Rossopelo e Biancollare emersero coi loro musetti di tra l'erba per scrutare dall'alto il paese che si estendeva al di sotto. Mentre lasciavano che le loro code oscillassero insieme agli steli spazzati dal vento, muovevano piano gli occhi arancioni sulle case e gli edifici: sporadici al limitare ma che si addensavano sempre più fino al centro del loro ammasso, inglobando le strade che dalla campagna vi penetravano.
Non c'erano segni di attività fin dove riuscivano a scorgere, ma sapevano che le vie del centro, gli stretti budelli tra muri bui in mattone e cemento, fremevano di voci e commerci. Alzarono gli occhi per riceverne conferma dagli Scurepiume che, quasi immobili nell'azzurro splendente, volteggiavano prima di tuffarsi precisi tra le grondaie e i cavi telefonici per raccogliere scarti di cibo, e riemergevano dalla stesa di tegole ricominciando la ronda.
Biancollare e Rossopelo scomparirono tra l'erba e tornarono indietro. In molti attendevano l'esito del loro sopralluogo, chi gracidando nascosto nel manto verde, chi con sapiente pazienza acciambellato nella penombra degli alberi; altri cinguettando invisibili in mezzo alle fronde. Appena videro le punte delle code degli esploratori emergere dagli arbusti come fiammelle nel chiarore abbacinante che avvolgeva la radura, furono tutti sulle zampe; si compattarono e cominciarono la discesa verso il paese.
Avanzarono prima circospetti, strisciando bassi lungo il pendio, poi sempre più forsennati man mano che nessuno reagiva al loro arrivo. Le Ali Nervate frinivano per avvertire i più grossi del loro passaggio, mentre i Pungifiori bombivano sopra i nitriti degli scalpiccianti Nericrini. Per i tronchi degli alberi saettavano giù i Moltiocchi sulle loro otto zampe e gli squittenti Foltecode, guadagnavano il suolo e subito zigzagavano tra gli zoccoli e i bramiti dei Corna Larghe.
I pochi contadini che vivevano al di fuori del borgo videro i possenti Tantistomaci smettere improvvisamente di ruminare dentro i loro recinti e accalcarsi alle staccionate per muggire a quella moltitudine in arrivo. Intuirono il motivo della marcia e allora aprirono i cancelli per permettere ai Fittalana di unirvisi, slegarono i Finefiuto che guaivano alla volta dei loro cugini più selvatici e pregarono i Piluccarcasse dalle grigie piume di avere cura dei Malarazzola, che dalle aie chiocciavano e chicchiricchiavano la loro via all'interno della colonna in passaggio.
Quando oltrepassarono le prime case del paese, avevano ormai abbandonato ogni cautela e sciamavano in un disordine quasi completo, aggirando scavalcando abbattendo i cassonetti lampioni automobili che li ostacolavano. Le piccole Code Sottili si rituffarono svelte nelle fognature quando se li ritrovarono davanti; restarono a sbirciare dall'oscurità degli scoli dell'acqua ai lati delle strade per qualche secondo prima di sgattaiolare di nuovo fuori in mezzo al marasma.
I Finefiuto confinati nei giardini e negli appartamenti chiamavano a gran voce i loro simili al di fuori, cercando in ogni modo di girare le maniglie e saltare oltre le cancellate, intanto che le Vibrisse Esili sbadigliavano via il loro sonno e sgusciavano sinuose giù da finestre e muretti in pietra.
Chi aveva con sé tamburi, cembali o anche solo rami e pietre cominciò a comporre ritmi, disuniti e sfasati in principio; poi diverse strutture spuntarono dalla cacofonia, in varie posizioni del corteo, e pian piano si fusero e sincronizzarono in un cadenzato fragore. Altri sovrastarono le percussioni con versi e richiami, le accompagnarono con capriole e voli radenti tra le macchine moto biciclette parcheggiate.
Gli abitanti del paese cominciarono ad affacciarsi dalle finestre delle loro tane, chiedendosi confusi cosa provocasse tutto quel baccano, e preoccupandosi per i loro veicoli indifesi giù in basso. Pensavano comunque di essere al riparo da quelle rumorose bestie, ed ebbero un sussulto quando scorsero le ombre dei Tubalati calare dall'alto dei cornicioni e planare in mezzo ai lunghi colli degli Squarciaerba dai piedi palmati.
