La lontananza
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La lontananza

 

Quella mattina un po’ scarica, consumata quasi, ma anche speranzosamente illuminata di metà settembre, se capite quello che intendo, se non ritraete indignati lo sguardo di fronte a un tale bizzarro accostamento di avverbi e di aggettivi, se non chiudete il libro per prenderne un altro, uno più sereno, più coerente e intatto: non lo fate, non riuscite a voltare pagina, semplicemente perché ne avete vissute pure voi di queste mattine, o ne avete viste vivere, sì, avete osservato qualcuno che avreste potuto amare passare una di quelle mattine in cui si ha l'inconfessabile sensazione di aver dimenticato qualcosa di significativo, qualcosa che sarebbe stato non solo appagante, buono, dolce, ma coraggioso e soprattutto autentico ricordare… Insomma, quella mattina Tea si era alla fine decisa, senza neanche troppo rammarico, a mettersi il maglioncino verde-mela con le maniche a tre quarti che era stato della Carla e che sua nonna, intuendola in difficoltà, senza fare commenti, le aveva portato stirato a casa la settimana prima, insieme ai sacchetti della spesa, alle rose e al giornalino con le sue amate parole crociate – quando era piccola, l'estate dei suoi nove anni forse, Tea se le trascinava sempre sulla spiaggia, così sua madre era stata costretta più volte a trovare una scusa per spiegare alle amiche come mai lei tenesse lo sguardo basso e non volesse mai giocare con le sue coetanee, “sai, Tea adesso, con il pianoforte e tutto, è davvero parecchio impegnata. Sembra… Che abbia talento. Uhm, purtroppo questo, a quanto pare, significa anche che presto il nostro vecchio verticale non sarà abbastanza, eh, Tea? Ahahah. Oh, non è che non lo si faccia volentieri, figuriamoci… Lei poi è molto attenta e non ci fa spendere un centesimo in eccesso. È una bambina estremamente responsabile, intelligente e sensibile” e “Amore! Amore, vieni un attimo per favore. Guarda, tua figlia è proprio un bel tipetto non è vero?!”, anche se in privato lo chiamava per nome, senza diminutivi, banalmente perché non ce n’erano, “Non ha preso da me, eh, non ha preso da me!”: ma sua madre le voleva un mondo di bene e Tea, sotto molti aspetti, era poi pure sicuramente cambiata.

A Tea, d’altronde, della moda non importava un granché, era una delle cose a cui si era da tempo rassegnata a non corrispondere, a cui probabilmente non era destinata, quello dei vestiti e simili era per lei uno degli argomenti a proposito dei quali mostrarsi superiori a volte e comunque di sicuro di cui sorridere un po’ sfrontati ed enigmatici di fronte agli altri, per far capire che si capiva, non nei dettagli, ma si capiva, certo che si capiva (e si soffriva, specialmente dopo essere cambiati, perché non si cambia mai fino in fondo e quello spazio rimane, incolmabile: siamo dei naufraghi, fuggendo abbiamo dimenticato in un altrove lontano qualcosa di nostro).

Ma, chiariamolo subito, questo non vuol assolutamente suggerire che a Tea di essere bella o brutta non fregasse nulla.

Anzi… – “(sconvolta) non farlo mai più, tesoro, ti prego, promettimelo! Io… Io non so neppure dove tu possa averle trovate quelle forbici! Questi capelli così… Tesoro mio… Amore bello! Tesoro! Amore, amore mio… Io… Promettimelo, amore! Guardami! Guarda la mamma, Tea! Sono qui, amore! Tea? Li sistemiamo, ok? Tea?”.

In ogni caso, quella mattina un po’ afosa di metà settembre Tea aveva indossato il vecchio maglioncino verde, nonostante non le donasse appunto particolarmente – era a campana, aveva un buchetto sotto l’ascella sinistra di cui sua nonna non si era accorta ed era impregnato dell'insopportabile profumo alla pesca della cugina: guardandosi, Tea non aveva potuto trattenere un sospiro di sconforto davanti allo specchio, infastidita altresì dalla sua coesistenza – e lo aveva indossato sostanzialmente solo perché il twin set in seta verde-notte lei preferiva tenerselo buono per l’evento di sabato, per l’occasione propizia in cui plausibilmente si sarebbe deciso il futuro della propria giovane e promettente carriera.

Alla prospettiva di sabato, Tea era infatti già talmente scossa ed emozionata da non dormirci letteralmente la notte, se si fermava a pensare a quello che sarebbe effettivamente accaduto, lei si metteva a ridere come una bambina per la strada, davanti a tutti, e, inoltre, aveva anche fermamente deciso che, per la prima volta in vita sua, dopo tanta fatica, lavoro e grandi sacrifici, avrebbe speso almeno una parte di quei soldi per farsi un regalo: ancora non sapeva nello specifico cosa, ma avrebbe scelto qualcosa che sarebbe durato per sempre.

