Resta con me stasera
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Resta con me stasera

 

Il capo mi ha convocata nel suo studio. È alla scrivania e non mi guarda.

Anche se non mi guarda, ho l’impressione di essere nuda e mi vergogno. Mi vergogno, anche se non sono nuda. Anzi, sono vestita in modo inappuntabile: un elegante tailleur viola, il pantalone dritto e morbido, mocassini bianchi, con un tacco modesto.

Ha uno sguardo impenetrabile, un po’ triste. Si aggrappa al bordo della scrivania, come se potesse scappargli.

Siediti, dice.

Continuo a dondolare da un piede all’altro, ma non riesco a sedermi.

Vedremo come aggiustare la cosa, dice ancora.

E si passa una mano sulla testa calva, come se la soluzione si trovasse li dentro.

Non capisco come sia potuto accadere, dico io.

Abbiamo una settimana, dice, e in quel momento incrociamo gli occhi. A domani.

A domani, rispondo.

In ufficio le faccende più delicate sono mie. Negli anni la mia posizione non ha fatto che avanzare, scavalcando colleghi più anziani, che non hanno gradito.

E proprio io ho perso un documento essenziale per la successione della famiglia Riboldi.

Mentre preparavo il dossier e il testamento non saltava fuori, mi è preso il panico. Finché ho potuto, non ne ho parlato con nessuno, nella speranza che, setacciando l’ufficio, lo avrei scovato.

Invece niente.

Mi era venuta l’idea di addossarne la responsabilità alla povera Chiara, che ha già la testa alla pensione, e si permette qualche leggerezza. Impossibile, di successioni non si è mai occupata, solo di compravendite.

Alla fine, il notaio ha dovuto fingere un imprevisto, scusarsi con i clienti e rinviare l’appuntamento.

Chissà come se la rideranno, ora, gli altri impiegati.

Per strada non riesco a pensare. Un piede davanti all’altro, cammino verso casa. Il cuore si dilata e si svuota come una pompa fuori tempo. Entro in un bar a bere qualcosa, un Martini credo. Non amo i liquori troppo secchi. Mi fermo su una panchina a guardare la gente. In realtà è la gente a guardare me, perché una signora senza ombrello, seduta su una panchina mentre piove, fa strano. Mi alzo e riprendo a camminare. Sono alla porta di casa e infilo la chiave.

Appendo giacca e borsa, mi butto sul divano in soggiorno, chiudo gli occhi e mi copro la faccia con le mani.

Il cellulare dentro la borsa strilla, sempre più forte, insiste. Contro voglia scopro la faccia, mi tiro su dal divano e rispondo. È proprio lei, me l’aspettavo. Mi si rivolge col solito tono petulante e imperioso, che mi esaspera. Allo stesso tempo, non so perché, mi fa sentire in colpa.

Allora ci sei.

Dimmi.

La testa mi scoppia. Fatico a respirare. Mi verrà la febbre.

Che altro, ancora?

Potresti dormire da me, stasera?

Va bene, va bene, ma domattina devo ripartire subito. Ho un sacco da fare.

In realtà dovrei entrare al lavoro nel pomeriggio, ma in questo momento non so ancora. Andare già la mattina per continuare le ricerche? Del resto, quella carta non può essere uscita da lì. Ma se fosse finita per sbaglio nel tritadocumenti? E se al lavoro non ci tornassi più? E a mia figlia all’università, chi ci pensa?

In ogni caso metto le mani avanti, che non pretenda di trattenermi. Ormai la conosco bene, so di cosa è capace. L’idea di passare una notte con lei mi angoscia, eppure, quando mi reclama, non posso sottrarmi.

Per quanto cerchi di tenerla a bada, di separare gli spazi - io nella mia stanza, lei in quella accanto – e di evitare ogni contatto, la sua presenza, dall’altra parte del muro, mi impedirà di riposare. E speriamo non capiti di peggio.

È stato un ottobre caldo, quasi primaverile. Gli alberi, invece di ingiallire, hanno buttato fuori un verde tenero e compatto, come di gemme. Ma da stamani cade una pioggerellina fresca e già immagino che la casetta isolata, vicino al bosco, trasudi umidità. Troverò negli angoli le solite macchie di muffa, quasi dei lividi.

