Era una di quelle sere di agosto in cui l'asfalto rilascia ancora il calore del giorno, e l'aria sa di gomma bruciata e promesse non mantenute. Io e Danny stavamo seduti sul marciapiede davanti al minimarket, bevendo birra calda da lattine che avevamo comprato con alcune monete trovate fra i cuscini del divano di sua madre. Danny aveva i capelli che gli cadevano sugli occhi e quel modo di fumare che lo faceva sembrare James Dean, almeno se non ti soffermavi troppo attentamente sui segni dell'acne.
«Mi sto annoiando,» dissi. «Facciamo qualcosa.»
«Stiamo facendo qualcosa,» rispose lui, indicando le lattine vuote intorno ai nostri piedi.
«Bere non è fare qualcosa. È non fare niente, solo con più stile.»
Danny stava per replicare quando arrivò Ricky. Lui era uno di quelli che spuntavano sempre nei momenti sbagliati con le notizie sbagliate, come un corvo che annuncia la tempesta. Aveva gli occhi troppo aperti e quel sorriso che significava guai. In quel momento, in quella sera, non aspettavamo altro.
«Cazzo ragazzi, dovete venire a vedere una roba,» disse trafelato.
«Che roba?» chiese Danny, all'apparenza scocciato, senza nemmeno guardarlo.
«C'è un morto sulla statale.»
Io e Danny ci scambiammo un'occhiata. Ricky era famoso per le sue cazzate, tipo quella volta che giurò di aver visto un ufo, che in realtà venne fuori era solo un riflettore del centro commerciale.
«Che tipo di morto?» chiesi con circospezione.
«Uno che è stato ammazzato da una sbarra di metallo. È caduta da un camion e l'ha infilzato come un kebab. È ancora lì, in mezzo alla strada, con la sbarra che gli esce dalla schiena.»
Danny sbuffò. «Ricky, ci prendi per idioti? È una leggenda metropolitana vecchia come il mondo. L'ho sentita raccontare per la prima volta da mio zio quando avevo otto anni.»
«No, vi giuro cazzo, è vero! L'hanno detto persino alla radio. È successo poche ore fa, all'altezza del chilometro ventitré. Il camion trasportava materiale da costruzione e una sbarra si è sganciata proprio mentre passava l'altra auto. Ha sfondato il parabrezza e BAM!» Fece il gesto mimando l'impatto con uno schiaffo di una mano contro l'altra.
«Cazzate,» disse Danny, ma stavolta pareva già meno sicuro.
«Se non ci credete, venite a vedere. Vi ci porto io.»
C'era qualcosa nel modo in cui insisteva che mi fece venire voglia di credergli. O forse era solo la scusa per occupare una serata che sembrava sospesa nell'attesa di qualcosa che la rendesse, se non memorabile, almeno passabile. Le serate calde e noiose di agosto hanno questo effetto, ti fanno credere che tutto sia possibile, anche quello che razionalmente non è possibile.
«Ok, andiamo,» feci.
Danny mi guardò come se fossi impazzita. «Ma che dici, è la solita cazzata. Te lo garantisco.»
«E se stavolta non lo fosse? E se per una volta Ricky avesse ragione?»
«Non ho mai ragione,» disse Ricky con orgoglio, come se fosse una qualità. «Ma vi giuro che stavolta sì.»
Ci alzammo e seguimmo Ricky verso la macchina, una Pontiac del 1979 che suonava come un frullatore pieno di monete. Mentre salivano, Danny tirò fuori una bottiglietta di whisky dalla giacca, una di quelle che si comprano a poco nei negozi di liquori e sanno di miscela per trattori.
«Se dobbiamo fare questa stupidata, almeno facciamola bene,» disse.
La statale di notte era una di quelle strade che sembravano condurre direttamente nell'aldilà. Lunga e dritta, con i lampioni distanziati come stelle morenti e il buio che si estendeva per chilometri in ogni direzione. Ricky guidava mentre io e Danny ci passavamo uno spinello fra i sedili e la radio gracchiava canzoni country che parlavano di camion, morte e redenzione.
