Raccolta differenziata
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Raccolta differenziata

 

 

Sono andato in pensione nel marzo del 2019 dopo trentotto anni di lavoro all'Agenzia delle Entrate, dove avevo sviluppato una capacità di lettura dei documenti che i colleghi consideravano soprannaturale e che in realtà era soltanto attenzione. La maggior parte delle persone non sa leggere, e se anche legge, non capisce. Guarda le parole e non vede niente. Io invece vedevo tutto, anche quello che non c'era scritto, specialmente quello.

Mia moglie Rossella era morta sei mesi prima che andassi in pensione, un infarto mentre guardava un programma di cucina, e non ho fatto in tempo a dirle che avrei avuto molto più tempo libero di quanto avessimo previsto. Devo dire la verità, non so se ne sarebbe stata contenta.

Il condominio in cui abito da ventisette anni è un palazzo di sei piani in via Corridoni, con diciannove appartamenti e un sistema di raccolta differenziata che il comune di Milano ha reso obbligatorio nel 2017 e che i condomini seguono con l'entusiasmo con cui si seguono le istruzioni di montaggio dei mobili svedesi, cioè fino a un certo punto e dopo quel punto ognuno fa come gli pare.

Lo ammetto, non lo avevo in progetto. Ho cominciato per caso, una mattina di maggio, quando ho notato che i sacchi della spazzatura venivano depositati nel contenitore sbagliato con una regolarità che tradiva non l'ignoranza ma la pigrizia, che sono cose diverse e richiedono interventi diversi. Ho scritto un bigliettino e l'ho infilato sotto la porta dei Paoloni del secondo piano, che dai miei calcoli risultavano essere i proprietari di quei sacchi della spazzatura. Non hanno risposto. Ho scritto un secondo bigliettino. Ancora niente. Dopo una settimana ho cominciato ad aprire i loro sacchi. Non per mera curiosità, ma per necessità metodologica.

Quello che si trova nei rifiuti di un appartamento è più preciso di qualsiasi documento fiscale. Le persone mentono nei moduli, mentono ai medici, mentono ai familiari, ma nei rifiuti non mentono perché non sanno di essere letti. I Paoloni per esempio: bugiardini di ansiolitici, una bottiglia di vino al giorno e una quantità industriale di fazzoletti di carta che lasciavano supporre un lutto o una rottura sentimentale. Ho scoperto tre settimane dopo, dal foglio di una mail stampata e poi strappata in otto pezzi che ho ricomposto come un puzzle sul tavolo della cucina, che la signora Paoloni aveva una relazione con un collega di lavoro di nome Ferruccio. Ho buttato il foglio, non mi interessava Ferruccio.

Col passare dei mesi ho smesso di fare passeggiate, ho smesso di guardare la televisione. La mattina aspettavo che i condomini uscissero per andare al lavoro, poi scendevo in cortile con i miei guanti di lattice chirurgici, quelli che usano i dentisti, e lavoravo a mia volta. Avevo comprato un quaderno a quadretti in cui annotavo tutto con la mia grafia ordinata da ragioniere.

Al terzo piano, appartamento a destra, nascondevano una malattia. I medicinali erano specifici, li avevo cercati su Google. Una cosa seria, cronica, che si gestisce ma non si risolve. L'inquilino aveva cinquantadue anni, lo incontravo in ascensore, mi parlava sempre del campionato. Non sapeva che io sapevo. Ho pensato spesso di dirgli qualcosa, ma non avrei saputo cosa. Buongiorno, sa che la sto studiando? Coraggio, ho visto che prende le medicine giuste, andrà tutto bene.

Meglio di no.

Al quarto piano a sinistra viveva una ragazza sola che ordinava cibo giapponese tre volte alla settimana e riceveva visite maschili il giovedì sera. Lo deducevo dalle bottiglie di birra artigianale, in numero doppio il venerdì rispetto agli altri giorni, e da certe confezioni di prodotti acquistati in farmacia che i giovani oggi buttano nel secco misto con una disinvoltura che a volte quasi mi commuove. La ragazza si chiamava Adele, l'avevo scoperto dall'imballaggio stracciato di un pacco Amazon. Non l'avevo mai vista in faccia tranne un paio di volte di sfuggita nell'atrio condominiale, perché faceva sempre le scale a piedi, sia a scendere che a salire, e non avevamo mai occasioni per condividere l'ascensore.

In questa mia attività mi sono impegnato per oltre tre anni. Il quaderno è diventato cinque quaderni. Ho ricostruito una separazione, una gravidanza tenuta nascosta fino al quinto mese, un figlio che rubava soldi ai genitori anziani del sesto piano, una dieta cominciata e mollata e ricominciata e mollata di nuovo, con la testardaggine delle cose che non funzionano ma che non si riescono ad abbandonare completamente.

Un lunedì mattina di gennaio del 2023 ho trovato nel cassonetto del compostabile una busta con il mio nome scritto sopra. Dentro c'era un bigliettino:

La osserviamo da mesi.

Sappiamo cosa sta facendo.

È immorale e illegale.

La preghiamo di smettere.


Nessuna firma.

Sono rimasto in cortile con il bigliettino in mano per qualche minuto. Faceva freddo e il respiro mi usciva a fumino. Ho ripensato a mia moglie che guardava il programma di cucina, alle sue mani sul telecomando. Non mi aveva mai rimproverato di essere invadente, ma forse non me lo aveva mai dovuto dire perché dall'Agenzia delle Entrate tornavo alle otto di sera e il sabato lavoravo e la domenica leggevo il giornale e non mi occupavo di niente che non mi riguardasse direttamente.

Ho buttato il bigliettino nel contenitore della carta, che era quello giusto.

Ho tenuto i guanti di lattice ma ho smesso di scendere in cortile la mattina. Adesso esco la sera alle undici, quando il palazzo è già silenzioso, e vado a fare una passeggiata intorno all'isolato e poi torno. A volte mi fermo in una edicola aperta tutta la notte a comprare una rivista che poi non leggo. Il pomeriggio è lungo e noioso come sono lunghi e noiosi i pomeriggi delle persone che vivono sole e non hanno trovato ancora il sistema giusto per non accorgersene, ma la sera posso dedicarmi con tranquillità al mio nuovo lavoro notturno.

 

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