Fa buio presto ormai e, quando mi infilo nella strada sterrata che conduce alla casa, il crepuscolo ha divorato le chiome degli alberi e cola lungo i tronchi.

Che idea bislacca una casa quassù, fra colline deserte, dove il fruscio delle foglie assomiglia allo sciabordio del mare e la vita umana a quella vegetale.

Una grossa nutria mi attraversa la strada. Si blocca per un attimo, abbagliata dai fari, e i suoi occhietti hanno brillato nel buio, come i tanti sassolini bianchi che punteggiano la strada. Rallento, per paura d’investirla. Pensarla fra le mie ruote, con la carne a brandelli e i ciuffi di pelo insanguinati, mi disgusta. Ma lei agita veloce le zampe, dondola il dorso e scompare nel sottobosco.

C’è un ruscello, fra la vegetazione, che questi animali pare abbiano infestato.

Parcheggio l’auto nella piazzola davanti a casa. Alle sue spalle, la notte copre il dorso scabro della collina. Ne sento il volume, il respiro, come un grande animale acquattato nel buio.

Ho suonato il campanello una, due volte. Dalla finestra, schermata da una grossa tenda, filtra una luce fiacca. Faccio ancora in tempo a risalire in macchina e a tornarmene via. Il mio appartamento tiepido, confortevole, nel cuore vivo della città, mi appare come un’ancora certa. Qui sono persa. L’erba bagnata e scivolosa sotto i piedi, il brivido delle foglie, la sagoma struggente della casa.

Sono venuta, potrei dire, ma non ti ho trovata. Una viltà che non mi perdonerei.

Alla fine, ho usato la mia chiave per entrare.

La casa è in penombra. Insiste nell’usare lampadine a basso voltaggio, che rendono ogni cosa polverosa e stantia. Per risparmiare, dice. Per nascondersi meglio, penso io.

M’investe subito l’odore di chiuso, di terra, d’intonaco marcio e mi si appiccica addosso.

Già sono pentita di essere rimasta. Questo odore me lo porterò nella pelle, nei vestiti.

Ho le mestruazioni e un coagulo viscido scivola nell’assorbente. Mi si scioglie addosso un sudore cattivo.

Lascio spalancata la porta d’ingresso, che almeno entri un po’ d’aria. E se non temessi d’irritarla troppo, aprirei anche la porta sul retro, per fare corrente.

Chiudi, strilla lei, affacciandosi alla soglia del soggiorno, entrano gli insetti, chiudi.

Era in bagno, non ha sentito il campanello. Indossa un vecchio pile scolorito e dei pantaloni troppo corti. La sua sciatteria m’infastidisce e cerco di non guardarla.

Chiudo la porta per evitare discussioni.

Sorride soddisfatta e scuote i capelli spettinati. Che bello che sei venuta, dice, e si sfrega le mani.

Non si sente tranquilla, spiega, sono giorni che è un po’ nervosetta, forse l’influenza. Le ho portato la medicina? Non c’era troppo fango nella strada sterrata? Esco ora dal lavoro? Sono stanca? Ho risolto la famosa questione?

Lascia stare, per favore, le dico.

Lascia stare tu, insiste, hai rotto le scatole con questa storia.

Non è una sciocchezza, ne va del mio lavoro, della reputazione.

La tua reputazione, ridacchia.

Sì, la mia reputazione, insisto. Se il testamento non salta fuori, te le immagini le lotte fra gli eredi? Il discredito dello studio? Chi credi sia a pagarne le conseguenze?

Quanto la fai lunga, ribatte aspra, vedrai che si risolve. Te la sei sempre cavata, la solita fortunella.

Non mi sembra proprio. Comunque, vedila come ti pare.

Voglio mangiare qualcosa, riprende? Ho fame? Lei si è preparata un risotto Knorr, ne voglio un po’?

No grazie, non ho fame.

Non è possibile che io non abbia fame, protesta, almeno devo assaggiarlo, ha aggiunto funghi freschi e parmigiano, è venuto buonissimo, soltanto due cucchiaiate per farla contenta. Sono forse arrabbiata? Non mi fido della sua cucina?