Man mano che si addentravano nel borgo incrociavano alcuni residenti in strada, li strappavano ai loro pensieri e alle loro chiacchiere per mandarli ad appiattirsi increduli contro gli usci, a cercare riparo dentro gli androni e i negozi. Qualcuno si arrampicò su per cartelli stradali e grondaie, prima di realizzare di essere comunque a tiro dei Moltiocchi che percorrevano i muri e dei Pungifiori guizzanti secondo i ritmi improvvisati più in basso. Perfino le piccole Ali Cromatiche, che vorticavano erratiche i loro ipnotici pigmenti nel turbinio della marcia, assumevano ora un aspetto ferale per chi le vedeva passare di fianco al proprio traballante riparo sopraelevato.
I tamburi, sia autentici che improvvisati, rimbombavano con crescente intensità tra le stradine che si stringevano sempre più; le alternanze dei ritmi si incanalavano nelle strozzature tra gli edifici e giungevano così fino alle piazzette più interne, cominciavano a pizzicare l'udito di chi là scambiava beni, studiava le mode, trasformava il cibo in rifiuti di cui poi si liberava. E allo stesso modo venivano portati al corteo i clamori di altre colonne che, come loro, attraversavano vie differenti chissà dove nella cittadina, ma comunque diretti alla stessa destinazione. Gli Zigaciuffi ai margini dell'agitazione potevano, se drizzavano le lunghe orecchie, percepire gli schiocchi dei Pulsatronchi su pezzi di legno, veicolati dalle correnti d'aria e dalla solidità degli edifici.
Cominciavano a incrociare sempre più abitanti per le strade, carichi di borse e avviluppati in pelli e tessuti. Mentre il numero di questi cresceva, l'allarme che provavano di fronte alla sfilata si riduceva a una breve divertita sorpresa, prima che estraessero i loro occhi elettronici e li puntassero sullo schiamazzo, per mostrare ai loro simili di altrove che lì stava accadendo qualcosa di anomalo e straordinario e che loro, soli al mondo, ne erano i testimoni e i profeti; che grazie a loro chiunque altro avrebbe potuto avere notizia e rivivere l'eccezionalità del momento.
L'avanzata fu inizialmente intimorita dall'idea di quegli sguardi lontani che potevano scorgerla da ogni dove senza esporsi; poi i grugniti dei robusti Tarchiazanne che chiudevano la colonna ricordarono a tutti il motivo per cui avevano iniziato a marciare. Subito le battute ripresero di intensità e con esse i volteggi e le grida, i canti e le acrobazie tra i balconi e le linee elettriche.
Irruppero nello slargo centrale e il cielo splendente si spalancò, si moltiplicò sugli infissi e i parabrezza; i raggi del sole colarono su di loro dalle grondaie e dai sottotetti. L'eco delle percussioni si diradò e lasciò spazio agli altri gruppi che da ogni strada arrivavano e si mescolavano, e per compensare si scatenarono ancora di più sugli ombrelloni e i tavolini dei bar ingombri di bicchieri e tazzine, sulle panchine appena intaccate dall'ombra di striminziti alberelli in mezzo a praticelli livellati al millimetro. Un Discopiume si issò tra gli intarsi stondati e anneriti della fontana centrale e dispiegò la sua lunga coda nel bagliore pomeridiano.
Tutta l'attenzione digitale si concentrò su quella cinta di innumerevoli globi che la scrutavano di rimando, eterea come un finissimo ventaglio di acquerello; di un chiarore così maestoso e fragile da far tendere il fiato, per paura che un sospiro potesse disperderla. Perfino i fari lampeggianti blu, che ora giungevano nella piazza da una strada laterale che un ramo del corteo aveva percorso poco prima, sembrarono impercettibilmente rallentare la loro rivoluzione appena la scorsero. La camionetta si limitò a sorvegliare i balli da un certa distanza, dietro i riflessi scuri dei suoi finestrini.