«Dovrebbe essere qui intorno,» ci comunicò Ricky dopo una ventina di minuti di guida. Rallentò e iniziò a scrutare la strada davanti a noi.
«Non vedo niente,» dissi.
«Forse è più avanti.»
Continuammo. Il whisky e il fumo mi stavano dando alla testa, e i fari della macchina creavano ombre che si muovevano come fantasmi sui bordi della carreggiata. Ogni tanto, nell'altra direzione, passava un camion e le luci mi accecavano per qualche secondo, lasciandomi con l'immagine residua di forme che potevano rappresentare qualsiasi cosa.
«Eccolo!» gridò Ricky all'improvviso, frenando così forte che saltammo tutti in avanti.
Guardammo dove stava indicando. C'era in effetti qualcosa sul lato destro della strada, una forma scura contro l'asfalto.
«È un sacco dell'immondizia,» disse Danny.
«No, guardatelo bene. Vedete come è posizionato? È un corpo.»
Scendemmo dalla macchina e ci avvicinammo. Era davvero un sacco dell'immondizia.
«Merda,» disse Ricky. «Deve essere ancora più avanti.»
Risalimmo in macchina e continuammo. Lo spinello era finito, del whisky restava giusto un sorso, ma cos'altro potevamo fare se non andare avanti? Ricky trovò in fondo al cassetto del cruscotto un altro pezzo di fumo che sapeva di metallo e combustibile, e presto la strada iniziò a ondeggiare come un serpente, e i cartelli stradali diventarono geroglifici.
«Aspetta, rallenta,» gridò Danny a un tratto. «Cos'è quella roba?»
Sulla strada c'erano delle macchie scure che potevano essere sangue come olio motore. Ricky si fermò e scendemmo di nuovo. Le macchie erano vecchie e asciutte, e quando mi inginocchiai per guardarle meglio, sentii solo l'odore dell'asfalto caldo.
«È sangue,» assicurò Ricky con convinzione.
«È olio,» fece Danny scazzato.
«Come fai a saperlo con certezza?» chiesi a Danny.
«Come fa a sembrarti sangue?»
Non avevamo una risposta, ma forse non era nemmeno una domanda, così risalimmo in macchina e continuammo a cercare.
La notte si faceva più strana a ogni chilometro, tutto appariva un caleidoscopio di luci e ombre, e iniziammo a vedere cose che probabilmente non esistevano, come un cane che attraversava la strada e ci costrinse a una frenata improvvisa, ma nella luce dei fari non c'era niente. Oppure un uomo che camminava lungo il guardrail, però quando tornammo indietro a controllare si rivelò essere solo un palo della luce.
«Forse l'hanno già portato via,» ragionò Ricky. «I poliziotti o l'ambulanza. O i pompieri.»
«O forse non c'è mai stato,» disse Danny, ma lo disse piano, come se non volesse dubitare troppo.
Ci fermammo in una stazione di servizio per comprare altre sigarette e cercare di capire dove eravamo. Il benzinaio era un uomo anziano con gli occhi stanchi di chi aveva visto troppe notti come questa riempite da altri scoppiati simili a noi.
«Scusi,» gli chiesi con voce dolce, «ha sentito di un incidente qui intorno? Un uomo infilzato da una sbarra di metallo?»
Mi guardò come se fossi ubriaca o drogata, e non potevo certo dargli torto. «Ragazza, l'unica cosa che ho sentito stasera è il rumore della vostra macchina che va avanti e indietro da quattro ore.»
«Quattro ore?» Guardai con sorpresa l'orologio sulla parete. Erano le tre del mattino.
Tornammo in macchina ancora una volta, e Ricky, sempre più confuso e imbarazzato, propose di controllare l'altro lato della statale. «Forse ho sbagliato senso di marcia.»
Facemmo inversione a U e iniziammo a percorrere la strada nell'altra direzione. Ogni cosa ci apparve subito diversa, come se fossimo entrati in un mondo speculare dove le stesse entità esistevano ma in maniera del tutto differente. I lampioni comunque continuavano a proiettare ombre sinistre, mentre i cartelli indicavano città che non avevo mai sentito nominare.