Sabato, per Tea, significava veramente credere che i desideri possono avverarsi.

Tra l’altro, lo stesso identico discorso del maglione valeva a quel punto pure per il foulard, i lunghi capelli mossi lasciati sciolti sulle spalle e specialmente per le sue ballerine in pelle lucida nere – “ingenue!”, aveva riso una volta lui, al tramonto, guardandola intenzionalmente dritto negli occhi, sfidando il destino e tutte quelle chiacchiere, della serie: “eccoti” – col fiocchetto di ciniglia che ci aveva cucito sopra proprio lei stessa anni prima sotto l’occhio attento della bisnonna Nina, che non gliela faceva passare una: e se ora Tea le avesse irrimediabilmente sporcate? Se qualcuno le avesse pestate, anche, dai, anche non in maniera volontaria? Se alla fine fosse sul serio piovuto? Si era a metà settembre, l’estate era quasi finita e non c’erano certezze…

No, no, meglio di no, meglio lasciarle al sicuro nella scatola in cima alla scarpiera e accontentarsi per il momento di qualcosa di diverso, tanto le ballerine non erano nemmeno nuove, non le avrebbero fatto male, e il fiocchetto, casomai le fosse sembrato davvero inappropriato a un contesto chic ed esclusivo, si sarebbe potuto pure togliere e poi rimettere senza difficoltà.

Voi non la conoscete, ma Tea, del resto, era unacosì: lei era una che canticchia da sola la musica classica per strada, una che dimentica solamente quello che vorrebbe ricordare, una che dice ingenuamente e senza vergogna la verità.

Lei era capace di ispirare meravigliosi sogni e impossibili armonie.

Lei era vera e più reale della realtà.

Tea era… Lei era, be’, Tea era molte cose, bellissime, astratte e tristi, ma, nonostante tutto e dopo tutta la poesia, è vero anche che lei… Tea purtroppo in conclusione rimaneva sempre e più di tutto una di quelli che combattono e sentono di doverlo fare tutta la vita: a quel punto, quando lo scopriva e si esauriva la magia, la maggior parte della gente se ne andava via e non soltanto l’abbandonava, ma, indignata e spaesata, recriminava, dato che riteneva di non aver ricevuto il tesoro che le era stato promesso.

Ciò, per chi resta, può essere molto doloroso e doppiamente confondente - “(piangendo, ma non fuori: dentro) io sono qui davanti a te, sei tu che non mi vedi. Non posso insistere perché non capisco e perché ho paura”.

Comunque, dato che Tea in genere non si truccava affatto, quella mattina un po’ misteriosa di metà settembre, in cui molte cose opposte sarebbero potute succedere, se lo si fosse voluto, perché “la lontananza è anche una preghiera”… Già, quella mattina lei aveva preso unicamente l'insostituibile borsa di pelle dal ripiano della cucina (la teneva lì, dove non c'era il rischio che si sporcasse, ma dove non era costretta neppure a salire su una sedia per raggiungerla), infilato le chiavi e un fazzoletto di lino rosa in tasca, lei aveva pescato dalla credenza un pacchettino monodose di morbidi biscotti al cioccolato fondente, per evitare che il suo stomaco iniziasse a rumoreggiare davanti a tutti e avere qualcosa da fare nel caso in cui le cose si fossero messe male (era un trucco che le aveva insegnato la sua amica Caterina, la sera ventosa di marzo in cui le aveva confessato la data del proprio compleanno), e aveva chiuso con un colpo secco di fianchi il pesante portone di casa (Tea aveva entrambe le mani occupate, perché doveva mettere ancora i biscotti dentro la borsa, lei era unacosì…).

Ragionando in fretta, visto che era come sempre in ritardo e, non avendo mai preso la patente, rischiava di rimanere a piedi, aveva sostituito al volo le ballerine con delle comode scarpe da ginnastica, lasciato un piattino di cibo per i numerosi ed esigenti gatti del quartiere davanti ai gradini dell'ingresso e infine stretto voluttuosamente al collo la solita sciarpa di lana gialla a quadrettoni neri.

Sulla soglia, le era persino venuto in mente in extremis di spegnere la sua radiolina portatile, che doveva essere in ricarica in camera, motivo per il quale Tea aveva rifatto di corsa le scale, chiudendo gli occhi e contando forte fino a dieci per ignorare il suono incombente dell’allarme – se ne era accorta perché aveva riconosciuto in lontananza l'attacco del secondo tempo del suo concerto preferito, quello che per l'emozione non riusciva da un pezzo a suonare.

Alla fine, non aveva preso l’ombrello.

