sanno guardare meglio di molti che li hanno - e disse che no, non lo aveva mai considerato, che tornare le sembrava la parola sbagliata e che in ogni caso non spettava a lei una decisione di quella portata, ma a lui.

«Dipende da me?»

«Dipendeva. Adesso in effetti non più di tanto.»

L'uomo avrebbe voluto chiederle molte altre cose - quando esattamente, perché, se c'era stato un momento preciso in cui qualcosa si era rotto o il loro rapporto si era semplicemente consumato, e insomma quando lei aveva deciso di andarsene o lui di non volerla più, non aveva ancora capito bene la differenza - ma era novembre, cominciava a fare buio presto, il tempo dell'incontro stava per forza di cose per finire, e in ogni caso aveva la sensazione che le risposte non l'avrebbero aiutato quanto avrebbe desiderato.

«Potresti darmi un recapito», disse invece, con il tono di chi avanza una proposta ragionevole.

«A cosa ti servirebbe?»

In effetti non lo sapeva, così rimase in silenzio, che era la risposta più onesta possibile di fronte a quel tipo di domanda.

All'angolo si salutarono. La sagoma si avviò lungo la via con quella stessa sicurezza che aveva notato prima, mentre lui continuò a seguirla con gli occhi finché non si confuse con l'oscurità della sera che avanzava inesorabile.

 

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