«Guardate là,» disse Danny, indicando un punto indefinito verso l'orizzonte.
C'era qualcosa che luccicava sotto i fari. Per l'ennesima volta ci fermammo e scendemmo. Sul bordo della strada giaceva un pezzo di metallo, lungo circa un metro, appuntito a un'estremità. Il mio cuore iniziò a battere più forte.
«È la sbarra,» affermò Ricky con voce tremula, emozionata. «Quella che ha ucciso il tipo.»
Danny si avvicinò e la raccolse. «È un pezzo di tubo di scappamento, coglione. Guarda, ha ancora attaccato una parte della marmitta.»
Ma nell'oscurità, con il fumo che mi annebbiava la vista, per me poteva essere qualsiasi cosa. Poteva essere l'arma del delitto come un pezzo di spazzatura, poteva essere la prova che stavamo cercando o l'ennesimo scherzo che la notte ci stava giocando.
«Dov'è il corpo?» si chiese Ricky, guardandosi intorno come se si aspettasse di vederlo spuntare dai cespugli.
«Non c'è nessun corpo,» fece Danny, sempre più spazientito.
Rimanemmo lì in piedi per non so quanto tempo, tre pazzi su una statale deserta, in piena notte, fissando un pezzo di metallo che poteva significare tutto o niente, ma più probabilmente niente. Il silenzio era così profondo che potevo sentire il sangue che mi pulsava nelle orecchie, e ogni tanto il rumore di un camion che si avvicinava e poi si allontanava senza mai arrivare abbastanza vicino da diventare reale.
«Forse,» disse Ricky alla fine, «forse l'ho sognato.»
«Forse l'abbiamo sognato tutti e tre,» confermai. «O forse il sogno siamo noi.»
Danny gettò il pezzo di metallo nell'erba alta. «O forse siamo solo degli idioti.»
Risalimmo in macchina, e Ricky iniziò a guidare verso casa, ma dopo pochi chilometri si fermò di nuovo. «Cazzo,» disse. «Ho dimenticato dove abitiamo.»
Guardai fuori dal finestrino. La strada sembrava identica in entrambe le direzioni, un nastro infinito di asfalto che si perdeva nel buio. Non c'erano indicazioni, non c'erano punti di riferimento, solo chilometri e chilometri di niente che sembrava uguale a tutti gli altri chilometri di niente.
«Gira a sinistra al prossimo bivio,» fece Danny.
«Non c'è nessun bivio,» protestò Ricky.
E aveva ragione. La strada continuava dritta senza interruzioni, come se qualcuno avesse disegnato una linea retta su una mappa e poi avesse dimenticato di aggiungere tutto il resto. Continuammo a guidare mentre l'alba iniziava a schiarire il cielo dietro di noi. Il mondo lentamente riprese forma, alberi, case, cartelli stradali che indicavano posti che riconoscevo. La notte si dissolse e ci ritrovammo su una strada normale in una mattina normale, tre ragazzi stanchi che tornavano a casa dopo ore passate a cercare qualcosa che forse non esisteva.
«Pensate che ci sia stato davvero? Il morto intendo,» chiesi mentre Ricky si fermava davanti a casa mia.
«È importante saperlo?» disse Danny.
Scesi dalla macchina e li guardai allontanarsi, la Pontiac che tossiva fumo nero mentre scompariva dietro l'angolo. Rimasi lì in piedi sul marciapiede, ancora un po' stonata, ancora un po' convinta che da qualche parte sulla statale ci fosse un uomo infilzato da una sbarra di metallo che aspettava solo che noi lo trovassimo.
Entrai in casa e mi feci una doccia per togliermi di dosso l'odore della notte e del mistero irrisolto. Ma dopo, per settimane, ogni volta che alla radio sentivo di disgrazie stradali, alzavo il volume e ascoltavo, sperando di sentire la storia di un uomo rimasto ucciso sulla statale in un bizzarro incidente. Non ne parlarono mai. Ma questo non vuol dire che non sia mai successo.