Dai, mangia qualcosina.

Insiste, finché non cedo.

Mi siedo nell’unica poltrona e monta la stizza: per essere lì, per dover sopportare il suo astio, per quel riso che non ho voglia di mangiare, per l’odore sgradevole, per le mestruazioni, per quella casa che è diventata una tana. Sul tavolo scuro sono sparpagliati giornali, occhiali, un cacciavite, dei guanti da giardino. Le panche, il divano dalla fodera scolorita, la grande televisione, la libreria coi libri impolverati e gonfi, tutto mi mette a disagio. Spero che la mattina arrivi presto.

Lei è andata in cucina, ha preso i piatti dallo scolapiatti, ci ha messo il riso già pronto in un pentolino, ha trafficato nel cassetto delle posate (i rumori ne hanno registrato ogni gesto) e ora arriva con un vassoio. Me lo appoggia sulle ginocchia. Lei si siede sul divano col suo piatto. Accende la televisione, c’è un programma di quiz.

Buono, vero?

Sì.

Ne vuoi ancora?

No.

Sei sicura?

Sì.

Non insisto.

Mangio in fretta e riporto il vassoio in cucina.

Prendo il cellulare dalla borsa, controllo messaggi, posta, sfoglio le notizie, un’occhiata a facebook.

È successo qualcosa? Novità?

No, no. Il solito.

Mastica lentamente, ipnotizzata dallo schermo.

Quando ha finito si alza, va in cucina, abbandona piatto e posata nell’acquaio, torna a sedersi, le mani sulle ginocchia, attenta, come se si preparasse a rispondere.

Ne approfitto per squagliarmela.

Vado di sopra, ma non dormo subito, le dico. Leggo un po’. Per qualsiasi cosa, puoi chiamarmi.

Spero che non lo faccia, ma so che dirglielo la tranquillizza. E questo sarà un vantaggio anche per me.

Sì, sì. Buonanotte.

Afferro un libro a caso. Qui ci sono solo vecchi libri, che non mi interessano più. Ma a volte qualcuno mi sorprende ancora.

È presto per andare a dormire, ma la tivù mi annoia, la sua vicinanza m’inquieta. Spero di addormentarmi il prima possibile.

A letto, neanche un accenno di sonno. Leggo, ma perdo il filo a ogni rumore. Finché non sarà in camera, addormentata, non mi sento al sicuro.

Ecco che sale, le ciabatte strisciano su per i gradini. Starnutisce. Tirerà fuori di tasca un fazzoletto sporco e se lo passerà sotto il naso. Mi par di vederla.

Bussa alla porta, apre uno spiraglio. Cerco di mascherare il disappunto.

Buonanotte, dice. Spero di dormire. Ma se resto sveglia non ti disturbo. Che bello che sei qui.

La bocca ha una smorfia di soddisfazione.

Ho il sonno leggero, se vai in giro per casa, sai che non dormo.

Faccio pianissimo.

Hai preso qualcosa?, le chiedo.

Sì, una mezza pastiglia.

Guarda che anche una non è niente.

No, no. Non più di mezza.

Richiude prima ch’io possa ribattere.

La sento ancora trafficare in bagno, poi lo sciacquone. Finalmente in camera sua.

Chissà, magari esagero, forse la notte trascorrerà tranquilla. E nonostante l’apprensione, un po’ di sonnolenza arriva. Spengo l’abat-jour, lascio il libro aperto in un angolo del letto e mi rigiro a pancia in giù, la faccia affondata nel cuscino.

 

Fatevi fottere…

Mi sveglio di soprassalto. Stavo sognando e delle immagini svaporano rapidamente. Tendo le orecchie. Silenzio. Solo lo sgocciolio di qualche tubatura.

Dalla finestra senza imposte filtra un vago chiarore di stelle. Il cielo deve essersi aperto in una notte serena e limpida.

Ascolto ancora. Quasi non respiro. Silenzio.

Che la voce venisse dal sogno?

