Lucio Sarx era un bravo ragazzo. Lucio Sarx era quel tipo di ragazzo che quando lo chiudevi a chiave in palestra e decidevi di fare un bel falò con i suoi vestiti, si preoccupava in anticipo che le finestre degli spogliatoi fossero aperte così che non suonasse l’allarme antincendio. Lucio Maria Sarx, l’efebico monocolo della III^C, pianista provetto, patito di origami, con quel globo di vetro pallido che pareva spiarti da lontano e l’alito che odorava di scoregge.
Aveva anche la r moscia, un rotacismo delicato e gentile che era più una specie di timido suono molato, una roba frocetta e femminea che ti faceva venire voglia di pestarlo con una roncola e lasciarlo agonizzante sul ciglio della strada. Odiavamo Lucio.
L’odiavamo con ogni singola fibra del nostro essere, ma – e parlo personalmente – non sono ancora sicuro di averne compreso appieno i motivi. A volte sognavo d’incidergli una X sulla fronte con un ferro arroventato o di spegnergli le cicche delle sigarette sulla pianta dei piedi. Non che la cosa mi divertisse particolarmente. Non sono mai stato un tipo violento e – giuro su Dio! – da quella volta dell’incidente non ho mai più messo le mani addosso a nessuno. Solo che con lui…non lo so, è difficile da spiegare. Forse è che superata una determinata soglia, la debolezza smette di essere semplicemente triste e comincia a suscitare una specie d’irrefrenabile desiderio di sopraffazione. Perlomeno per me era così. E credo che anche per Gaetano fosse lo stesso. Gaetano era il mio migliore amico. Completamente fuori di testa. Il tipo di persona che non vorresti mai avere contro in una rissa, forte come un toro e praticamente insensibile al dolore. Insieme elaborammo un singolare metodo educativo dall’evocativo nome di “bandiera Sarx”, che consisteva in sostanza nell’issare il suddetto signor Sarx al gancio dell’appendiabiti durante le pause della ricreazione e successivamente calargli le braghe in modo che le sue piccole noccioline grinzose penzolassero al vento sotto lo sguardo divertito dei nostri compagni. La cosa strana era che lui non ci faceva troppo caso. Non opponeva resistenza. Sembrava che fosse impermeabile a qualsiasi forma di umiliazioni, fastidiosamente immune da sentimenti di rabbia o rancore, il che, ovviamente, lo rendeva l’oggetto perfetto su cui scaricare le nostre peggiori frustrazioni. Spesso finiva in ospedale. I medici erano costretti a suturargli le ferite e a medicare le numerose scorticature, bruciature, ammaccature, a mettere a posto i vari denti scheggiati e le mascelle slogate dai cazzotti. Eppure, mai una volta che dicesse qualcosa, mai che si lamentasse con gli insegnanti, fiero e dignitoso come un fottuto maestro zen. Stava a casa un paio di settimane, raccontava ai genitori che si era fatto male giocando a pallone o cadendo dalla bicicletta e poi eccotelo di nuovo in giro per i corridoi come se nulla fosse, gentile ed educato con tutti, buongiovno vagazzi, giovnata splendida, il nodo alla cravatta sempre impeccabile e la camicia di batista a fiorellini rigorosamente infilata nei pantaloni di velluto a coste.
Finché accadde. Era il 15 luglio del 2007. Lo ricordo perché era il giorno della seconda prova agli esami di maturità. Ricordo il lungo serpentone di banchi che arrivava alle uscite di sicurezza, l’ansia che ci rodeva le viscere. Lui se ne stava tranquillo seduto in prima fila, seraficamente chino sulla sua risma di fogli a scrivere svolazzi in un perfetto corsivo Spencerian. L’oggetto della seconda prova era un brano tratto dal De beneficiis di Lucio Anneo Seneca. Titolo del brano: Io ho quel che ho donato. Quando estrassero la busta lo vidi fregarsi le mani e sorridere con quel suo stupido ghigno da ritardato. Inutile dire che era di gran lunga il migliore di tutti noi in pressoché qualunque materia, così lo minacciammo. Non ne vado fiero, ma è quello che è successo. Gli dicemmo che se non ci avesse aiutato avremmo provveduto a spezzargli tutte le falangi, e allora addio per sempre al suo amato pianoforte.