Insomma, quella era soltanto una banale mattina di metà settembre, ma, pensava Tea mentre saliva lentamente, ma senza creare code, i gradini della metro A, lei si sentiva abbastanza libera. O si sentiva sicuramente più libera di come era stata in passato, quando ogni pensiero che le passava per la testa era come un vortice, come la tempesta, come una trottola che non la smetteva di girare finché non le aveva esaurito tutta la sua energia (quando stare dentro di sé era tanto buio, spaventoso e asfittico: lui avrebbe dovuto considerarlo che lei era così disperatamente sola).

Ora, quella mattina, Tea era invece finalmente lei e desiderava esserlo – rideva, camminando, se ci rifletteva troppo su.

Se avesse dovuto o voluto descrivere quel cambiamento, Tea avrebbe spiegato infatti che era cominciato quando si era decisa a lasciar andare, a guardare l’universale piuttosto che i dettagli, a mettere se stessa al primo posto, come qualcuno di realmente importante e, be’, degno.

Uff, tutto era iniziato quando Tea aveva smesso di preoccuparsi di tutto, di darsi la colpa per ogni situazione.

Considerate che da qualche mese Tea aveva smesso addirittura di truccarsi e non è che non ci soffrisse a sentirsi costantemente inappropriata, diversa, fuori luogo: ci soffriva, lei ci soffriva sempre.

 

