Michele non era morto, e questo rappresentava un problema amministrativo di notevole entità. Secondo tutti i sistemi sanitari automatizzati, era deceduto sei mesi prima, il 17 aprile alle 14:32, per un arresto cardiaco. Però, per quanto si sforzasse, non ricordava di averne mai avuto uno. In effetti possiamo credergli, perché per quanto uno possa essere sbadato, è difficile dimenticare di aver sofferto un infarto.
Ma è qui che bisogna sottolineare che il problema non era tanto essere stato dichiarato morto, cosa che può capitare a chiunque in un'epoca di algoritmi imperfetti, quanto il fatto che il sistema rifiutasse categoricamente di riconoscere il suo errore.
"Mi dispiace, signore," disse la voce melodiosa dell'assistente virtuale del Sistema Sanitario Nazionale, "ma non posso programmare una visita per lei in quanto nei nostri registri risulta deceduto. Le persone decedute non necessitano di ulteriori cure mediche."
Michele quel giorno indossava un maglione grigino con scollo a V, come più o meno sempre. Era convinto che le persone che indossano maglioni dai colori non accesi possano risolvere i problemi del quotidiano con la pazienza e la cortesia.
"Ma non sono deceduto," insistette Michele, in realtà per la ventisettesima volta quella settimana. "Sono qui che sto parlando con lei."
"Mi dispiace signore, ma la comunicazione vocale non è una prova sufficiente di esistenza in vita. Potrebbe essere un familiare che utilizza un sintetizzatore o una AI memoriale."
Ah già, le AI memoriali. L'ultima trovata per far sentire i vivi meno in colpa per non aver prestato sufficiente attenzione ai defunti quando erano ancora in vita. Caricavi tutti i dati del defunto in una applicazione, allegavi un paio di messaggi vocali per ricreare fedelmente la voce, e voilà!, potevi continuare a ignorarlo proprio come facevi quando era fisicamente presente, ma con la consolazione che ora lui non se ne accorgeva davvero. Il mondo moderno era così premuroso.
Michele sospirò e uscì dalla cabina di telemedicina. Fuori, il mondo continuava a funzionare con quella perfetta efficienza che solo i sistemi completamente automatizzati possono vantare: droni di consegna che sfrecciavano sopra le teste, veicoli autonomi che trasportavano persone - loro sì, ufficialmente vive - ai rispettivi appuntamenti, robot medici che pattugliavano le strade pronti a intervenire al primo segno di emergenza sanitaria. Una sicurezza e un vantaggio per tutti, ma non per Michele, che risultava ufficialmente un fantasma digitale.
La sua presunta morte all'inizio non era stata poi così impattante come si potrebbe pensare. Pareva più un inconveniente minore da raccontare agli amici durante l'aperitivo. Rassicurati parenti e conoscenti di non essere davvero defunto, aveva apprezzato il piacere di essere esonerato dalle continue telefonate dei call center che gli proponevano miracolosi cambi di piani luce e gas, visto che era stato depennato dai loro archivi digitali. Ma dopo due settimane, quando la sua tessera dei trasporti si era disattivata, aveva iniziato a trovare irritante tutta la situazione. La terza settimana, quando il suo frigorifero smart aveva smesso di ordinare cibo perché "le persone decedute non necessitano di nutrizione", si era preoccupato.
Ora, sei mesi dopo, Michele viveva ancora in un limbo amministrativo. Tecnicamente morto, biologicamente vivo, burocraticamente inesistente.
"Dovresti cercare di vedere il lato positivo," gli aveva detto il suo vicino, un uomo che distillava sempre pillole di ottimismo, persino nelle situazioni più catastrofiche. "Almeno non devi più preoccuparti della dichiarazione dei redditi."
Michele si diresse verso l'unico luogo dove ancora lo riconoscevano come vivo a tutti gli effetti, il Bar Analogico, un vecchio locale che ostinatamente rifiutava di connettersi a qualsiasi rete. La proprietaria, una donna anziana che tutti chiamavano semplicemente Nonna, serviva caffè reale in tazze reali a persone che pagavano con denaro contante, banconote e monete.
"Il solito? Ti vedo abbacchiato oggi," disse Nonna quando lo vide entrare.