Fu sorpreso mentre passava a Gaetano una pallotta di carta con all’interno l’intera versione tradotta e corredata da una biografia dell’autore. Com’era prevedibile, Gaetano disse che non c’entrava niente. Disse che era stata un’idea di Sarx, che era stato Sarx che si era offerto di aiutarlo, e il fatto che Lucio non replicasse nulla di certo non gli giovò.
La settimana dopo, Lucio si presentò con una valigetta di pelle scamosciata e un ridicolo farfallino di raso rosso. Di buonumore, ma meno allegro del solito, perché lo avevano ammesso all’orale per il rotto della cuffia. Si sedette piuttosto defilato e aspettò pazientemente il suo turno. Quando lo chiamarono si alzò e prese posto davanti la commissione. Come al solito fece un figurone e lo stesso presidente che aveva minacciato di cacciarlo dalla scuola definiva ora il suo esame come «la più eclatante dimostrazione di genio a cui avesse mai assistito in oltre trent’anni di carriera».
Propose alla commissione di destinare al ragazzo una borsa di studio per un valore di millecinquecento euro e di dedicargli una targa con il suo nome inciso sopra. Della targa non si parlò mai più, ma non è questo il punto. Il punto è che quando Lucio imboccò le scale per dirigersi verso l’uscita, Gaetano lo afferrò da dietro per il colletto della camicia e gli disse che per colpa sua avevano fatto tutti quanti una brutta figura.
Ammetto che l’ordine esatto di ciò che avvenne dopo è ancora piuttosto fumoso nella mia mente. Alcuni dettagli tendono a sovrapporsi, ancor più che tutto accadde abbastanza velocemente. Quel che è certo è che ci fu parecchio trambusto. Sono abbastanza sicuro che Gaetano continuò ad infierire su di lui anche dopo che Lucio cadde dalle scale e che a furia di schiaffi ad un certo punto l’occhio di vetro gli schizzò fuori dall’orbita. Si senti uno sdong!, poi l’occhio cominciò a rotolare verso l’atrio ingresso e lì si fermò, con la pupilla nero-pece fissa immobile in una specie di assurda parodia del grande occhio di Sauron. E fu in quel preciso istante, mentre Gaetano arretrava per l’orrore, che Lucio recuperò la valigetta e tirò fuori una Glock 9 mm. Che era una Glock lo venni a sapere solo dopo – non sono mai stato un esperto di armi – ma comunque non ebbi il minimo dubbio che si trattasse di una pistola vera. Forse era per via della canna puntata dentro la bocca di Gaetano, o perché Gaetano aveva cominciato a mugolare come un bambino e a chiamare la madre e roba del genere, sta di fatto che ciò che vidi riflessa nell’orbita cieca di Lucio fu, in buona sostanza, il volto stesso del male. Il volto di una persona che aveva conosciuto il male e lo stava restituendo in una forma assolutamente nuova e potenziata, l’essenza stessa dell’odio materializzatasi in quel grande vuoto incolore. Lucio arretrò il carrello e disse Ci vediamo all’infevno, bvutto figlio di puttana, poi premette il grilletto. Silenzio. Un attimo dopo rivolse la canna nella direzione della sua tempia, chiuse l’occhio buono e fece partire il secondo colpo.
É… insomma, è una roba che non si scorda facilmente. Ormai non riesco più dormire e quando fa buio ho paura di camminare per strada. Nella mia testa vedo ancora la faccia di Gaetano trasformata in una specie di quadro surrealista, le urla dei miei compagni mentre fuggivano in preda al panico calpestando i vari pezzetti di materia cerebrale sparsi per il corridoio…
I giornali parlarono di questa storia per mesi. Diedero la colpa ai suoi genitori, agli insegnanti, alla sua povera psiche fragile, ogni giorno se ne uscivano fuori con aneddoti su questo e su quello. Noi tutti però sapevamo la verità e la verità era che se qualcuno aveva il potere di fermare quella strage, bè quel qualcuno eravamo noi – ero io!
Direi che è per questo che sono qui, dottore.