(Ehilà!/ Oh, ciao, eccomi! Che casino, mannaggia! (Inudibile) Ecco, ci sono quasi… Ecco/ Ciao!/ Ciao, bella ragazza. Ci credi se ti dico che stanotte ti ho sognata, signorina? Com-/ Eh?/ Oh, ma stai leggendo! Dai, Tea, potresti smettere di leggere, dato che ti sto parlando/ Ah, certo, certo, scusami! Finisco la pagina e arrivo/ Va be’, guarda, ho il libro nello zaino, non cerco il-/ Arrivo, arrivo, un attimo… E- ecco! Non la far lunga: eccomi. Finito. Uhm. (Inudibile) Tu però reggiti forte, eh! Così è pericoloso. Ehi, stai attento! Ehi! Ehi!!/ Ok, sì. Ci sono. Stai tranquilla. Eccomi. Tea. Eccomi, Tea. (Inudibile)/ (indescrivibile) Ok. Ok, ahah. Be’, insomma, ahah?/ Sentiamo, ragazza, <insomma> cosa? Che ide-/ Cioè, io intendevo: alla fine ieri sera hai finito poi di preparare la lezione, o no? Scommetto che ci sarà un piano b stamani per la quarta c! Anche i migliori, a volte…/ Ehi, buongiorno e buonasera, ahahah… Be’, eh, preparata, preparata, tranquilla. (indistinto) Faremo la versione. Già. Cicerone. Ehm…/ Bene, ahaha! Siete dei ragazzi fortunati! Cicerone! Wow!/ <Wow>? Ahahah/ Ahah, non so perché l'ho detto in effetti/ Ok, sì, sei in giornata, sì, in… Comunque, hai dormito bene stanotte? Tutto passato? Volevo-/ Sì sì, risolto. Scusa se ti ho rotto le scatole, anzi/ Ma t'immagini! Non ricominciamo con questa storia. Scusa te se stamani non ti ho richiamato, ma ho fatto veramente tardi con la versione e-/ Ok, ok, va bene, basta. Basta… Ma guarda qua! Incredibile! Com'è strano il tempo, stamani!/ Eh, davvero! Non si capisce neppure bene… Ma, senti, è da ieri sera, poi, col discorso della… Tea, senti, già che ci siamo… Senti. Posso parlarti, Tea? Lo so che magari non è il momento “perfetto”, però siamo sempre di corsa e…/ (indistinto) Cosa?/ Senti, posso parlarti, ora, Tea? Che c'è? Cos'è? (sullo sfondo)/ Cosa… Hai… Ma adesso? All'improvviso, non ti sento bene, ahah: la metropolitana!/ Aspetta… Adesso? Mi senti, ora?/ Io… Mi dispiace! Meglio in un altro momento… Mi dispiace, scusa. Scusami. Ok, ahah (le batte fortissimo il cuore: “sei la persona più ansiosa che conosca”)/ (aria) Senti, è difficile, Tea, lo so che è complicato, lo è per entrambi, credimi. Il fatto è che io… Io ci ho riflettuto parecchio, Tea, e – ascoltami, ti prego – io… Io sono io, Tea. Guardami-/ Mi dispiace, signore, non l’avevo vista. Passi, passi/ Ci pensi, Tea, noi stiamo più o meno insieme da dieci anni! E dieci anni, soprattutto per duecomenoi, sono un sacco di tempo! Sì, lo so, lo so che questo non significa… Cioè… Allora, quello che voglio dire, quello che sto provando a dirti è che, se ti va, la mia proposta è sempre valida. Se ti va, la mia proposta è sempre valida, Tea/ (altrove, lontano) Ok, ok, grazie! Grazie mille, ma… Ma io non sto sentendo! Perché continui a parlare se ti dico che non riesco a sentirti?!/ Se venissi con me, troveresti un posto anche tu, Tea. Ne sono sicuro al cento per cento. Insomma, all’inizio sarebbe dura, ma certamente ci sarebbero più occasioni là che qui, con il tuo talento. Per il resto, per “il resto”, cioè, al di là del lavoro, che, ti ripeto… Noi possiamo farcela, lo credo veramente. Chissà, potrebbe essere che ci troviamo bene, potrebbe persino essere meglio di adesso. Potremmo vedere se riusciamo a cavarcela, noi due da soli, da adulti. Ora, ora ti sto parlando il più seriamente che riesco, Tea, su questa metropolitana, ma-/ Chiaro! Ne discuteremo quando riuscirò a sentirti, d'accordo? Che casino!/ Lo sai che devo dare oggi la risposta, Tea. Lo sai benissimo. Abbiamo rimandato anche troppo, è il momento. Però, Tea quello che… Io ti amo, Tea. Ci ho pensato tutta la notte. Io ti amo ed è questo quello che volevo dirti stamattina, Tea (Vicino)/ No, non fare così, non adesso, per favore. Pure io ti amo. Lo sai… Ti amo, ma basta sul serio, io devo-/ Tea… Io ti amo e ti amo in un modo che non capisco tutto, Tea (vicinissimo)/ Tieniti forte! Attento! Ohi! Per favore, stai attento!/ Io ti amo, Tea, e per questo non posso continuare a farmi condizionare la vita da te senza uno straccio di certezza/ (dentro, nuotare) Mi dispiace, mi dispiace tanto. Tanto, mi dispiace tanto/ Sì, io… Io posso rinunciare, Tea, ci ho pensato molto ed è questo che volevo dirti stamattina. Io l’ho realizzato, sono sicuro. È incredibile, ma io rinuncio: l'ho già fatto in un certo senso/ Non ti chiederei mai-/ Io ho rinunciato e ti amo, Tea, e tu devi darmi qualcosa. Di questo volevo parlarti. Ho deciso di non andare, non posso andare, Tea, ma… Non dico in cambio, perché io, te l’ho detto, ho già…/ Cosa stai dicendo? Cosa…/ È così, io ho già rinunciato… Però, Tea. Amore… Dieci anni e non hai mai… Però, ti prego, non girarti dall'altra parte, stavolta. Ecco: non girarti dall’altra parte, Tea, è l’unica cosa che ti chiedo. Sarebbe troppo doloroso per me (vicinissimo, al chiaro di luna)/ (lo spazio incolmabile) Basta, ti prego. Io ti amo, ma a volte vorrei che tu sentissi quello che io ho… Mi stringe così forte e… Io… Io però ti amo/ Io lo so, amore. Mi dispiace tanto, infatti ti sto solo…/ La mia fermata: la prossima è la mia fermata. Mi dispiace, devo scendere/ Un attimo, Tea, fammi finire… Perché io lo so, amore, ma, a volte è come se io, per te-/ (sullo sfondo) Prego, prego, signora: si sieda, devo scendere/ Per favore, amore. Guardami… Come è possibile che io lascio tutto e tu non riesci nemmeno a…(più lontano: fa paura)/ (in lontananza) Io non ti sento. Io non posso… Tutta la mia vita… (come naufraghi: nuotare)/ Non è un sacrificio, io voglio stare con te! Io ti amo, Tea. Tu sola mi rendi quello che sono. Noi siamo ancora in tempo, Tea. Forse-/ Non c’è tempo, io devo andare. Devo andare, amore. Questa è la mia fermata, è la mia fermata. Tu-)

 

La lontananza, invece, be’ la lontananza per Tea in un certo senso era il contrario della libertà e, cioè, La Lontananza era sentire la mancanza.

Lei se lo sussurrò senza rifletterci su – o capire perché lo stesse facendo – proprio quella mattina di metà settembre, mentre poggiava la sua borsa preferita nel sedile vuoto della metro accanto a lei.

Con indosso il twin set verde-cielo (sì, quella mattina di metà settembre era un po' fredda).

Perché la lontananza, rispetto alla mancanza, è però la speranza di poterla colmare.

È non avere la forza magari di avvicinarsi, ma possedere dentro di sé, pure inconscia, la forza di aspettare - “non puoi salvarmi”.

La lontananza è la tempesta, il vortice, ma è anche sempre una preghiera: “ma torna”.

 

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