Un esemplare più unico che raro
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Un esemplare più unico che raro

 

Quando il dottor Mason sbucò dal folto della giungla mostrando a tutti il martin pescatore coi baffi che gli era volato tra le braccia perché spaventato dal terribile sisma che aveva scosso l’isola, fu accolto da uno scoppio di applausi. Qualcuno emise addirittura un surreale urlo di gioia. Erano vent’anni che lui e la sua squadra cercavano quell’uccello.

Erano arrivati alle Isole Salomone nei primi anni duemila su mandato del Center for Biodiversity and Conservation del British Museum of Natural History, di cui il dottor Mason era il direttore, e la loro missione era di riuscire se non altro a fotografare il rarissimo volatile del quale erano stati registrati soltanto due avvistamenti nella storia, uno negli anni Venti del Novecento e uno negli anni Cinquanta. Poi più nulla: si temeva addirittura che si fosse estinto.

Si trattava di una vera e propria spedizione internazionale di cui facevano parte, oltre che il dottor Mason e la dottoressa Betsema, sua moglie, il dottor Aerts, della Columbia University of New York, la dottoressa Alvarado dell’università di Città del Messico, il dottor Del Grosso, dell’università di Sydney, Aramia Iova, curatrice principale del Museo Nazionale delle Isole Salomone, Paloma Kemalya, che lavorava a progetti di conservazione in tutta la regione del Pacifico meridionale, e infine Doka Mamu, una guida locale.

Gli si fecero tutti intorno, visibilmente emozionati. L’uccello, chiamato Mbarikuku dai nativi dell’isola, era bellissimo e molto buffo allo stesso tempo. Col capo arancio e il corpo blu brillante, piuttosto grosso e sgraziato, era caratterizzato in modo inconfondibile da due vistose striature di piume bluastre – i cosiddetti baffi – che si estendevano ai lati del becco e dal caratteristico verso «ko-ko-kokoko-kiu» che emise proprio in quel momento, mentre tutti i ricercatori lo guardavano. Per poco la dottoressa Betsema non svenne. La dottoressa Alvarado e Aramia Iova si strinsero in un abbraccio. Era proprio un martin pescatore coi baffi, non c’erano dubbi: ce l’avevano fatta, lo avevano trovato davvero.

Il dottor Mason aveva dipinto sul volto lo stupore quasi infantile di chi, dopo aver inseguito un sogno per una vita e sul punto ormai di ritenerlo irrealizzabile, lo vede concretizzarsi davanti ai suoi occhi, praticamente da sé, senza capire né il come, né il perché sia potuto succedere. In effetti, il rarissimo volatile gli era volato tra le braccia di sua spontanea volontà, senza che lo scienziato facesse nulla per acchiapparlo. Doka Mamu, la guida, che in quel momento lo accompagnava, disse che probabilmente era stato il terremoto a spaventarlo. Cosa che, in verità, dava un sapore un po’ più amaro all’incredibile ritrovamento. In quella prospettiva, infatti, la cattura dell’uccello aveva richiesto un prezzo altissimo: Nughupua, una delle isole Salomone, visibile ad occhio nudo da Guadalcanal, dove loro si trovavano in quel momento, era sprofondata nel nulla a causa del tremendo sisma, lasciandosi dietro soltanto una nuvola di vapore marino.

Mason e Mamu, ancora sotto shock, vuoi per il ritrovamento dell’uccello, vuoi per il terremoto, raccontarono che erano stati scaraventati a terra dalla violentissima scossa. In quel momento si trovavano in una radura a 1400 metri di quota, tra le fitte foreste del monte Popomanaseu, il più alto dell’isola, con un’ampia vista sull’oceano. Dissero che si trovavano ancora a terra quando il magnifico esemplare di Mbarikuku era volato tra le braccia del dottore e che poi, subito dopo, avevano visto sprofondare l’isola con i loro occhi.

Anche gli altri della spedizione, del resto, avevano visto Nughupua sprofondare: l’accampamento con le quattro baracche che fungeva da base per la squadra si trovava infatti soltanto poco più in basso, a 1200 metri di quota, e anche da lì si vedeva bene l’oceano. Raccontarono al capo spedizione e alla guida che il terremoto aveva scosso le baracche in un modo tremendo ma, nonostante fosse finito tutto quanto a terra, loro compresi, non c’erano stati grossi danni: lo schermo del notebook del dottor Aerts si era incrinato, nulla più, se non la baraonda e l’incredibile spavento.

Guardarono tutti in basso, verso il mare, come se non volessero credere a ciò che avevano visto succedere: dove prima c’era la piccola isola di Nughupua videro soltanto una nuvola di vapore che ora, rispetto a prima, sembrava già più densa e più piatta, come se, per gravità, si schiacciasse sull’acqua e si allargasse. Non sapevano nulla di cosa fosse successo nel resto dell’isola e in particolare a Honiara, la città principale di Guadalcanal nonché capitale delle Salomone: il segnale cellulare era assente, la radio non funzionava e si accorsero di non avere nemmeno la corrente elettrica che arrivava loro attraverso una linea di fortuna messa in piedi negli anni. Si resero conto di essere completamente isolati, tagliati fuori dal resto del mondo.