Michele annuì. Era l'ultimo posto dove qualcuno pronunciava ancora il suo nome senza aggiungere "il defunto" o "fu".
Seduto al suo tavolo abituale, l'uomo estrasse dalla tasca un recente acquisto, un pacchetto di sigarette. Non aveva mai fumato in vita sua, ma ora che era ufficialmente morto, che male poteva fargli?
Fu allora che lo vide: un anziano in camice bianco seduto nell'angolo, che lo fissava. Non un camice medico olografico, ma un vero camice di stoffa, come quelli che i dottori indossavano prima che la medicina diventasse un algoritmo.
L'altro uomo si avvicinò. "È lei il morto?"
Michele esitò. Ammettere la propria identità, persino la propria assenza di identità, poteva essere pericoloso in un mondo dove un database decideva quello che eri.
"Forse," rispose cautamente.
L'altro sorrise. "Devo farle i complimenti. Lei è uno dei morti più vivi che abbia mai incontrato. Sa, un po' me ne intendo, prima che venisse completamente automatizzato lavoravo nel reparto diagnostico dell'ospedale centrale."
"E cosa vuole da me?"
"Voglio rivelarle che non è l'unico. Lo sa che anche io sono come lei? E non si tratta solo di noi due, siamo in centinaia, persone dichiarate decedute per errore dal sistema e poi intrappolate in questo limbo."
"E quindi?" Per darsi un tono Michele si accese una sigaretta, inspirò, tossì violentemente, e subito spense la cicca. Essere morti non rendeva in automatico cool, evidentemente.
"Quindi stiamo formando un gruppo, per rivendicare il diritto di esistere di tutti. O perlomeno, di chi è fisicamente vivo."
Michele rise di una risata amara. "Un sindacato dei morti?"
"Lo chiami così se preferisce," annuì l'altro. "E abbiamo bisogno di lei."
"Perché proprio io?"
"Perché lei ha qualcosa che gli altri non hanno. Può entrare nel Sistema Sanitario Nazionale, sappiamo che ci lavorava."
Era vero. Prima della sua "dipartita", Michele lavorava come tecnico informatico presso il SSN. Certo, adesso la sua tessera di accesso era stata disattivata, ma conosceva le reti, le password di emergenza, le backdoor.
"Cosa vuole che faccia?"
"Vogliamo hackerare il sistema," spiegò il vecchio medico. "Intendiamoci, mica puntiamo a far collassare la civiltà. Vogliamo solo diffondere un virus che faccia riconoscere al programma i suoi errori."
"Un virus?"
"Sì, lo abbiamo chiamato Lazarus. E, come le ho detto, lei ci potrebbe essere molto utile."
Michele rifletté. Senza dubbio era illegale quello che gli proponevano di fare, ma essendo morto anche il significato di legale e illegale diventava sfumato. In fondo le leggi si applicavano ai vivi.
"Se venissimo scoperti..."
"Cosa potrebbero farci?" sorrise l'uomo. "Ucciderci di nuovo?"
Quella notte, Michele sognò. Sognò di essere morto per davvero, e che tutto quello - il bug nel sistema, il medico anche lui ufficialmente defunto, il Bar Analogico - fosse solo un'elaborata fantasia creata dal suo agente AI personale per mascherare la drammaticità della sua vera e reale dipartita.
Si svegliò palpitante e con l'affanno. La prima cosa che fece fu controllare il polso. Il battito c'era. Forte, regolare, innegabilmente vivo. Bene.
Poi guardò il telefono. Sullo schermo lampeggiava un messaggio. Era il vecchio medico che sollecitava una risposta sul suo coinvolgimento nel piano.
E quindi? Cosa fece Michele a quel punto? Si unì alla resistenza dei defunti digitali? Hackerò il sistema? O accettò supinamente la sua condizione di fantasma in carne e ossa?
La verità è che non lo sa nemmeno lui, perché questo è il vero paradosso della nostra era tecnologica: puoi essere fisicamente vivo ma non esistere, o esistere senza essere vivo, e ogni evento può accadere senza sapere con certezza se ciò che crediamo vero esista realmente. L'unica notizia sicura è che Michele cambiò il suo maglione grigino con uno rosso acceso, perché se devi essere un ectoplasma, tanto vale essere un fantasma che si nota.