La formula
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La formula

 

Così, un bel giorno, qualcuno inventò la formula matematica della felicità umana. Non era stato un matematico a trovarla, figuriamoci – i matematici erano troppo occupati a essere infelici per preoccuparsi di cose simili – e nemmeno un chimico, che avrebbe dovuto almeno fingere di testarla su qualche cavia universitaria prima di pubblicarla.

No, l'aveva scoperta un'azienda chiamata HappyMetrics Inc., che suonava esattamente come il nome di un'azienda fittizia inventata da qualcuno che non sa come si chiamano le aziende vere. Ma vi giuro, era un'azienda vera, con un vero ufficio al quarantaduesimo piano di una torre di vetro, e veri dipendenti che si scambiavano veri sguardi di disperazione ogni volta che il CEO si esprimeva con termini come sinergia o disruption – e cioè abbastanza spesso, come è facile immaginare.

Ora, non è che siamo noi a dover fare un'analisi, né semantica né sociologica e nemmeno politica, sull'idea che un'azienda non sia un'entità a se stante piuttosto che l'insieme delle persone che vi lavorano. Fatto sta che alla HappyMetrics ora avevano la Formula della Felicità™, con tanto di marchio registrato, per impedire a chiunque altro di essere felice senza pagare le dovute royalty.

La formula base su cui si reggerva l'algoritmo appariva come qualcosa del genere: F = (P × R) + (5 × S) - (A² ÷ 2) + (G × L) - T + (3 × H)

Dove F stava per felicità, ovviamente. P per prosperità, R per relazioni, S per salute, A per aspettative, G per gratitudine, L per libertà, T per traffico e H per hashtag-per-settimana.

Sì, la T stava proprio per traffico, inteso come quello automobilistico, perché a quanto pare, secondo i cervelloni della HappyMetrics, niente rendeva le persone infelici quanto restare bloccate in un ingorgo. Non la guerra, non la fame, non la consapevolezza che un giorno saremo tutti polvere cosmica. No, il traffico. Mentre al contrario gli hashtag, per qualche motivo, rendevano felici.

Il professor Malcolm Tatum insegnava matematica applicata alla Carnegie Mellon e aveva il tipo di faccia che fa pensare, beh, come dirlo, a un allocco con un problema di stipsi. Quando lesse dell'algoritmo su Wired, rise così forte che rovesciò il caffè sul suo maglione color ocra (il professore possedeva vari maglioni con al massimo lievi sfumature di quella tinta, come se altri colori fossero una violazione della sua integrità accademica).

"Questa è la più grande stronzata che abbia mai letto," disse alla moglie, che annuì educatamente come faceva sempre quando lui parlava di matematica con fervore da integralista, e cioè più o meno sempre.

Tatum passò tre ore a studiare la formula, cercando di capire perché gli sembrava così familiare. E poi lo realizzò: era praticamente identica a un'equazione che aveva pubblicato dieci anni prima in una rivista accademica letta da forse sette persone al mondo. Un'equazione con una specifica problematica: nella sua versione stampata infatti era stato commesso un errore tipografico che aveva trasformato un più in un meno. HappyMetrics aveva copiato la sua formula, errore incluso.

La mattina seguente Tatum si presentò alla sede della HappyMetrics con una copia della sua pubblicazione sotto il braccio. Venne scortato all'ufficio del CEO, un tipo con denti troppo bianchi e una cravatta troppo costosa.

"Professor Tatum! Che piacere! Sono un grande fan dei suoi... ehm... numeri," disse il CEO, che si chiamava John o Tom o qualcosa del genere.

"Avete rubato la mia formula," disse Tatum senza preamboli. "E c'è pure un errore."

John/Tom sorrise con quel tipo di sorriso che fa venire voglia di investire tutti i propri risparmi in criptovalute di dubbia legalità – e quindi praticamente tutte le criptovalute, ca va sans dire. "Preferisco il termine open source," disse l'uomo, che poi, all'improvviso, sembrò finalmente scalfirsi dalla sua imperturbabilità. "E comunque, quale errore?"

Tatum aprì la rivista. "Qui, vede? Dovrebbe esserci un più, non un meno. È un refuso, un errore di stampa. Cambia completamente l'intera l'equazione."

John/Tom sbatté le palpebre. "E cosa succederebbe se correggessimo questo, ehm, refuso?"

"Beh, per dirla in termini semplici, la vostra formula attuale dice alle persone di non avere aspettative e pubblicare più hashtag per essere felici. La formula corretta spiega invece che le aspettative sono positive quando sono realistiche, e che gli hashtag sono irrilevanti. Praticamente l'opposto di ciò che state vendendo."

Un silenzio pesante cadde nell'ufficio.

"Sa, professor Tatum," disse infine John/Tom, "abbiamo già venduto l'algoritmo a dodici governi e trentotto multinazionali. Presto sarà integrato nei social media, nelle app di dating, persino negli elettromestici intelligenti. La gente seguirà le indicazioni. Le persone abbasseranno le loro aspettative? Beh, pazienza. Posteranno più hashtag per compensare."

Tatum lo fissò. "E saranno più felici?"

John/Tom si strinse nelle spalle. "La felicità è un concetto individuale, quindi come facciamo a saperlo con certezza? Ma l'algoritmo dice che lo saranno, quindi sì, le persone saranno più felici."

Tatum si lasciò cadere su una poltrona. "Quindi mi sta dicendo che praticamente l'intero pianeta finirà per condizionare i propri comportamenti seguendo le indicazioni di un'equazione sbagliata?"

"Sto dicendo che la felicità è ciò che decidiamo che sia," sentenziò John/Tom con un sorriso. "Mentre, se mi permette, considerando la questione della sua pubblicazione che... ehm... che mi ha fatto correttamente notare... le offriamo un posto nel nostro consiglio di amministrazione per mantenere la questione, come dire, privata."

Tatum si alzò e guardò fuori dalla finestra. Sotto di loro, le persone sembravano formiche, piccole, occupate, intente a seguire percorsi prestabiliti da qualcuno che non potevano nemmeno immaginare-

"Qual è la formula dell'integrità morale?" chiese Tatum.

"Oh, quella non l'abbiamo ancora sviluppata," rispose John/Tom. "Non ha mercato, non ci sarebbe abbastanza domanda."

Tatum alzò la voce, come sempre quando parlava di matematica. "Correggerò la formula e la renderò pubblica."

"Faccia pure," replicò John/Tom senza mostrarsi minimamente preoccupato. "Nessuno le darà credito. Le persone non vogliono essere davvero felici, professore, vogliono solo credere che esista un modo che possa renderle felici. C'è una sottile differenza."

Mentre usciva dall'edificio, il professor Tatum ricevette una notifica sul telefono. Era l'app di HappyMetrics, che come accademico aveva potuto scaricare in versione beta. Oggi il tuo indice di felicità è sceso del 17%. Prova a postare sui social utilizzando gli hashtag adeguati!

Tatum fissò lo schermo e rise, poi disinstallò l'app, alzò lo sguardo al cielo e si permise di aspettarsi qualcosa di meglio. 

Povero illuso.

 

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