Quando fu trascorso tempo a sufficienza da non far pensare che stesse ripartendo per timore, la sfilata riprese oltre lo spiazzo e verso la periferia, ma questa volta unita in un solo tumulto. Ed era talmente imponente che un unico ritmo non poteva unificarla tutta, era costretto a spezzettarsi in variazioni simili e locali; ma le differenze erano appena percettibili al di sotto di gorgheggi e garriti, bramiti e belati, starnazzi e squittii. Gli allarmi delle auto, che involontariamente venivano urtate e usate come trampolini, servivano da ispirazione per l'accompagnamento dei cembali.
La destinazione seguente era nota a tutti, ma dei bisbigli percorrevano la lunga fila riguardo al furgone con i segnalatori blu che dalla piazza continuava a seguirli, rombeggiando piano al passo della marcia. Chi era in testa rallentò per ridurre eventuali sfilacciamenti del gruppo, i più grossi e alti accolsero sui loro dorsi e spalle i minuti, chi era in grado di librarsi si portava sui cornicioni per permettere a quelli in strada di compattarsi, o sorvolava la colonna a ritroso per segnalare di affrettarsi.
E quando furono ormai prossimi al grande centro commerciale, si lanciarono attraverso le larghe porte scorrevoli, scansando chi, ancora abbagliato dal contrasto tra la penombra interna e la luce al di fuori, aveva appena finito o iniziato le compere, e lasciando più spazio possibile dietro di sé affinché tutti riuscissero ad entrare. Quando la camionetta si accorse di ciò che stavano facendo, sussultò in un incollerito grido di sirena, ripetitivo e lacerante; ma non poté fare altro che guardare impotente la coda del gruppo sgattaiolare dentro il grande magazzino, spintonando quelli davanti perché si sbrigassero, e le porte richiudersi alle loro spalle.
Un paio di addetti alla sicurezza si fecero avanti: tentennando nel loro aspetto professionale, scossero furiosamente la testa e alzarono le braccia per provare a fermare quella baraonda che sciamava dall'ingresso. Bastarono però lo sbuffo di un Nerocrine e l'ansimare di un Tarchiazanna per scansarli di lato, e già allora in numerosi erano passati loro di fianco, erano fluiti tra i loro piedi serpeggiando come i Sibilassinuosi.
L'entusiasmo eruppe di nuovo attraverso la schiera, le percussioni rimbombarono su verso la volta di vetro e acciaio cercando una via di uscita, e non trovandola ripiombarono giù tra le giravolte e i salti mortali. Tutti ridevano e urlavano, qualche commerciante si affrettò a sprangare la serranda per proteggere i propri interessi. Qualcuno arraffò con zampe e code gli occhi artificiali che dei clienti rivolgevano loro contro, piroettò tra i lampadari sospesi e cominciò a giocarci passandoli ad altri compagni. I ritmi già non troppo omogenei e cadenzati della strada si ruppero in decine di cacofonie diverse, tanta era l'eccitazione di essere riusciti ad entrare.
Per elettrizzanti minuti restarono a scorrazzare dentro il lungo e vasto edificio, i tamburi al centro di piccoli gruppetti che continuamente si scambiavano volteggianti accoliti. I titolari osservavano dalle soglie dei loro esercizi o dal fondo delle loro casse, per curiosità ma anche per difendersi da qualunque invasione, nel caso. Per quanto intuissero che non avrebbero potuto fare granché, sempre in caso. Gli acquirenti erano in parte usciti a rifugiarsi dietro il rassicurante ululare delle sirene blu, mentre altri continuavano la loro perlustrazione tra le mercanzie imponendosi di ignorare la cagnara. Alcuni stavano ancora filmando, ma stringendo i loro strumenti il più vicino possibile al corpo, stritolandoli nervosamente nella loro presa.
La consapevolezza che quel luogo non fosse la destinazione finale della marcia aleggiava comunque sul gruppo. E si faceva sempre più invadente man mano che il bagliore del sole si scioglieva al di fuori in una tinta distesa di azzurro striato, così la voce si sparse di radunarsi in una strettoia tra le vetrine per una definitiva sincronia di tamburi. Le orecchie di ogni dimensione furono rintronate dal rimbalzare di quell'unico ritmo da destra e sinistra, tum tu-tum tum tu-tum, da sotto e da sopra, e gli occhi più fini potevano scorgere flebili onde percorrere i vetri intorno, le lastre sollevarsi e riabbassarsi impercettibilmente al centro in risposta a tutto quel battere all'unisono.
