L'ultimo cliente
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L'ultimo cliente

 

 

Il campanello sopra la porta tintinnò alle 23:43, e Rob alzò gli occhi dalla rivista che stava sfogliando con un sospiro che sapeva di stanchezza e di quella particolare irritazione che arriva solo dopo otto ore consecutive dietro al bancone di un minimarket.

Il tipo che entrò non aveva niente di speciale: jeans, giubbotto di pelle marrone, capelli scuri pettinati all'indietro, forse trentacinque anni, forse quaranta. Il genere di faccia che dimentichi un secondo dopo averla vista, eppure Rob sentì qualcosa – un brivido che gli percorse la schiena come un refolo di vento gelido.

"Buonasera," disse l'uomo, e il suo sorriso appariva gentile. Forse troppo gentile per un cliente che entra appena prima della chiusura.

Rob ricambiò con un cenno del capo. "Chiudiamo fra pochi minuti."

"Lo so."

Il cliente si avviò verso il fondo del negozio, tra gli scaffali delle bibite. Rob tornò a sfogliare rumorosamente la rivista, mentre con un occhio cercava di osservare quell'ultimo avventore senza farsi notare.

Dopo un paio di minuti l'uomo si riavvicinò con una bottiglietta di Coca-Cola e un pacchetto di patatine alla paprika. Li posò sul bancone con delicatezza, quasi con reverenza.

"Quattro e cinquanta," disse Rob senza guardarlo, con ostentata indifferenza.

"Rob," iniziò l'estraneo, e nella voce c'era qualcosa che fece gelare il sangue nelle vene del commesso. "Devo dirti una cosa."

Rob alzò finalmente gli occhi. L'uomo non sorrideva più.

"Come... come fai a conoscere il mio nome?"

Il tipo indicò la targhetta appuntata alla camicia di Rob. Ovvio! Cazzo, ovvio! Rob si sentì così stupido...

"Sei l'ultimo," disse il tipo.

"L'ultimo cosa?"

"L'ultimo cliente."

"Come l'ultimo cliente? Di che parli? Sei tu il cliente, appunto l'ultimo cliente prima della chiusura..."

"Hai ragione, mi spiego meglio: sei l'ultimo cliente nel senso che sei l'ultimo essere umano che vedrò prima di mezzanotte."

Rob si sentiva sempre più a disagio, e rise di un suono nervoso e strozzato. "Okay, amico, non ti capisco, ma non fa niente, veniamo tutti da una giornata pesante, suppongo. Quattro e cinquanta, grazie."

Ma l'altro uomo non fece una piega, come non considerasse importante l'atteggiamento scocciato del commesso. Tirò fuori il portafoglio – un portafoglio di pelle nera, consumato – e ne estrasse una banconota da dieci. La posò sul bancone.

"A mezzanotte," disse, "qualcosa accadrà. Qualcosa che cambierà tutto. E tu sarai l'ultimo a cui dirò di stare attento."

Rob sentì la bocca improvvisamente secca. "Stare attento a cosa?"

"Al silenzio," replicò pronto l'altro.

"Che vuol dire il silenzio?" obbiettò Rob con una voce che si faceva via via più stridula. "Anche qui c'era silenzio prima che entrassi tu."

"Non quel tipo di silenzio. Quando arriverà questo tipo di silenzio, vedrai che te ne accorgerai. E permettimi di darti un consiglio: non andare alla finestra. Non guardare fuori. Non importa cosa senti, cosa ti sembrerà di sentire. Non andare fuori. Resta qui dentro. Chiudi gli occhi se hai paura. Ma qualsiasi cosa accada, non guardare fuori."

"Tu sei pazzo!" gridò Rob. Ma mentre lo faceva si accorse che le sue mani stavano tremando. C'era qualcosa negli occhi di quello sconosciuto che gli faceva paura, e ci mise qualche secondo per realizzare esattamente di cosa si trattasse: quegli occhi sembravano tremendamente sinceri.

"Può essere," ammise il tipo, guardando l'orologio alla parete. "O forse no. Forse non è nemmeno fondamentale che tu lo sappia. In ogni caso fra otto minuti lo saprai," concluse, voltandosi e andando verso la porta.

"Aspetta!" Rob scattò in piedi. "Che cazzo stai dicendo? Cosa dovrebbe succedere?"

Il tipo si fermò sulla soglia. Il campanello tintinnò piano, come un rintocco funebre. "Tieni il resto."

La porta si chiuse.