Mi torna in mente la notte in cui borbottava contro il muro del bagno e la paura mi schiacciava il petto. Mi ero alzata, le avevo bussato.

Hai bisogno?

No, che c’è?

Ti ho sentita lamentarti.

Impossibile, ti è sembrato.

Avrei bisogno di andare in bagno, mi trattengo per timore di svegliarla. Mi sembra che nell’aria ci siano invisibili campanellini. Basta urtarne uno per scatenare tutti gli altri. Resisto, chiudo gli occhi, mi rigiro su un fianco. Mi raggomitolo, ma il fastidio alla vescica aumenta. Spalanco gli occhi nel buio e si riaffaccia un’immagine del sogno. Un cane dal pelo bagnato salta per casa, lasciando per terra un liquido denso. Non rimetterlo in gabbia, lo tengo con me, dico a una ragazza seduta, che si sta smaltando le unghie. E il pensiero di tenere con me quella bestia mi rincuora.

Il fastidio alla vescica diventa dolore, devo anche cambiare l’assorbente. Accendo l’abatjour e una lucina schermata diffonde un alone giallo. Mi sollevo, cercando di evitare scricchiolii, procedo a piedi nudi. Il freddo del pavimento è sgradevole. Accosto la porta del bagno, accompagnando la maniglia. Mi posiziono sul water in modo che lo scroscio, ormai impetuoso, scivoli dalla ceramica. Nel bidet mi lavo con ogni cautela, ma poi il rumore dello sciacquone è un brivido elettrico. Che si sia svegliata?

Passo davanti alla sua camera. Una striscia di luce s’intravede sotto la porta.

Allora è sveglia. Cerco di filare via, ma mi chiama. Le rispondo da dietro la porta.

Non riesci a dormire?, le chiedo.

Neppure tu, vedo.

Dovevo andare in bagno.

Adesso ci vado anch’io.

Mi rifugio a letto, prima che esca dalla camera.

Se mi compare davanti agli occhi, non riprenderò sonno.

La sento canticchiare:

zucca pelata

mezza spaccata

sulla tua testa

ci cacherò

con il tuo mulo

ci faccio un culo

per infilarci

quello che so.

Non distinguo tutte le parole, ma le conosco a memoria e le indovino.

Sciacquone. Ora passa davanti alla mia porta. Prego che non bussi.

Zucca pelata

tu m’hai ammazzata

se fossi morta

non sarei storta

più che partire

meglio morire

Rientra in camera sua, chiude la porta, non canta più.

Forse riuscirò a dormire.

 

La luce grigia dell’alba entra dalla finestra senza imposte e sparge sul letto una coltre soffice.

La chioma della grande quercia, curva sul retro della casa, schiarisce lentamente, riflettendosi in cielo.

È bello svegliarsi qui. Ho indugiato a letto, finché il sole non ha trionfato e la stanza è diventata un unico fascio di luce.

Doccia, colazione. Per fortuna in cucina è rimasto del caffè, una scatola di biscotti. Faccio con calma. Ascoltando le notizie del telegiornale, lavo quello che ho lasciato nell’acquaio. Avrò anche il tempo per arieggiare la casa. Spalanco le finestre del soggiorno, della cucina, della camera da letto e anche della stanza accanto, ingombra di pacchi ancora chiusi. Sul lettino sono sparpagliati vestiti che non so se gettare oppure no. Non ho voglia di pensarci, tanto in questa stanza non ci mette piede nessuno. Forse dovrei abbattere il muro e ingrandire la mia. Imbiancare tutto. Ma oggi aria, semplicemente aria, e una spolverata, dove possibile.

Verso le 11 risalgo in macchina. L’aria è limpida e tersa, ma più fredda di ieri. Sta arrivando l’inverno. Ho sempre amato l’inverno, quando tutto si acquieta. Mi sembra di risentire l’odore di mandarino. Mio padre ne buttava le bucce nel camino e la casa diventava un frutteto.

Nella strada del bosco filtra un riflesso arancione. Ma certo, ce ne sono due di Riboldi, c’è un Riboldi Umberto di cui si occupa Rita, il mio è Riboldi Aldo. Ecco cosa può essere successo.

 

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