Questo non fece altro che incitare le percussioni e sfrenare le danze, e quando quello spazio angusto o forse qualcuno dei suonatori sembrava non poter sostenere nulla di più, l'intensità calò e la sfilata scivolò ordinata fuori dal lato del centro commerciale opposto a quello da cui era entrata.
Era di nuovo la periferia ad avvolgerli, con strade più larghe e meno cittadini in vista. Ma comunque decine di auto parcheggiate ed inerti, centinaia sotto gli alberi allineati che dissestavano l'asfalto per metri intorno. Le case erano ora abbastanza rade da permettere anche ai più piccoli di scorgere a intermittenza le cime delle gru qualche isolato oltre, e gli scheletri ripuliti che stavano edificando.
I canti avevano lasciato il posto a brusii, ora, e i tamburi rollavano bassi a dirigere il passo. Solo qualche capriola portava il ricordo dell'esultanza di poco prima. Seguirono il marciapiede che si incanalava in un sottopassaggio, dove alcuni rallentarono brevemente per far rimbombare di nuovo le loro battute nello spazio angusto, e riemersero al di là della grande strada trafficata che cingeva il paese da quel lato.
Ora i moncherini grigiastri di cemento armato si affacciavano davanti a loro, contornati su tre lati da chiome verdeggianti che frusciavano nella brezza e sull'ultimo dal vasto campo che loro stavano attraversando, sparpagliati. Nessuno lo coltivava più, era stato acquistato per ospitare posti auto e numerose nuove palazzine, per nascondere i condotti che le avrebbero liberate dagli scarti e rifornite di acqua ed energia; si parlava di una transazione da milioni di euro, e adesso i rovi e la gramigna stavano avvolgendo le zolle compatte, il cardo e le ortiche proliferavano inconsapevoli del bitume che avrebbe presto soffocato anche loro.
La marcia si accampò a qualche decina di metri dagli edifici in costruzione, sul lato non recintato dal bosco ma dalle inferriate. Nette linee d'ombra marcavano i pilastri e le trombe delle scale incompiute nelle strutture vuote alla cui corte si trovavano.
Un Corna Larghe e un Tantistomaci si portarono davanti a tutti, impersonando due contadini di un paio di secoli prima: "Che bel campo, signora, e che splendido orto; gli animali che accudisce hanno una distesa rigogliosa a disposizione per scorrazzare!" "Infatti mi ricompensano con il latte migliore e le uova più saporite, buon uomo venga, sarete mio ospite per pranzo!"
Gli altri intonarono, un po' scoordinati:
"Di mese in stagione questo campo distribuirà,
Nutrimento per tutte le creature a volontà.
Buon anno o mal anno, eccesso o siccità,
Dal gelo e nella polvere sempre rifiorirà."
Alcuni Foltecode e Scurepiume si affrettarono ad abbigliare i due interpreti con un paio di cravatte e bombette, alla guisa di attuali burocrati: "Quanto spazio inutilizzato, qui oltre la tangenziale!" raffigurarono, "Sarebbe uno spreco non usarlo per erigere delle case!" "Hai ragione, collega, quanti abitanti potremo sistemarvi, e che affitti saranno disposti a pagare per delle tane moderne con tutti i comfort!"
"Per tutti i residenti questo campo non basta più,
Tanto vale asfaltarlo con l'aiuto di alcune gru.
Delle creature che vi vagano non ci importa, orsù,
Al massimo si ritireranno in quel bosco laggiù"
armonizzarono gli spettatori, questa volta in coro. Alcuni vociarono gorgheggi di encomio alla collettività. Il Tantistomaci e il Corna Larghe si liberarono degli accessori di scena e si fecero seri.
"Il progetto per ricoprire il terreno di parcheggi e fabbricati" espressero ai loro compagni, "è già stato approvato dai capi degli abitanti del paese. In pochi anni queste carcasse che vedete saranno circondate da decine di altre, le fogne trapasseranno il terreno e i motori spaventeranno gli indigeni della foresta. E tutto questo nonostante le leggi, che loro stessi avevano promulgato per proteggere il bosco, vietino di edificarvi così vicino."