Rob rimase immobile, il cuore che batteva a mille, anche se tutto quello non aveva nessun senso, il suo cervello lo sapeva benissimo. Guardò comunque pure lui l'orologio alla parete: le 23:55. Cinque minuti a mezzanotte. Furtivamente, con un passo timoroso, si avvicinò verso l'uscita per guardare fuori. Anzi, per sbirciare.

Fuori, la strada era deserta. L'uomo era scomparso nella notte. I lampioni proiettavano cerchi di luce giallastra sull'asfalto. Niente si muoveva.

Quattro minuti.

Rob tornò alla sua postazione e si versò un bicchiere d'acqua, ma la mano gli tremava così tanto che ne rovesciò metà sul bancone. Ridicolo, si ripeteva, è tutto così ridicolo. Un pazzo qualunque, ecco chi era quello, uno dei tanti che girano di notte, delirando e inventando storie.

Tre minuti.

Si avvicinò di nuovo all'uscita e chiuse a chiave la porta, in anticipo, e si sentì rinfrancato. Il frigorifero ronzava. Il neon sopra la sua testa ripeteva il solito flebile verso che faceva sempre. Sembrava proprio tutto normale, come qualsiasi altra noiosa sera al minimarket, sul tardi, verso la fine del turno. Tutto terribilmente, insopportabilmente normale.

Due minuti.

Rob si rese conto di sudare freddo.

Un minuto.

Il ragazzo fissava l'orologio alla parete, seguendo con gli occhi la lancetta dei secondi. Più si approssimava verso lo scoccare dell'ora, più Rob rallentava il respiro, come cercasse di fare il minor rumore possibile, come potesse nascondere la sua presenza.

E alla fine arrivò, la mezzanotte.

Per un lungo momento non accadde nulla, e Rob si lasciò andare a una risata isterica. Pazzo, si disse, il tipo era pazzo, ovvio. E lui era davvero un idiota assoluto ad avergli dato retta, a farsi abbindolare dalle sue parole.

Poi, all'improvviso, arrivò il silenzio. Quello di cui aveva parlato l'uomo. Non un silenzio normale, un silenzio assoluto: il frigorifero smise di ronzare, il neon si spense, niente traffico in lontananza, niente vento, niente di niente. Era come se adesso fosse il resto del mondo a trattenere il respiro.

E in quel silenzio, Rob sentì finalmente qualcosa. Un richiamo, flebile, lontano, sottile, quasi impercettibile. Una voce – no, più voci, anzi mille voci – che lo chiamavano per nome. Dolci, suadenti, promettevano cose meravigliose, se solo fosse andato alla finestra, se solo avesse guardato fuori.

"Vieni Rob, vieni a vedere! È bellissimo. È tutto quello che hai sempre desiderato."

Le sue gambe si mossero da sole. Un passo. Due.

No, pensò Rob, aggrappandosi con tutte le forze al bancone. No, non devo guardare.

Ma le voci erano così dolci. E la curiosità lo stava tentando oltre ogni misura. In fondo tutto quello che aveva sempre desiderato era lì.

"Solo un'occhiata, Rob. Solo una."

Con uno sforzo che gli parve titanico, Rob si rannicchiò sotto il bancone, chiuse gli occhi, le mani premute contro le orecchie, e cominciò a recitare nella sua testa tutte le canzoni stupide che conosceva, i jingle delle pubblicità, le filastrocche dell'infanzia, qualsiasi cosa per non sentire quelle voci.

Non percepiva quanto tempo stava passando mentre se ne restava rannicchiato lì, forse minuti, più probabilmente ore. Quando riaprì gli occhi era l'alba, i primi raggi di sole filtravano attraverso la vetrina, il frigorifero ronzava di nuovo, il neon era tornato a funzionare. Tutto pareva come sempre, ordinario.

Rob si alzò a fatica, le gambe intorpidite. Si diede dello stupido per quanto poco era bastato a condizionarlo.

Poi guardò la strada attraverso la finestra: deserta, completamente deserta. Non c'erano auto parcheggiate, non si vedevano persone. I palazzi del circondario avevano tutte le finestre spalancate, e dalle porte aperte non usciva nessuno, né si notava qualcuno muoversi.

Sul bancone, accanto alla cassa, c'erano ancora la Coca-Cola e il pacchetto di patatine che il tipo aveva evidentemente dimenticato. Rob li prese prima di uscire dal minimarket. Non tornò al lavoro quel giorno, né quello dopo. Perché in strada, anzi in tutta la città, non era rimasto più nessuno da servire.

 

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