Decisero comunque di festeggiare, se pur sommessamente e con moderazione: l’incredibile ritrovamento dell’uccello andava in qualche modo celebrato, non si poteva far finta di nulla.

La dottoressa Betsema si ricordò che anni prima aveva messo da parte una bottiglia di champagne per l’eventuale occasione. A tal punto, però, si era ormai affievolita la speranza di poterla stappare che la bottiglia non si trovava. Ci volle un bel po’ per cacciarla fuori dal fondo di un baule dove era finita chissà come.

Stapparono la bottiglia e fecero un brindisi.

«È caldo come pipì di orango», dichiarò il dottor Del Grosso, «ma è comunque il bicchiere di vino che mi gusterò di più in tutta la mia vita».

Tutti risero e batterono le mani in segno di approvazione.

Poi, a Paloma Kemalya capitò di buttare distrattamente un occhio in basso, verso la baia.

«Guardate!», disse agli altri indicando la porzione di oceano davanti all’isola.

Tutti si girarono incuriositi per vedere cosa additasse.

La coltre di vapore compatto che aveva preso il posto dell’isola di Nughupua e si espandeva a vista d’occhio sull’oceano, aveva già raggiunto la costa di Guadalcanal e ne stava risalendo le pendici, come spinta da una corrente d’aria ascensionale.

Nemmeno il tempo di chiedersi il perché dell’insolito fenomeno, che il gruppo di ricercatori si ritrovò immerso in una cortina di nebbia azzurrognola.

Era uno strano vapore, leggero eppure denso come il latte che, di fatto, impediva loro di vedere ad oltre un palmo dal proprio naso. Era umido, ma tiepido, dal profumo tutto particolare: un mix di odori marini e terrosi, di salmastro ma con note di legno, fiori e un sentore di selvatico e di muschio. Era una fragranza che evocava l’oceano e la natura selvaggia, la rigogliosa crescita vegetale, ma anche la presenza di molluschi e crostacei. Era come se quel vapore, marino nella sua essenza, si fosse caricato, strada facendo, di tutti i profumi che aveva incontrato risalendo i ripidi pendii del monte Popomanaseu, miscelandoli in un bouquet talmente insolito da risultare inebriante. E che, dopo aver annebbiato la loro vista e inondato le loro narici, saliva ora lungo i nervi olfattivi, dritto al loro cervello e lì si installava come un’idea vaga ma persistente. Provavano una strana sensazione. Sentivano, dentro di loro, qualcosa di allegro e malinconico insieme, come lo sguardo di un macaco; qualcosa di bizzarro e ingombrante come il becco di un tucano; qualcosa di misterioso e potente come le squame piumate di Quetzalcoatl. Era una forza indefinibile ma irresistibile che li spingeva a cogliere ciò che, con l’uso degli occhi, in vent’anni non avevano mai notato; che avevano guardato distrattamente, sì, ma, tutti presi dalla loro ricerca, non visto; e che ora, invece, privati della possibilità di vedere, sentivano in tutta la sua potenza. Era la vita, la vita stessa che sentivano brulicare in ogni foglia della giungla che li circondava, grondare gocciolando dalle liane, fermentare nel terreno sotto i loro piedi, correre su e giù per gli enormi tronchi della foresta. Solo allora si resero conto che erano dentro a un ventre materno, che per vent’anni la giungla li aveva nutriti e protetti, tenuti al caldo e coccolati.

Ebbri di felicità, accesero un grande fuoco utilizzando le assi divelte a tentoni da una delle baracche e cominciarono a danzarvi intorno, con le stesse movenze che avevano visto fare agli Uluna-Sutahuri, gli indigeni dell’isola, nelle loro danze tribali; danzavano al suono del tamburo che Doka Mamu era miracolosamente riuscito a ritrovare tastando alla cieca qui e là, accompagnati dal verso del martin pescatore che, dalla grossa voliera in cui nel frattempo era stato messo al sicuro, scandiva il tempo come un metronomo con il suo tipico: «ko-ko-kokoko-kiu».

Danzarono come pazzi, fino al calar della notte, e poi oltre, senza nemmeno mangiare, per ore ed ore, finché si addormentarono esausti intorno alle braci del falò ormai spento.

La mattina dopo, quando si svegliarono, il sole splendeva già alto nel cielo e la nebbia si era completamente dissolta. Dato che non mangiavano dal pomeriggio precedente, avevano una fame da lupi. Si alzarono piuttosto confusi e si misero a preparare qualcosa da mettere sotto i denti.

Quando la colazione fu pronta, si sedettero a mangiare in silenzio, ognuno assorto nei propri pensieri, intorno al tavolo grande tirato fuori da una delle baracche. Nessuno fiatava, nessuno osava alzare lo sguardo verso gli altri. Per tutti era lo stesso. Pieni di imbarazzo, avevano forse il timore di cogliere negli occhi altrui le incertezze e i dubbi che affollavano la propria mente: cos’era successo dunque quella notte? Da dove erano arrivate quelle strane e così potenti allucinazioni? Potevano essere in qualche modo collegate al ritrovamento dell’uccello?... E il terremoto? E l’isola sprofondata?... Non è che la natura cercasse di dir loro qualcosa? Stavano forse per compiere una specie di sacrilegio portando via l’animale dalla foresta? Bisognava dunque lasciarlo andare?...