Clamore e strepitio si sollevarono da tanti presenti, e molti che si erano accomodati sulle erbacce si rizzarono scalpitando sulle zampe.
"A volte non capisco se è mattina o ancora notte" cinguettò qualcuno, "per colpa del bagliore dei lampioni del paese, e ora vogliono installarne altri ancora più vicini ai nidi."
"Per non parlare delle loro fogne, già ostruite e sovraccariche" estrinsecarono le Code Sottili.
"L'acqua piovana trasborda nelle strade ogni volta che piove per più di un'ora di fila. Non c'è assolutamente modo che reggano anche i reflui di decine di nuovi palazzi!"
"È vero, hanno ragione, senza il terreno a filtrare, l'acqua piovana defluirà da un'altra parte e inonderà il bosco!"
"Anche i paesani, però, hanno bisogno di tane e di spazi per vivere" argomentò uno dei Finefiuto che vivevano con i contadini al limite del borgo.
"Come se non se prendessero già abbastanza," lo obiettarono subito le Squarciaerba, "di spazio, e costruiscono qui quando ci sono già appartamenti sfitti nel centro. Li vediamo quando voliamo là sopra: hanno luci spente ogni sera da mesi, e i terrazzi pieni di fango e foglie."
Il battibecco si quietò quando prese il testimone un Tarchiazzanne: "I capipaese mantengono le loro leggi solo finché non ostacolano nuovi guadagni. Si rimangiano ogni decisione di collaborare con noi appena questa vada contro i loro piani di 'progresso'. Non penso di dovervi far notare che la nostra gazzarra di oggi probabilmente ha avuto il solo effetto di divertire ed intrattenere i cittadini tra una compera e l'altra. Ma forse a qualcuno ha ricordato che non esistono solo loro, e che le altre specie potrebbero non volersi fare da parte mentre si espandono in ogni dove."
I Tubalati e i Piluccarcasse stavano già planando tra i macchinari da costruzione e le prime file di tronchi. Ramazzavano legnetti e travi di varie dimensioni, e cominciavano a trasportarli fino al loro raduno facendo la spola. Tutti gli altri li imitarono: cercarono pezzi di carta abbandonati nel vento e li accumularono al suolo insieme ai rametti più sottili, poi li ricoprirono con alcuni dei ceppi più spessi. I bordi vacillanti del fulgido disco solare cominciavano a lambire le sommità degli alberi.
Improvvisamente sembrava che le ombre taglienti tutto attorno fossero state da sempre avvolte in frigide sfumature cremisi.
Chi aveva ancora con sé le pietre usate durante la sfilata per accompagnare i tamburi le batté tra loro in ciocchi sgraziati finché poche scarse scintille intaccarono la base infiammabile, prosperarono in vampe e la avvolsero, e cominciarono pian piano a incendiare la parte superiore della catasta. I Nerocrine e i Fittalana asportarono le erbacce tutto attorno per evitare che il fuoco vi attecchisse e si spargesse incontrollato.
A poco a poco che il giorno spariva dietro un lato della foresta, il falò perdeva la sua flebile aria patetica e si assumeva il compito di rischiarare e rincuorare. Nessuno parlava più, tutti si avvicinavano al tepore crogiolandosi nella loro stanchezza; le fiaccole avvolgevano già l'intero mucchio di legna. Attraverso il serpeggiare delle lingue più alte, quelle che come onde rifluivano avanti e indietro dal blu-violetto dell'aria serale, in molti giurarono di scorgere silenziosi spiriti. Le loro ombre restavano slanciate ed immobili al limitare del bosco, rivolte al cantiere che cingevano da tre lati. Lo scrutavano da fosche fessure in maschere intagliate o dipinte, decorazioni tribali sopra placche di legno o giunchi rilegati. Le lunghe tuniche dai dettagli geometrici sfioravano appena i bassi arbusti, persistevano inerti al di là del turbinare del rogo.
Quando l'ultima sfumatura rosastra fu scomparsa anche dai cirri più elevati e sfilacciati, sbiadirono piano nell'impenetrabilità tra gli alberi. Qualcuno trascinò un altro ciocco di legna tra le fiamme per ravvivarle.