La cosa sbagliata
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La cosa sbagliata

 

«C’è qualcosa che non mi convince, dovrebbe farsi urgentemente vedere da un chirurgo».

«Potrebbe gentilmente essere più chiaro?»

«Ci sono alcune zone ipoecogene che destano preoccupazione».

«Potrebbe essere dovuto a qualche trauma? Qualche tempo fa, mentre giocavo con mio figlio, senza volerlo, mi ha piazzato un calcio proprio…»

«Senta, la interrompo subito, non credo si tratti di un trauma. Come può vedere dall’ecografia, le zone degne di nota sono ampiamente vascolarizzate, è molto probabile che si tratti di un tumore».

A casa mia, sin da piccolo, la parola tumore è sempre stata una parola impronunciabile, sembrava portare con sé tutto il dolore della malattia e non menzionandola si provava a esorcizzare l’evento nefasto. Quando i miei genitori raccontavano di qualche loro conoscente che si era ammalato di tumore, solitamente dicevano: quello tiene ‘o fatto malamente, ha la cosa sbagliata, come per sottolineare un errore nella perfezione della vita. Al me bambino quella frase ha sempre fatto più paura della parola tumore, ma ho sempre evitato di dirlo ai miei genitori. Capivo che anche quello era un modo per proteggermi dal dolore.

Questa volta la cosa sbagliata l’avevo io e chi me lo stava dicendo non stava utilizzando nessun giro di parole, nessuna frase ad effetto che nascondesse l’evento nefasto o che mi proteggesse da esso, ma la pura verità, servita con freddezza da chi ha fretta di passare al prossimo paziente che attende in sala d’attesa. Mi sono alzato dal lettino attonito, incapace di realizzare ciò che mi stava capitando. Provavo una sensazione strana, mai provata prima, mi sentivo come in una bolla di vetro. Tutto intorno a me era ovattato. Ero fuori dal mondo pur muovendomi in esso. Il medico mi parlava, ma non lo capivo; diceva qualcosa di tecnico o forse mi riferiva gli aspetti amministrativi per il ritiro del referto. Oramai lì, davanti a lui, c’era solo il mio corpo, la mia mente era altrove: alla normalità della mia vita, alla mia famiglia. In quel momento stavo realizzando di non essere invincibile.

Terminate le pratiche burocratiche per l’esame che avevo appena effettuato, sono uscito dall’ambulatorio senza sentire la terra sotto i piedi, la sensazione di alienazione mi attanagliava, mi toglieva il respiro. Ho raggiunto la macchina che avevo parcheggiato poco distante, ma mentre stavo per inserire la chiave nella portiera l’ho lasciata cadere.

Ho iniziato a correre.

L’aria fredda mi tagliava il viso. Mi sentivo addosso gli occhi delle persone, stupite di vedere un uomo in giacca e cravatta correre come se fosse al parco. La città aveva colori e profumi diversi. Sono arrivato fino a casa mia. Tutte le luci erano spente. Poi ho alzato gli occhi verso la finestra del piano superiore e ho visto una luce accendersi.

Tutto era silenzioso. Tutto era come l’avevo lasciato prima di andare al laboratorio per il controllo. Fuori di me, nulla era cambiato. In quel silenzio, da una finestra socchiusa, ho sentito le risate di mia moglie che giocava con i bambini.

 

Ho tirato fuori dalla tasca le chiavi di casa.

 

Sono entrato.

 

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