Fu come sempre il dottor Del Grosso a trarli d’impaccio.

«Lo avremo pure gustato, quel vino», disse di punto in bianco, «ma mi sa che ci ha dato alla testa».

Ci fu una generale risata liberatoria: colpa del vino, ma certo! E sciocco chiunque avesse pensato il contrario!... L’atmosfera di colpo si alleggerì: trovata un’insperata via d’uscita, ecco che i brutti pensieri volavano via, gli sguardi si sgombravano dalle preoccupazioni, ritrovavano il coraggio di cercare negli altri la conferma che tutto era a posto, che nulla di male si stava facendo... Tutti adesso erano allegri e chiacchieravano amabilmente tra loro. Ora sì che potevano gustarsi l’ottima colazione: «Buone le banane fritte! Perché, il budino di manioca, no?... Ehi, passami le noci Ngali!...»

Quello che mangiava con l’aria più soddisfatta era senza dubbio il dottor Mason. Guardava ad uno ad uno i suoi collaboratori ed era profondamente fiero di loro. Ecco laggiù, all’altro capo del tavolo, il dottor Aerts, che lo aveva saputo sostenere nei momenti più duri con il suo ottimismo tipicamente americano; ecco alla sua destra, sedute una accanto all’altra, le brave Aramia Iova e Paloma Kemalya, senza il cui incessante lavoro diplomatico sarebbe stato impossibile ottenere gran parte dei privilegi che le autorità locali avevano concesso loro; ecco la cara Denise, sua moglie, un vulcano di idee ed energie; e poi la dottoressa Alvarado, con la sua pelle olivastra e un intuito scientifico senza pari, il dottor Del Grosso che aveva sempre sostenuto la squadra con le sue battute umoristiche, Doka Mamu, la guida, senza il quale l’esplorazione della foresta sarebbe stata proibitiva.

«Che bella cosa l’unità di intenti», pensava il dottor Mason guardandoli, «Che bella la perfetta sintonia che nasce spontaneamente in un gruppo di persone che lavorano insieme per un obbiettivo comune»... Adesso non restava che coronare quel lavoro documentando le caratteristiche dell’uccello nel modo più approfondito possibile. Poi, ne avrebbero pubblicato lo straordinario resoconto su una prestigiosa rivista scientifica – “Nature”, ovviamente, era l’unica opzione accettabile – e avrebbero atteso i meritati riconoscimenti che sarebbero presto arrivati. Non che volesse farlo per ambizione personale, assolutamente no: non si trattava di questo. Ciò che gli premeva davvero era vedere il lavoro di squadra premiato, i molti sacrifici che tutti loro avevano fatto andare a buon fine.

«Ripensavo ai dati raccolti in questi anni», disse infine, «e sono arrivato alla conclusione che il nostro martin pescatore coi baffi non sia affatto a rischio di estinzione, anzi... mi sono convinto che l’uccello sia molto più diffuso di quanto si creda».

Smisero tutti di mangiare e lo guardarono attenti.

«Pensateci», continuò dopo aver fatto una piccola pausa, «Come abbiamo potuto constatare, il suo habitat va dagli 800 ai 1500 metri di quota. È una fascia ormai completamente disabitata perché le popolazioni locali vivono a quote più basse rispetto ad un tempo, ecco perché nessuno lo vede mai!...»

Alzò gli occhi al cielo e si grattò il mento, come se stesse facendo un’operazione matematica a mente.

«Calcolando per difetto», proseguì, «sull’isola ci saranno circa un migliaio di chilometri quadrati di foresta alla quota adatta, giusto?... Beh, se teniamo conto che, per le caratteristiche della specie, ci dovrebbe essere almeno una coppia di martin pescatore ogni chilometro quadrato, la loro popolazione totale dovrebbe aggirarsi sui duemila esemplari solo a Guadalcanal... Quello che voglio dire, signori, è che non credo che un esemplare in più o in meno pregiudicherà la sopravvivenza di questa specie».

Si fermò assumendo un’espressione grave, come per mostrare quanto gli costasse ciò che stava per dire.

«Dobbiamo anche tenere conto», continuò in tono più basso, «che il fatto di sottoporlo a dissezione ci permetterebbe di raccogliere materiale per studi molecolari e morfologici che non sarebbero disponibili prelevando soltanto campioni di sangue, o piume, o scattando delle semplici fotografie».

Neanche avesse capito che si parlava di lui, dalla voliera si sentì provenire l’inconfondibile richiamo: «ko-ko-kokoko-kiu».

I ricercatori si girarono a guardare il martin pescatore. Non più, però, con il senso di meraviglia e di stupore del pomeriggio precedente. In loro era tornato lo sguardo tipico degli scienziati: un misto di interesse, concentrazione e valutazione critica.

L’uccello li squadrò ad uno ad uno, non a torto preoccupato.

 

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